LESLEY LOKKO.
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CIELI DI ZAFFERANO.
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Parte 1.
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Traduzione di: Jle Da Rin.
MONDADORI Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il ricchissimo e potente Max Sall divide la sua vita tra la moglie londinese e l'amante romana. Da entrambe ha avuto una figlia, due ragazze diverse, costrette a contendersi l'affetto del padre. Ma quando, ormai donne, si sentono attratte dallo stesso uomo, sono ben decise a far s che questa volta non ci sia nessuna condivisione.
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NOTA DELL'AUTRICE.
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Con questo libro, numerose sono state le licenze che mi sono presa in termini di date, persone e fatti. In particolare, desidero sottolineare che in Mali, nel 2002, non si  verificato alcun colpo di Stato
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Prologo.
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Londra, GranBretagna, 1974.
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Amber Sall si raggomitol pi che pot, fino a diventare una palla.
Nonostante la sua altezza, cos rannicchiata sembrava sorprendentemente piccola. Rimase in quella posizione dietro la scarpiera del pianterreno, nello spazio di solito riservato all'aspirapolvere.
Il pertugio era profondo e buio, separato dal mondo esterno da uno spesso strato di cappotti pesanti e sciarpe che pendevano lungo la parete. Era l'unico posto della casa da dove non si udivano le liti. Riusciva a sopportare le urla e la voce di Max che cresceva d'intensit, ma non il pianto di sua madre. Quando lei cominciava a singhiozzare, prima piano, poi pi forte, con gemiti affannosi che si propagavano per tutta la casa, per Amber era un segnale: mollava tutto e scappava verso la scarpiera. Solo l, dove i rumori giungevano attutiti, il cuore le tornava lentamente a battere a un ritmo normale e l'angoscia che le opprimeva il petto si attenuava. Quel posto era tranquillo, immerso in una sorta di silenzio ovattato e confortante. Si avvolse l'estremit di una sciarpa attorno al viso e cominci a contare i minuti, nella speranza che la lite non durasse troppo a lungo. "Uno, due, tre..." Era arrivata a nove, quando ud il rumore di una porta che sbatteva, seguito da quello di passi che salivano pesantemente le scale. Poi il portone si chiuse con fragore facendo vibrare i vetri.
Trattenne il respiro ma non sent altro. Rimase immobile ancora per qualche momento. Niente. Finalmente le giunse il suono del motore dell'automobile di Max che si metteva in moto. Uno, due rombi... e se n'era andato. Tir un sospiro di sollievo e si fece largo tra gli indumenti per uscire, poi corse di sopra.
Sua madre giaceva con aria affranta sul divano di seta nel soggiorno del primo piano. Quando Amber si precipit nella stanza, lei la guard col volto rigato di lacrime. Tesoro le sussurr con voce tremante. Max se n' andato.
S, lo so. Ma  solo luned ribatt Amber bruscamente. Immagino che torner pi tardi. Vuoi qualcosa?
Solo un abbraccio rispose la madre ricacciando indietro le lacrime. Vieni qui, tesoro.
No esclam Amber in tono secco, osservando il mascara che colava sulle guance della madre. Mi sporcheresti la faccia. Dir a Krystyna di salire. Poi si volt per andarsene.
Le puoi chiedere di portarmi una tazza di t?
Amber alz gli occhi al cielo. "Del t? Del brandy, piuttosto."
Scese le scale di corsa.
Krystyna, l'affabile cameriera polacca, era in cucina, intenta a preparare un vassoio secondo una routine che conosceva ormai a memoria. Quando vide Amber, le rivolse un sorriso e l'abbracci prima di avviarsi verso la scala che conduceva al piano di sopra con il vassoio su cui era appoggiata una piccola fiaschetta d'argento.
Amber prese il cappotto dall'armadio, afferr i quaderni dei compiti e corse fuori sbattendosi il portone alle spalle. Attravers la strada, sal i gradini fino alla porta di Becky e suon il campanello con impazienza. Voleva allontanarsi il pi possibile dalle tensioni di casa sua.
Quando la madre di Becky apr, se la trov di fronte, immobile, sui gradini: una ragazzina di dieci anni con lo sguardo corrucciato sul visino grazioso. Sospir. Per quanto eccitante fosse avere come dirimpettaio il milionario Max Sall, provava compassione per i suoi figli, soprattutto per Amber. Avere Max per padre
era gi abbastanza difficile, per via della sua strana situazione familiare
- moglie e figli a Londra e un'amante e un'altra figlia a Roma - senza doversi sobbarcare anche una madre alcolizzata e mezza matta come Angela... non c'era da meravigliarsi che quella povera bambina fosse cos gi.
Becky  di sopra, cara le disse, frenando l'impulso di abbracciarla mentre le passava accanto. La guard salire le scale due gradini alla volta. Non aveva detto una sola parola. Comunque, pens nell'udire la porta della stanza di Becky sbattere, Amber non era certo il tipo di ragazzina da abbracciare: anche se aveva solo dieci anni, in un certo senso sembrava gi un'adulta. Non aveva bisogno della comprensione di nessuno e con il suo atteggiamento pareva voler dire: "Posso sbrigarmela da sola, grazie mille".
Com'era diversa da Becky, sua figlia, si diceva spesso Susan Aldridge. Le due bambine erano amiche dai tempi dell'asilo, in realt erano come sorelle, ma non si assomigliavano per niente.
Amber aveva un grande carisma, era determinata, talvolta perfino prepotente, fin troppo seria e pragmatica. Becky, invece, era una sognatrice, sempre con la testa tra le nuvole. Aveva un carattere docile, si mostrava entusiasta per qualsiasi cosa ed era facile da accontentare. Susan immaginava che fosse proprio quello il motivo per cui la loro amicizia funzionava: gli opposti si attraggono sempre. Chiuse il portone e torn verso la cucina pensando a cosa preparare per cena. Becky avrebbe sicuramente mangiato qualunque pietanza si fosse trovata nel piatto. Era Amber a essere schizzinosa, con un interminabile elenco di cibi non graditi.
Di sopra, al sicuro nella tranquilla camera di Becky, Amber cominci a calmarsi.
Appena entrata non aveva detto nulla, ma guardando le cose dell'amica - libri, bambole, album di foto, nastri, rotoli di carta e centinaia di matite colorate - aveva a poco a poco iniziato a rilassarsi. Anche Becky era rimasta in silenzio; si era limitata a tirare fuori la scatola da scarpe che conteneva le matite e i fogli di carta e li aveva piazzati in mezzo alla stanza. Con molta calma aveva dato avvio ai preparativi per il loro gioco preferito: le bambole di carta. Amber aveva preso qualche matita, unendosi a lei con aria indifferente. In realt quello era il gioco preferito di Becky: era cos brava a disegnare vestiti e accessori... Amber passava met del tempo seduta vicino all'amica in silenzio, a osservarla, rapita dall'abilit di Becky nell'abbinare i colori, creare modelli e trasformare dei fogli di carta piatti e vuoti in centinaia di abiti, tutti diversi, per le loro bambole. Non sapeva proprio come facesse.
Guard Becky prendere le forbici dalla scatola e mettersi a ritagliare un paio di pantaloni grigio scuro che aveva appena disegnato.
Le piaceva osservare i lunghi capelli ramati di Becky che ondeggiavano mentre lei lavorava, concentrata a seguire perfettamente le righe senza far scivolare le forbici. Era molto accurata e precisa. Le bambole di carta di Amber, invece, sembravano strappate dall'album piuttosto che ritagliate, e lei era invidiosa dell'abilit dell'amica. Si guard attorno. La stanza di Becky le piaceva perch era piena delle cose che amava: disegni, portamatite in ceramica, i suoi quadri preferiti alle pareti, i vestiti nelle ceste di vimini, un mobile ricolmo di cappelli invernali e della sua collezione di scarpette da ballo. Non era in disordine, era solo piena. Piena di vita. Appariva cos diversa dalla stanza vuota di Amber che la cameriera rigovernava due volte al giorno; la prima appena lei usciva per andare a scuola e poi subito dopo cena, per riordinare, sistemare i cassetti e preparare il letto. Era come stare in albergo, si lamentava Amber con Krystyna. Ma gli ordini che Max aveva impartito al personale erano chiari: bisognava tenere tutto pulito e ordinato. Amber sapeva che la cosa aveva a che fare con quella volta in cui il padre era rientrato da un viaggio d'affari di un mese e aveva scoperto che lei e Kieran non avevano fatto un solo bagno in tutta la settimana. Era stato per via di una scommessa, aveva cercato di spiegargli Kieran, che allora aveva otto anni, per vedere quanto avrebbero resistito senza lavarsi. Ma Max era furibondo. Da quel giorno, quotidianamente, un esercito composto da personale di servizio faceva
irruzione nella loro casa per pulire, spolverare, sistemare, mantenere tutto in quell'ordine che Max amava e voleva. Max, Max, Max. Sempre e solo Max. Lei e Kieran non lo chiamavano mai
"pap", Amber non sapeva esattamente perch. Sarebbe sembrato sciocco. Lui era Max. Proprio come Angela era Angela e non la "mamma". Di sicuro Angela non si era mai comportata come una madre. Le madri erano tenere, capaci di consolare come la mamma di Becky, non instabili, ubriache e deboli come Angela.
Segu con lo sguardo la mano di Becky che dava lentamente vita ai vestiti che stava colorando. Una gonna sgargiante, una sciarpa multicolore, un paio di scarpine con il tacco alto. Sospir.
Come le sarebbe piaciuto essere brava in qualcosa, una qualunque!
Le piaceva sentire i complimenti che tutti facevano a Becky - " cos brava nelle materie artistiche!" - mentre di lei non parlava mai nessuno, eccetto per dire quanto fosse sensibile e in gamba. Be', era stanca di essere in gamba. Non sapeva nemmeno bene che cosa significasse.


Prima parte
1
Londra, Gran Bretagna 1978.
Amber si svegli presto, strappata al sonno da un forte dolore al basso ventre e dalle voci che provenivano dal piano inferiore. Rimase immobile, dilaniata dalle fitte laceranti che si susseguivano a intermittenza. Era il suo primo ciclo. Sapeva di che cosa si trattava perch la madre di Becky aveva spiegato a entrambe tutto ci che c'era da sapere, anche se non aveva specificato che sarebbe stato tanto doloroso. Ma il mal di pancia non era niente in confronto al terrore che Amber provava nell'udire la voce di Max. Allarme rosso! Sgusci fuori dal letto e si infil in bagno. Si lav velocemente, prese il pacco di ingombranti assorbenti che la signora Aldridge le aveva dato e si infil un pigiama pulito. Era pronta a tornare sotto le coperte quando ud un urlo seguito dal rumore di un vetro in frantumi. Angela doveva avere scagliato qualcosa contro Max. O viceversa. Ci fu un altro grido, poi il tonfo di qualcosa che veniva trascinato sul pavimento. Sent aprirsi la porta della camera del fratello dall'altra parte del corridoio. Salt di nuovo gi dal letto e si affacci sull'uscio col cuore in tumulto.
Che cosa succede? domand Kieran guardandola preoccupato.
Non lo so bisbigli Amber dirigendosi verso la scala per sporgersi dalla balaustra. Mi sono appena svegliata.
Credevo che fosse a Roma. Con quell'odiosa di Francesca bofonchi Kieran.
 tornato ieri sera disse Amber. La mamma non lo a spettava, non credo...  in questo stato da ieri. Osserv il viso tirato di Kieran. Il fratello odiava vedere Angela arrabbiata o sentirli litigare. Amber sospir e distolse lo sguardo. Anche se Kieran era pi vecchio di due anni, spesso si sarebbe detto il contrario.
Era lei a doverlo tranquillizzare quando le liti superavano il limite solito. Quando Kieran vedeva Angela coperta di lividi e con i postumi di una sbornia, che si sforzava di far finta di niente, come se la situazione fosse assolutamente normale, il suo volto si rabbuiava. E Amber sapeva che ci sarebbero voluti giorni prima che la rabbia e il malumore passassero.
La porta sbatt un'ultima volta, si ud il rumore della chiave nella serratura e poi, per fortuna, tutto torn tranquillo. Kieran si volt e rientr di corsa in camera sua. Amber not che cercava affannosamente il pacchetto di sigarette nella tasca della vestaglia.
Lei rimase in cima alle scale, raggelata dalla paura. Stava per succedere qualcosa; lo avvertiva, proprio come sentiva i crampi lancinanti alla pancia che segnalavano un altro, diverso tipo di cambiamento.
L'indomani la casa era stranamente silenziosa. Krystyna non era venuta a svegliarla e Amber schizz fuori dal letto, in ritardo per la scuola. Si infil la divisa e corse da basso. Di Angela non c'era traccia e Kieran era gi uscito. Entr con una certa ansia nella sala della prima colazione. Max, in vestaglia, era seduto a tavola e leggeva con calma i giornali come se niente fosse. Amber prese posto sulla sedia accanto a lui facendo attenzione a non disturbarlo.
Dov' la mamma? chiese con l'aria pi indifferente che pot, versando il latte sui cereali.
La mamma ha bisogno di un po' di riposo rispose Max, abbassando il giornale e fissandola.
Amber deglut nervosamente. E a letto?
In questo momento s, ma pi tardi andr via per un po'.
Dove?
In un posto tranquillo continu Max, osservandola pi da
vicino. Amber arross sotto il suo sguardo indagatore. Ed  proprio di questo che ti voglio parlare.
Verrai a vivere qui? Sempre? Le parole le uscirono di bocca prima che potesse fermarle.
Non esattamente.  Le sorrise. E poi scagli la bomba. Andrai a Roma per qualche settimana. Sono troppo occupato per stare qui con voi. Kieran pu anche rimanere da solo, ma tu sei ancora troppo piccola. Far in modo che tu prenda delle lezioni private, e comunque sia, siamo quasi alla fine dell'anno scolastico. Francesca e Paola si occuperanno di te. Max torn al suo giornale.
Amber ebbe un tuffo al cuore. Guard il padre terrorizzata, cerc di dire qualcosa ma le parole non uscirono. "No!" voleva urlare. "Non ci vado, non puoi obbligarmi!" Qualche settimana?
Con Francesca e Paola? Odiava la sorellastra pi di chiunque altro al mondo. Non poteva nemmeno pensare di trascorrere un'ora in sua compagnia, figuriamoci qualche settimana. Rimase seduta accanto al padre, cercando di trovare la forza di parlare.
"No, non ci vado!" Ma non si poteva dire di "no" a Max. Amber conosceva le regole. Chin la testa, ricacci indietro le lacrime e si infil in bocca una cucchiaiata di cornflakes. Aveva presagito che stava per succedere qualcosa di terribile. Non era Angela che veniva messa alla porta, toccava a lei. Sarebbe stata spedita a Roma, da Francesca. E da Paola. Nauseata e furiosa, scost la sedia, borbott un saluto a Max e corse in camera sua prima che il padre potesse dire qualcos'altro. Qualcosa di ancor pi doloroso.
Max le rivolse appena uno sguardo mentre lasciava la stanza di corsa. Nonostante la calma apparente che ostentava, era furibondo.
Ce l'aveva con Angela. L'aveva fatto di nuovo, proprio quando lui stava per partire per l'Europa dell'Est, per concludere uno degli affari pi importanti della sua vita. Avrebbe dovuto essere lucido, libero dal confuso groviglio di emozioni che lo assillava quotidianamente. Aveva bisogno di calma e tranquillit, di prendere le distanze dall'asfissiante e prevedibile melodramma cui Angela recitava la parte della protagonista nevrotica. Non
riusciva proprio a capirla. Le aveva dato tutto: una bella casa, un sacco di soldi, due figli sani... Aveva tutto ci che una donna potesse chiedere. E allora, cosa diavolo voleva ancora? Allontan il piatto, troppo turbato per mangiare, e si guard intorno: i mobili pregiati, gli splendidi quadri alle pareti, la fine porcellana su cui erano adagiate le uova al bacon ormai fredde, intatte. S, non le mancava nulla. Per ottenere quello che avevano il cammino era stato lungo e difficile, e adesso lei voleva buttare via tutto? Per una bottiglia di whisky? Max scosse la testa. Era inconcepibile.
Distolse lentamente lo sguardo dalla superficie lucida del tavolo da pranzo e dai vasi di fiori disposti tutt'attorno a regola d'arte.
La rabbia a poco a poco scomparve, lasciando il posto a una strana e inspiegabile tristezza. Allontan la sedia, si alz e usc dalla sala, avviandosi con passo pesante verso il suo studio. Rest un attimo sulla soglia a fissare gli oggetti disseminati per la stanza.
I libri, i pezzi preferiti della sua collezione d'arte, la bella scrivania che Angela aveva acquistato per lui anni addietro... Entr nello studio e si sedette. Apr il cassetto di sinistra dove, protetto da un panno bianco, c'era l'oggetto pi prezioso che possedeva: un orsacchiotto logoro e malconcio. Rimase a fissarlo, mentre la mente tornava al passato, perdendosi nei ricordi. Nel giro di pochi secondi ebbe la sensazione di ritrovarsi dove tutto aveva avuto inizio.
Quella mattina di settembre del 1939 faceva freddo. L'aria umida che si insinuava sotto i vestiti preannunciava la fine dell'estate.
Ma a nove anni, Markus Salzman non si preoccupava certo del freddo: c'erano altre cose pi urgenti che lo angustiavano.
Sua madre piangeva da giorni e nessuno riusciva a capire perch.
Suo padre, dopo essersene andato la settimana precedente, era improvvisamente ricomparso la sera prima, invecchiato di dieci anni. Markus era figlio unico: non aveva nessuno con cui condividere le sue angosce. Lotte, la governante che di solito era il suo punto di riferimento quando Mutti era arrabbiata o lontana, s'era chiusa in un ostinato silenzio. Stringeva le labbra in quel suo
modo tremendo e, a parte le frasi sussurrate tra i denti nei corridoi con il personale della cucina o con Joachim, il valletto del padre, non diceva una parola. Markus doveva cercare di capire da solo che cosa stesse succedendo. A parte la guerra, naturalmente.
Tutti ormai la davano per certa, era solo questione di giorni.
Lui l'aveva sentito stando rannicchiato dietro la porta del soggiorno la sera prima, quando il padre era tornato senza preavviso.
Nella stanza c'erano gli zii e un loro vicino di casa, l'amabile signor Finkelstein. Aveva colto solamente qualche frammento di una conversazione che non riusciva a capire - "Kindertransport",
"Eng/and", "Kultusgemeinde" - e aveva corrugato la fronte cercando di darle un senso. Ma prima che potesse mettere insieme i pezzi o almeno memorizzare quanto aveva udito per correre di sopra dalla madre e chiedere che cosa stesse succedendo, Lotte lo aveva scoperto e gli aveva ordinato di filare a letto.
Cos Markus, quella fredda mattina di settembre, mentre si infilava un paio di ruvide mutande di lana si stava domandando perch mai lo avessero convocato in soggiorno per dirgli di indossare indumenti pesanti. Non avrebbe tardato a scoprirlo.
Mutti non poteva - o non voleva - guardarlo. Suo padre era in piedi davanti alle eleganti finestre del salotto a scrutare qualcosa gi in strada. In un angolo della stanza la sua zia prediletta, Berthilde, piangeva sommessamente. Markus li aveva guardati a uno a uno, troppo sconvolto per parlare. Sarebbe andato via. In Inghilterra. Da solo. Si era lasciato scappare qualche frase del tipo:
"Voi non venite?", "Cosa farete?", "E Mutti?". Al che suo padre si era voltato per rispondergli in un tono che persino a Markus era sembrato forzato e di un'allegria innaturale. Ti seguiremo.
Presto. Naturalmente si trattava di una bugia.
Tutto era stato organizzato all'ultimo momento. Harald Salzman, grazie all'inaspettata cortesia di un cliente tedesco, era riuscito ad assicurarsi per il suo unico figlio un posto su uno degli ultimi treni Kindertransport che lasciavano la Germania diretti in Olanda e quindi a Harwick.
Markus Salzman aveva nove anni quando era giunto a wick il 6 settembre, tre giorni dopo lo scoppio della guerra. Ricordava poco dei saluti alla stazione, stipato in un vagone con altri duecento bambini terrorizzati e in lacrime, i grandi finestrini del treno tedesco abbassati per consentire ai genitori disperati di indugiare con un ultimo sguardo sui loro bambini prima che il convoglio si mettesse lentamente in moto. La Germania, le truppe radunate nel paesaggio autunnale, l'Olanda, il porto, la traversata...
tutto scivolava davanti ai suoi occhi indifferenti, lasciando poche impressioni destinate a durare. Era sbarcato in una giornata eccezionalmente limpida e soleggiata e aveva subito scoperto che la sua visione del mondo, l'esperienza che ne aveva fatto fino allora, non gli sarebbe servita in quel posto nuovo e sconosciuto.
Non sapeva una parola della lingua che sentiva. L'unica persona con cui aveva fatto amicizia durante la traversata della Manica era sparita praticamente appena erano arrivati. Una coppia matura era andata ad accoglierlo al treno - felice di vederlo - e la cosa era finita l. Markus era completamente solo. In una mano teneva una valigetta di pelle che la madre gli aveva preparato in tutta fretta e nell'altra Solly, il suo orsacchiotto spelacchiato che la zia Berthilde gli aveva passato a fatica attraverso il finestrino mentre il treno partiva. Non aveva denaro, nessun indirizzo, neanche il nome di una persona da cercare, solo un pezzetto di carta piegato che Mutti gli aveva detto di portare con s, a ogni costo, e la sua borsa. E Solly. Non abbiamo avuto tempo gli aveva urlato disperatamente il padre mentre la voce veniva portata via dal vento, coperta dal fischio che annunciava la partenza. Non siamo riusciti a pensare a tutto... c'era poco tempo... Era stata l'ultima volta che aveva sentito o visto i suoi genitori.
Aveva deciso di dimenticare. Sei anni nell'orfanotrofio di Neasden Lane, nella zona nord di Londra, vivendo in condizioni che conosceva solo attraverso le letture fatte a casa, a Dresda. Dall'ambiente ricco e raffinato in cui era vissuto, dove poteva avere tutto ci che voleva, era finito l. Aveva imparato cosa significasse
essere affamati, sentire un dolore sordo che tormentava senza sosta la bocca dello stomaco indipendentemente dalla quantit di cibo che, con qualche altro orfanello, riusciva a rubare dalle cucine la sera tardi; vivere al freddo, anche d'estate; chiudersi in se stesso e dimenticare tutto ci che era stato un tempo. Aveva appreso l'inglese in fretta e bene, deciso a cancellare dalla voce e dai modi qualunque traccia delle sue origini straniere. Era alto e bello, affascinante quando voleva, oppure arrogante e distaccato.
Era sveglio e perspicace, nonostante avesse interrotto gli studi e vivesse nell'incertezza della nuova condizione. Era diventato Max Sall e aveva seppellito Markus Salzman. Quando era prossimo a compiere i sedici anni, la guerra era finita da un anno e Max aveva capito che era ora di andarsene. Aveva lasciato l'orfanotrofio un piovoso luned mattina con la stessa valigia di pelle con cui era arrivato, una lettera di raccomandazione per Sainsbury's da parte di uno dei direttori, il pezzetto di carta che avvolgeva i tre diamanti grezzi che gli aveva dato sua madre e Solly, schiacciato da qualche parte tra gli unici calzoni decenti che possedeva e due paia di calzini.
Il suo primo impiego era stato pulire i pavimenti del reparto macelleria di Sainsbury's a Kentish Town. Era un lavoro faticoso e umile, ma a Max non importava. Qualunque cosa sarebbe stata meglio che rimanere al numero 24 di Neasden Lane. Aveva trovato un alloggio in Baird Street a Camden Town; una stanzetta nella soffitta con il bagno in comune sul pianerottolo di sotto.
La signora Mortimer, l'obesa e flaccida padrona di casa, l'aveva preso in simpatia e gli portava gli avanzi della cena quando lo vedeva arrivare la sera tardi, gli lavava e stirava l'unica camicia buona e alla domenica, quando il resto della famiglia era a messa, gli preparava addirittura la colazione. Max non era stupido. Aveva perso la verginit con lei una sera d'inverno mentre Arthur, il marito dall'aria bovina, ascoltava la radio e i bambini erano a letto. Si era dimostrata un'amante piena di entusiasmo, anche se piuttosto convenzionale: alla fine, dopo essersi sistemata i capelli e infilata la camicetta nella gonna, si era voltata per mandargli un bacio. Max aveva guardato da un'altra parte. Non sopportava quei piccoli gesti d'affetto. Aveva avuto quello che voleva, no?
E lui pure, in un certo senso. Ormai era un uomo. Pi o meno.
Quando lei era sparita gi per le scale, lui era rimasto a letto a fumare e a pensare alla mossa successiva. I soldi. Erano quelli il punto, il nocciolo della questione. Soldi per uscire da l, per entrare nel mondo, per farcela. Voleva sentire il tintinnio della squisita porcellana cinese sul tavolo da pranzo, mangiare cibi che altri avevano preparato con cura, sollevare il coperchio di una zuppiera colma di minestra e lasciar sprigionare nell'aria il profumo di carne, verdure e spezie. Voleva dormire su un materasso rigido con lenzuola fresche di bucato e passare le giornate facendo qualcosa che non fosse pulire sangue e budella guardando il signor Henderson, il macellaio, che tagliava pezzi di carne e accartocciava salsicce per le massaie affamate che aspettavano pazientemente il loro turno. Poi aveva spento la sigaretta e si era girato sulla schiena, fissando il soffitto.

2
Becky guard il viso cupo e infelice di Amber sforzandosi inutilmente di trovare qualcosa da dire per farla sorridere. Non le venne in mente nulla. Era sconvolta quanto l'amica. Andare via?
Per sei settimane? Non poteva crederci. Amber si sarebbe persa la festa per i quattordici anni di Becky, e pure tutti gli appuntamenti di fine trimestre che avevano programmato da tempo.
Afferr con rabbia il piumone chiedendosi come avrebbe fatto.
Loro due erano inseparabili fin dal giorno in cui, dieci anni prima, Amber l'aveva difesa all'asilo. Un compagno aveva tirato i codini di Becky, apostrofandola in modo terribile. Amber era balzata in piedi, aveva inciampato nei banchi di plastica e l'aveva colpito con tale forza da farlo piangere. Per quella dimostrazione di aggressivit era stata sospesa, ma si era guadagnata l'ammirazione e l'affetto incondizionati di Becky. In cambio, Becky aveva offerto ad Amber un'amicizia strettissima, come a una sorella, e una compagnia che nella fredda e solitria casa di Holland Park la bambina non aveva mai avuto.
Al sicuro nella stanza di Becky, a giocare per ore e poi a chiacchierare o a passeggiare, a pattinare o a guardare le vetrine e parlare di ragazzi, Amber si sentiva normale, parte di una famiglia normale, come chiunque altro. Il grande pregio di Becky, dal suo punto di vista, era il fatto di essere equilibrata: non lunatica come Max, non burbera come Kieran e non cocciuta come Angela.
Becky era sempre la stessa: allegra, generosa di affetto e tempo e pronta a fare ci che Amber voleva. Loro due si compensavano alla perfezione. Andavano una a casa dell'altra anche se, da quando le sbornie di Angela erano diventate pi frequenti, Amber inventava qualche scusa per recarsi da Becky dopo la scuola e non viceversa. Soprattutto dopo quella volta in cui si erano infilate nel guardaroba di Angela per travestirsi, scegliendo tra centinaia di abiti ancora appesi nelle loro custodie di plastica, e avevano trovato la madre di Amber ciondolante come una bambola di pezza, con un bicchiere di whisky vuoto in mano, che stringeva affannosamente al petto un fazzoletto di carta e dei vestiti nuovi. Cercava di consolarsi, aveva mormorato mangiandosi le parole. Tutti i vestiti nuovi. Cos belli puliti...
Amber aveva preso l'amica per mano e l'aveva trascinata di corsa fino al portone di casa sua, dove aveva suonato il campanello una decina di volte prima che la madre di Becky venisse ad aprire.
Possiamo... Vuoi andare per negozi? chiese Becky esitante.
A far che?
Be', potresti comprare qualche vestito e altre cose... per il viaggio a Roma sugger Becky cercando, per una volta, di essere pratica.
Non ho bisogno di un bel niente ribatt Amber, rabbiosa.
Lo so, ma... insomma, non possiamo starcene qui sedute tutto il pomeriggio.
Io invece posso. Amber era decisamente di malumore.
Becky sospir. Sapeva cosa volesse dire discutere con l'amica quando aveva la luna storta. A volte, rifletteva, Amber era proprio come suo padre. Non glielo avrebbe mai detto, comunque.
Amber sarebbe stata capace di scavalcare il letto e di picchiarla.
C'era qualcosa nel pap di Amber, Max, che terrorizzava Becky.
Era il padre meno affettuoso che avesse mai conosciuto. Avr avuto anche un bell'aspetto - alto, elegante, affascinante -, ed era ricco e famoso e tutto il resto, ma comunque era cos distante e inavvicinabile che, sempre ammesso che si accorgesse di te,
non sapevi mai cosa ti avrebbe detto. Sebbene in confronto a Max il padre di Becky sembrasse del tutto insignificante, lei era alquanto sollevata di avere un pap un po' distratto e noioso, a cui doveva sempre ricordare chi fossero gli Osmond Brothers e perch lei, del gruppo, preferisse Donny. Se non altro non doveva pensare ogni volta a cosa dirgli prima di aprire bocca. Scrut Amber, un po' a disagio, poi le giunse la voce della madre che le chiamava: aveva preparato dei biscotti di cioccolato e nocciole da accompagnare a una tazza di t... ne volevano?

Due portoni pi avanti, dall'altra parte della strada, nel suo elegante e ampio appartamento, Angela Sall sollev la fiaschetta d'argento e vers le ultime gocce di brandy nella tazza da t vuota. Poi si guard attorno. La sala era immacolata e silenziosa.
Krystyna aveva comprato un grande mazzo di rose rosse dal fiorista all'angolo. Erano in un vaso di cristallo sul tavolino di mogano di fronte a lei e i loro petali costituivano l'unica macchia di colore in quello spazio bianco e tranquillo. Lo stato d'animo di Angela era pi vicino a quei fiori, alla loro presenza rossa e sanguinante che non alla serenit bianca e asettica che la circondava.
L'arredamento del piano di sopra, dove lei trascorreva la maggior parte del tempo, era stato scelto da Max. Rimase immobile, con la mano sospesa sul piccolo campanello d'argento con cui era solita chiamare il personale. Aveva bisogno di un bis, di un piccolo sostegno che l'aiutasse a passare il tempo in quel pomeriggio lungo e noioso. Non aveva idea di quando suo marito sarebbe tornato. In quei giorni, riflett con tristezza, le sembrava di non sapere niente. Ma non era sempre stato cos. A differenza di Max, che di certo non avrebbe sprecato un solo secondo ripensando al passato, lei ricordava tutto. Ogni singolo, piccolo, prezioso dettaglio. Rammentava con precisione la prima volta che aveva messo gli occhi su Max, nella casa di campagna dei suoi nel Wiltshire, il giorno in cui era uscito il primo singolo dei Be- atles, Love Me Do, Era stato il 5 ottobre del 1962. Se lo ricordava perch, mentre ballava in cucina al suono della radio con sua sorella, Mary Ann, la porta di servizio si era aperta ed era entrato un uomo alto e bello, con un berretto con la visiera in mano.
Era l'autista di Lord Sainsbury, le aveva rivelato la signora Barnbridge, la cuoca. Lei e Mary Ann avevano smesso di ballare, ridacchiando nervosamente mentre la Bambridge faceva accomodare il giovanotto nella sala da t in fondo alla cucina.
Rammentava gli occhi scurissimi del giovane che si posavano su di lei e la reazione di sua sorella, che le aveva dato una gomitata intimandole di smetterla di fissarlo. Quella sera a cena con Lord Sainsbury e sua moglie, lo sguardo di Angela non aveva abbandonato la cucina dove Max era questo il nome del giovanotto stava cenando con la signora Bambridge e il macellaio del padre. Si sarebbero fermati a dormire. Aveva udito la madre dare istruzioni alla cameriera perch preparasse la stanza Blu per gli ospiti e la piccola camera sopra la cucina per l'autista. Ignorando lo sguardo allarmato della sorella, dopo cena era uscita, apparentemente per fare un giro in giardino ma in realt per guardare oltre il prato verso la cucina, nel caso Max comparisse.
Aveva sedici anni. Era carina, ricca, cresciuta sotto una campana di vetro. Non era mai stata corteggiata e nemmeno baciata.
Be', non come si deve. Non nel modo in cui le sarebbe piaciuto.
Non vedeva l'ora di fuggire dall'ambiente soffocante in cui vivevano i suoi genitori, Lord e Lady Weymouth, per entrare in quello che lei chiamava "il mondo reale" Londra, la grande metropoli -, incontrare la gente e vedere i posti che aveva sentito descrivere alla radio e visto in televisione. Era convinta di assomigliare un po' a una modella che aveva ammirato una volta sulla copertina di "Vogue", all'edicola, Jean Shrimpton, e bench sua madre non le avrebbe mai nemmeno permesso di comprare la rivista, Angela passava ore a cercare di cotonarsi i capelli come lei e a cena si metteva di nascosto il rossetto rosa pallido.
Angela? La voce della madre aveva risuonato in giardino.
La ragazza si era voltata sentendosi in colpa. Si sta facendo tardi le aveva urlato. Torna dentro prima che diventi buio.
Arrivo!  aveva gridato Angela. Sto dando da mangiare alle
papere. Si era lasciata scappare una risatina. Le papere? Non aveva mai mostrato il minimo interesse per loro. Facevano semplicemente parte del paesaggio, erano un elemento necessario della vita di campagna che secondo suo padre un uomo nella sua posizione avrebbe dovuto apprezzare. Aveva sospirato. Ecco il punto, il problema della sua vita e di quella di tutti loro. I suoi genitori.
Le cose che ritenevano di dover fare piuttosto che quelle che volevano fare. Era sicura che sua madre odiasse la campagna e quella enorme casa piena di spifferi. Detestava girare con gli stivaloni di gomma e i capelli pettinati con cura nascosti sotto una sciarpa. Avrebbe preferito senz'altro passare tutti i weekend a Londra, nella loro residenza di Kensington, insieme agli amici appassionati di bridge, a spettegolare e bere t corretto col gin. Angela conosceva a menadito quegli interminabili pomeriggi e li detestava quasi quanto quelli altrettanto lunghi e noiosi che trascorrevano riuniti davanti al caminetto nel soggiorno di Haddon Hall.
Buonasera. Una voce maschile aveva interrotto i suoi pensieri lasciandola quasi a bocca aperta. Era lui! Max, l'autista dei Sainsbury, al di l della siepe.
Oddio, mi ha fatto spaventare! aveva esclamato quasi senza fiato, cercando di vederlo in faccia nell'oscurit della sera.
Mi scusi. L'ho sentita dire che sarebbe andata a dar da mangiare alle papere aveva ribattuto lui facendosi avanti.
S, s. Sono laggi, vicino allo stagno. Ci stavo proprio andando.
Ma con che cosa pensa di sfamarle? aveva chiesto Max guardandole con un leggero sorriso le mani vuote.
Angela era arrossita. Oh, avevo... avevo del pane... devo averlo lasciato da qualche parte. In cucina aveva farfugliato.
Certo.
Sembrava intenzionato a prenderla in giro. Lei aveva abbassato lo sguardo senza sapere cosa dire. Il modo in cui la scrutava la metteva in imbarazzo. Prima di allora, nessuno l'aveva mai guardata cos. Intensamente, con interesse, o almeno cos le sembrava. Era abituata alla riservatezza del padre, al suo modo di rvolgersi alla moglie e alle due figlie come se fossero un unico essere, le sue tre donne riunite in una.
Su, andiamo insieme. Magari strada facendo troveremo qualcosa da dare alle papere.
Angela aveva alzato gli occhi, facendo un gesto d'assenso. Le piaceva il suo modo di parlare: Max aveva una voce educata e gentile, non come il resto del personale di Haddon Hall. Di fatto, era difficile credere che fosse quello che sua madre avrebbe definito un "aiuto". Non aveva mai incontrato uno come lui. Aveva un non so che di meraviglioso, d'intenso e vivo; a giudicare dall'aspetto e dai modi si sarebbe quasi detto che non gli importasse di quello che pensavano gli altri, e la cosa le andava a genio.
Secondo Angela, chiunque avrebbe dovuto comportarsi cos.
Aveva infilato una mano sotto il braccio che lui le stava offrendo e gi a quel primo contatto fisico si era sentita ardere. Aveva alzato gli occhi sorridendo. Max. Stargli accanto era la cosa che pi desiderava al mondo.

3
Madeleine Szabo guard le due ragazzine che camminavano lentamente per la strada fermandosi qua e l davanti alle vetrine dei negozi di lusso. Le segu tenendosi a una certa distanza, trascinando sul marciapiede le cinghie della cartella. Stava pensando quanto le sarebbe piaciuto avere un'amica del cuore con cui tornare da scuola e fermarsi ad ammirare qualche vestito o un paio di scarpe. Osserv le sue orribili scarpacce: qualcuno le aveva date a sua madre e lei subito le aveva passate a Madeleine. Fece una smorfia. Le erano troppo grandi e i piedi ci ballavano dentro come l'acqua in un secchio. Alz lo sguardo ma le due amiche erano sparite in uno dei negozi. Madeleine si ferm e diede un'occhiata all'orologio. Erano quasi le cinque, sua madre la stava sicuramente aspettando perch le desse una mano a preparare la cena. Sarebbe dovuta andare nella direzione opposta, rinunciando a seguire le due allieve della Radcliffe - la scuola privata all'angolo della strada - le "arrapanti Cliffy", come le apostrofavano i ragazzi che frequentavano l'istituto di Madeleine dal piano superiore dell'autobus numero 15. Le fanciulle, di fronte alle avance dei rozzi e disgustosi ragazzi del King George, l'enorme, orribile scuola pubblica in fondo alla strada che Madeleine frequentava
- anzi, era obbligata a frequentare -, si limitavano a scuotere le lunghe chiome lucide e a storcere il naso.
Non le stava seguendo, si disse per consolarsi mentre riprendeva il cammino in senso opposto, le era semplicemente accaduto di percorrere lo stesso tratto di strada. Le trovava affascinanti: l'una alta e slanciata, con folti riccioli neri e occhi azzurri, l'altra pi piccola, con lunghi capelli rossi e lisci, piena di lentiggini...
Chiss come si chiamavano. Ammirava le loro divise, con la gonna rosso cupo, la maglietta bianca e la giacca verde scuro in inverno, sostituita in estate dalla camicia verde chiaro a maniche corte. Madeleine avrebbe desiderato indossare una divisa vera, ma nella sua scuola vigeva la semplice regola della "camicia liscia e gonna scura" che nessuno in realt seguiva. L'uniforme le avrebbe risparmiato l'imbarazzo di dover scegliere ogni mattina qualcosa da indossare tra una variet di capi sempre pi ristretta.
"E perch, poi?" si chiedeva furibonda tutti i giorni. Perch stava ingrassando. Perch mangiava troppo. Perch detestava la sua scuola e la gente che la frequentava. Odiava essere "la diversa", la straniera, la ragazzina con quell'accento di cui, nonostante tutti i suoi sforzi, non riusciva a liberarsi, con i vestiti strambi e i genitori che non sapevano l'inglese. Si volt un'ultima volta e vide che le due ragazze erano uscite da un negozio, ciascuna con un sacchetto in mano. Oltretutto avevano pure i soldi per comprarsi delle cose, pens Madeleine depressa. Un altro aspetto che odiava della sua vita: i suoi erano poveri. Non in assoluto.
Possedevano il denaro sufficiente per lo stretto necessario, napi adag, in ungherese, la loro lingua. Abbastanza per assicurare un tetto, del cibo e qualche vestito a tutti e tre: Imre, il padre, Maja, la madre, e lei. Madeleine cercava di non dare a vedere quanto odiasse indossare gli abiti smessi che i clienti di Maja, i proprietari delle case dove la madre faceva le pulizie, le davano regolarmente. Soprattutto le signore, che vedendo la figlia della loro donna di servizio esclamavano sbalordite quanto fosse carina con quei lunghi capelli biondo cenere, gli occhi scuri con le ciglia lunghe e nere e gli zigomi alti. Madeleine aveva smesso di accompagnare la madre al lavoro, quando aveva del tempo libero, dopo che una di loro, un giorno, aveva commentato che la bambina stava crescendo in fretta. Quanti anni aveva? Tredici?
Si sarebbe detto almeno diciotto, con il seno cos sviluppato e gli occhi gonfi, come assonnati. Madeleine si era voltata dall'altra parte col viso in fiamme per la rabbia e la vergogna. Non era colpa sua se il seno era improvvisamente aumentato. Non poteva farci niente, anzi. Teneva quasi sempre le mani sul petto nella speranza che gli uomini alla fermata dell'autobus o dietro al bancone del droghiere la smettessero di guardarla in quel modo.
Li odiava. In realt non c'erano molte cose della sua vita e del suo ambiente che le piacessero, a parte i libri. Adorava i libri.
Erano la sua va di fuga. Leggeva qualsiasi cosa le capitasse tra le mani, in ungherese o in inglese. Conosceva ogni riga dei pochi volumi che i suoi genitori avevano portato con s quando erano scappati in Occidente e di quelli che aveva trovato in casa dei loro amici ungheresi a Londra. Erano poca cosa, comunque.
Aveva divorato i libri della biblioteca scolastica e di quella pubblica, che si trovava in fondo alla via. La madre stava perdendo la speranza di poter soddisfare il desiderio di conoscenza della figlia, allorch una delle sue clienti, una signora anziana con una casa zeppa di volumi, aveva invitato Madeleine a prendere in prestito qualunque libro la incuriosisse. In casa della signora Jameson c' di che tenere occupata Madeleine per i prossimi tre anni aveva detto eccitata Maja una sera al marito. Era stato un sollievo per entrambi. Per loro era motivo di dolore e vergogna il fatto di non essere riusciti a trovare le opportunit che si aspettavano, e desideravano offrire alla loro unica figlia i vantaggi che a loro erano stati negati. Maja Szabo, un tempo autrice di libri per ragazzi e adesso donna delle pulizie a ore, non era cos sicura di aver fatto la scelta giusta. A volte, quando aveva abbastanza energia e voglia di riflettere, la vita che si era lasciata alle spalle a Budapest le sembrava di gran lunga migliore di quella che conduceva adesso. Tuttava si concedeva raramente questi pensieri: se l'avesse fatto sarebbe impazzita.

4
Paola Rossi, una Ragazzina di dieci anni, lasci sbattere con tale violenza la porta dietro di s che i vetri delle finestre tremarono.
Corse lungo il corridoio pavimentato in marmo fino in camera sua, spalanc l'uscio e si butt sul letto, tirando pugni sul copriletto di seta. Era furibonda. La sua sorellastra sarebbe stata ospite a casa loro per sei settimane - un'eternit - e a lei era stato negato il permesso di andare in Sardegna con la sua amica del cuore, Daniela, e la sua famiglia. Non poteva essere vero! Affond il viso nei morbidi cuscini bianchi e lanci un urlo di disperazione.
Poi ud bussare alla porta: era sua madre.
Paola, tesoro... esord Francesca.
Vattene! grid la bambina con la voce attutita dal cuscino.
Ci fu un attimo di silenzio. Paola si gir sulla pancia sempre abbracciando il cuscino e pens a quanto fosse ingiusta la vita.
Odiava Amber, semplicemente. Non solo perch aveva quattro anni pi di lei e Max continuava a ripetere che era pi brava, o perch Amber era la figlia "vera", quella la cui madre era sposata con Max, mentre Francesca, come tutti sapevano, era soltanto la sua amante. Per quanto Paola si rendesse conto che una tale distinzione era importante, la realt era che non sopportava l'idea di dividere Max con nessuno. Adorava suo padre in modo assoluto e incondizionato. Per lei, al mondo non esisteva un altro uomo cos bello, forte, ricco, spiritoso e meraviglioso. Sua madre
talvolta insinuava, seppure con delicatezza, che anche Max aveva i suoi difetti, ma l'adorazione di Paola era incrollabile. L'unico neo di Max, aveva dichiarato un giorno a Francesca che la stava a sentire un po' preoccupata, era la presenza dell'altra famiglia: Angela, Amber e Kieran. Se non fosse stato per loro, Max le sarebbe apparso perfetto. Senza di loro, ripeteva spesso, lei avrebbe avuto una vita perfetta. Sarebbe stata al centro dell'universo del padre, non solo l'appendice di un weekend. Francesca non ribatteva, ma sotto sotto era piuttosto allarmata.
Paola ricacci indietro un altro singhiozzo. Al pensiero che Amber stava arrivando e si sarebbe fermata, lanci un altro urlo di disperazione.
Francesca entr nel soggiorno dell'ampio ed elegante appartamento in via San Giacomo, in pieno centro a Roma, che Max aveva comprato per lei e naturalmente per Paola. Non sapeva ancora bene che cosa fare. Lui le aveva telefonato quella mattina per comunicarle la sua richiesta - o, per meglio dire, il suo ordine - e Francesca non aveva potuto obiettare. Amber sarebbe andata a passare sei lunghe settimane a Roma e lei e Paola avrebbero dovuto accoglierla con ogni riguardo. Attravers la stanza e and a sedersi in uno dei pallidi divani di seta mordendosi nervosamente un labbro. Non vedeva l'ora di spedire Paola in Sardegna con le sue compagne di scuola per avere qualche giorno Max tutto per s, e invece doveva occuparsi di sua figlia. Come se non fosse gi abbastanza seccante sopportare la moglie. Cerc le sigarette.
Signora? Bella, la loro graziosa domestica, si affacci alla porta. Preparo il pesce per stasera?
Francesca aggrott le sopracciglia. Maledizione! Si era quasi dimenticata di avere ospiti a cena. Guard l'orologio e vide che erano quasi le cinque. Le restava giusto il tempo di fare una scappata da Marco, il suo parrucchiere, per uno shampoo e la messa in piega... Controvoglia, depose l'accendino e la sigaretta. S, la coda di rospo. Cucinala come l'altro weekend... sai, al vapore, con le linguine e un'insalata. Una cosa semplice, eh?
Bella annu e si allontan, richiudendo la porta dietro di s.
Francesca si alz, gettando una rapida e severa occhiata allo specchio.
Era in forma. Come sempre. L'irritazione per la faccenda di Max non aveva lasciato traccia sui lineamenti perfetti: capelli castani che le ricadevano sulle spalle, folti e lucidi, occhi scuri e profondi, viso a forma di cuore e labbra piene e sensuali. Si esamin. Il volto e il corpo di Francesca Rossi erano la sua fortuna
- era all'aspetto fisico che doveva la sua posizione sociale e il delizioso appartamento a Roma -, e lei aveva intenzione di fare in modo che le cose continuassero cos. Max non nutriva alcun sospetto che Francesca l'avesse adocchiato molto prima che lui posasse lo sguardo su di lei. N che il rapido ed eccitante incontro nella toilette deserta dell'albergo fosse stato un'idea di Francesca, pianificato fin da quando l'aveva visto prendere posto in prima classe sul volo Alitalia diretto a Londra.
Francesca aveva diciannove anni, allora, e veniva da un paesino alle porte di Pescara. Era affascinante e ambiziosa e, come tutte le belle ragazze di provincia, sognava una vita migliore. Aveva rispolverato il suo francese, si era impegnata per migliorare l'inglese e nel 1964 aveva cominciato a lavorare come hostess. Tirando su la lampo della sua raffinata divisa verde disegnata dalle Sorelle Fontana con l'elegante gonna lunga e il vezzoso cappellino, aveva capito di aver trovato il modo per realizzare i suoi sogni.
A quei tempi, quelli che contavano volavano con Alitalia. Le era capitato di servire Sofia Loren, Jean-Paul Belmondo, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni... persino la divina Brigitte Bar- dot. Nel '67, l'anno in cui aveva notato Max Sall nella sala delle partenze del nuovissimo aeroporto intercontinentale di Fiumicino, uomini d'affari, assi dello sport, personaggi ricchi e famosi solcavano il cielo quotidianamente. Francesca lo aveva riconosciuto: la sua faccia era stata sulla copertina di "Time" qualche mese prima. Era un giovane e dinamico uomo d'affari che, partito dal nulla, era arrivato ai vertici della societ londinese grazie al matrimonio con la graziosa figlia minore di un certo lord inglese. Tutti i giornali ne avevano parlato. I genitori della ragazza si erano strenuamente opposti alle nozze e Francesca ricordava di aver visto delle foto della madre, una certa lady, quasi in lacrime nella cappella dove si era svolta la cerimonia. Lei aveva notato Max Sall un paio di volte all'aeroporto, intento a imbarcarsi o a scendere da una macchina con autista. Camminava sempre cos in fretta da lasciarsi dietro una scia di uomini e donne che cercavano affannosamente di stargli al passo. Era tanto affascinante quanto ricco. Quel giorno, quando lo aveva veduto calcare la passerella, aveva preso una decisione fulminea. Sapeva di non voler fare la fine di molte sue amiche, relegate al ruolo di amanti di qualche non pi giovanissimo pilota dongiovanni, a malapena in grado di mantenere una famiglia, figuriamoci due. No, lei voleva molto di pi. Doveva solo fare in modo che, al termine delle due ore di volo fino a Londra, lui sapesse chi fosse lei. E che non la dimenticasse.
Francesca aveva ottenuto quello che desiderava. E non era stato per via dell'esplosivo tte--tte nel bagno delle signore, checch ne dicesse sua madre. Paola non era stata programmata, Francesca non aveva voluto incastrare Max. No, Paola era stata un incidente. Per quanto, pensava in quel momento guardandosi allo specchio nel suo bell'appartamento, si fosse rivelato un felice incidente: Max non si sarebbe mai sognato di lasciarla, almeno non adesso. Aveva un senso del dovere un po' antiquato, specie se erano coinvolti i suoi figli. Dimostrava un istinto tribale nel desiderio di avere i suoi cuccioli attorno a s, infischiandosene di quel che diceva la gente, compresa sua moglie. Francesca sapeva che la notizia della "figlia dell'amore", come all'epoca i giornali avevano chiamato Paola, era probabilmente all'origine del disagio fin troppo evidente di Angela Weymouth. A volte, quella donna le faceva quasi pena. Povera sciocca. Non lo capiva?
Come poteva pensare di tenersi stretto un uomo come Max?
La "rosa inglese", l'aveva definita la stampa italiana, con i suoi capelli chiarissimi e l'esile figura indicibilmente magra... Non si rendeva conto che Max avrebbe cercato qualcos'altro? Lui non
voleva una rosa inglese: aveva bisogno di una donna sensuale, focosa, appassionata, proprio come lui. Francesca ne era certa. Insomma, quasi certa. A volte le domande della figlia di dieci anni la innervosivano. "Perch non ti sposa, mamma? Perch no?"
Francesca scosse rapidamente la testa come per allontanare i ricordi, sorrise alla sua immagine riflessa e afferr l'inseparabile borsa di pelle nera. Passando davanti alla stanza della figlia, gett un'occhiata alla porta chiusa e prosegu lungo il corridoio. A Paola sarebbe passata. Succedeva ogni volta. "Lasciamo che si sfoghi con un bel pianto e metta il muso per un'oretta." Poi Francesca avrebbe chiesto a Bella di preparare il dolce preferito della bambina, banana flamb e gelato alla vaniglia per un bel dopo cena. Infine Paola sarebbe venuta in salotto per salutare gli ospiti di Francesca. A Paola era sempre piaciuto stare in mezzo agli invitati che le si affannavano intorno per dirle come fosse carina e quanto assomigliasse alla sua mamma. Questo le avrebbe fatto tornare il buonumore. Apr il portone e usc.

5
Il volo di Amber diretto a Fiumicino per fortuna era vuoto. Lei si sedette con aria impettita al suo posto in business class cercando di non pensare alle sei settimane che l'aspettavano. Lasciare la sua casa era stato terribile. Kieran non si era nemmeno preso il disturbo di andare a salutarla. Era furibondo all'idea di restare solo e per giorni si era comportato in modo freddo e distaccato.
Lei lo aveva supplicato: non era colpa sua, l'idea era stata di Max. Ti prego, Kieran, non prendertela con me gli aveva detto tra le lacrime, ma lui l'aveva ignorata ed era andato a raggiungere i suoi amici. Amber non aveva potuto fare altro che fissarlo sconsolata mentre si allontanava.
Si volt a guardare dal finestrino. Erano in fase di atterraggio e Roma si stendeva sotto di loro in tutto il suo splendore. Gli edifici erano pericolosamente vicini e, viste attraverso l'obl, le strade e le macchine apparivano deformate. Pochi minuti dopo, con un leggero sobbalzo, l'aereo tocc terra.
Signore e signori, benvenuti a Roma. La voce del comandante risuon dagli altoparlanti mentre l'apparecchio si avvicinava all'area di parcheggio. Le porte vennero aperte da hostess sorridenti che Amber non pot fare a meno di fissare. Quella strega di Francesca non era forse stata una di loro? Si ferm in cima alla scaletta, accecata dalla luce mediterranea. Il clima era caldo e secco. Scese i gradini, sferzata da getti di aria bollente mentre i
motori si spegnevano e il rumore cessava. Poi attravers la piazzola asfaltata, a testa bassa, gli occhi fissi sui piedi, cercando di non guardarsi attorno. Gli uccellini cinguettavano, l'aria odorava di lavanda e mimosa e, in lontananza, si udiva il suono di migliaia di clacson. Si sforz di non pensare a quel che l'attendeva.
Ad aspettarla, nella sala degli arrivi, c'era un autista con un cartello su cui era scarabocchiato il suo nome. Alz timidamente la mano, sollevata per il fatto che Francesca non fosse l, e dopo essersi infilata sul sedile posteriore della macchina posteggiata fuori, estrasse velocemente un libro dalla borsa. Voleva evitare di dover parlare con qualcuno, men che meno con l'autista di Francesca.
Uscirono dal parcheggio dell'aeroporto e si avviarono verso il centro. Erano da poco passate le sei e il sole stava calando; presto il crepuscolo sarebbe sceso sui colli che circondavano la citt.
Mezz'ora pi tardi si fermarono davanti a un imponente palazzo con la facciata in pietra, in centro. Amber alz gli occhi sul portico d'ingresso decorato, con lo stomaco in subbuglio. Era la prima volta che vedeva la casa di Francesca. Fatta eccezione per due estati terribili la prima quando aveva sette anni e l'altra due anni prima, quando ne aveva dodici -, per sua fortuna non aveva mai trascorso pi di un pomeriggio in compagnia di Francesca o di Paola. Per Amber era gi abbastanza seccante che tutti sapessero della loro esistenza; non era obbligata a farsele piacere o addirittura a frequentarle.
Apr la portiera e scese dall'auto. Dopo che il suo bagaglio fu scaricato, il pesante portone di ferro battuto si apr con un ronzio e lei si ferm di fronte a un gelido atrio di marmo, aspettando nervosamente l'arrivo del nemico.
Buonasera, Amber. La voce roca e cantilenante di Francesca risuon nell'ingresso.
Amber si volt verso di lei e not che non era per nulla cambiata: la stessa figura esile e abbronzata, vestita di bianco immacolato con gioielli che mandavano bagliori a ogni movimento, i lucenti capelli castani che le lambivano le spalle, il viso sapientemente truccato... S, Francesca era sempre la stessa.
Hai fatto un buon volo? chiese cercando inutilmente di allontanare con la mano il fumo che le aveva appena sbuffato in faccia.
Amber assent debolmente e la segu all'interno. Francesca si stava comportando educatamente. L'ultima volta che si erano viste, aveva sbraitato con lei e Kieran insultandoli in italiano e dicendo a Max che non voleva pi vedere le loro odiose facce.
Mentre Amber continuava a seguire i vertiginosi tacchi alti che ticchettavano sul lungo e freddo corridoio, l'autista le tallonava con i bagagli. Quando Francesca sbuff un'altra nuvola di fumo nella sua direzione, lei toss con violenza e raccolse il suo invito a seguirla di sopra. Di Paola nessuna traccia.
Francesca si ferm di fronte a una delle stanze che si affacciavano sul corridoio. Ho pensato che questa camera ti piacer le disse aprendo la porta. Puoi riposarti un po' prima di cambiarti per la cena. Stasera saremo in sei.
Senza volerlo, Amber strabuzz gli occhi. Era una bella stanza: accogliente, col pavimento in cotto, le pareti giallo pallido e tende bianche drappeggiate alle finestre. Sul tavolo da toeletta era stata sistemata una ciotola con delle pesche: il loro profumo invitante e delicato pervadeva l'aria. Si volt per mormorare un ringraziamento ma Francesca era gi sparita. And alla finestra, tir le tende e si affacci lasciando che la tiepida brezza della sera le accarezzasse il viso e il collo. Le automobili si facevano largo tra i pedoni, i ciclomotori producevano il tipico suono metallico che, secondo Amber, rappresentava la quintessenza dell'Italia.
I clacson suonavano, la gente rideva... era strano trovarsi nel cuore di una citt come quella. Non c'era la tranquilla austerit di Holland Park e nemmeno la rumorosa frenesia di Ladbro- ke Grove. Si sarebbe detto che i romani considerassero la strada un prolungamento del loro salotto. In fondo alla via, a qualche metro di distanza, c'erano bar e gelaterie, piccoli negozi da dove la gente entrava e usciva. Erano tutti abbronzati e indossavano abiti leggeri. Con la gonna di lana e il maglione, Amber si sentiva troppo coperta e cos inglese, "C' un non so che nel modo di vestire delle donne italiane..." Subito concluse che non c'era
niente che le piacesse nelle donne italiane. Si volt e fiss mestamente la valigia. Che cosa le aveva detto Francesca? Di vestirsi per la cena. Si chiese perch mai avrebbe dovuto cambiarsi.
A Paola bast un secondo per notare che, nei due anni in cui non si erano viste, la sua sorellastra era cresciuta di statura e sembrava anche pi carina. A dire la verit non se la ricordava molto bene. Alta, abbronzata, non era bella come lei, per fortuna. Paola era sempre pronta a vantarsi e a mettersi in mostra. Tuttavia, la ragazza che le stava di fronte, slanciata, snella senza essere pelle e ossa e gi a dieci anni Paola capiva la differenza non disse nulla, nemmeno "ciao". Le due si fissarono senza sognarsi di cedere il passo. Non avrebbero potuto essere pi diverse. Amber indossava una gonna a pieghe da scolaretta, una semplice camicia di cotone, le calzine immacolate e i sandali, e aveva i capelli raccolti in una coda di cavallo. Paola la fiss chiedendosi perch portasse le calze in estate. Lei sfoggiava un abito bianco di cotone aderente con graziosi bottoni e dei nastri nei lunghi capelli neri che sembravano di seta. Aveva un'aria molto pi sofisticata e adulta di quell'imbecille che le stava di fronte. Be', d'altra parte era inglese. Francesca l'aveva avvertita.
Dall'altra parte della stanza, Francesca teneva nervosamente d'occhio la situazione mentre chiacchierava con due amiche, Maria Luisa Tenone e Manuela di Gervase, entrambe amanti di noti uomini politici locali e quindi votate alla "Causa". Le donne, tutte e tre belle, avevano un passato simile e gli stessi interessi da perseguire.
Francesca pensava spesso che senza di loro sarebbe potuta impazzire. In tempi come quelli, si diceva guardando il visino tirato di Amber, una aveva bisogno di tutto il supporto possibile.
Diavolo d'un Max! Perch doveva sempre fare tutto a modo suo?
Amber, vuoi un po' di vino? chiese Maria Luisa avvicinandosi al divano dov'erano sedute le ragazze, impegnate a ignorarsi a vicenda.
No, non bevo rispose lei sgarbatamente.
Maria Luisa torn da Francesca aggrottando impercettibilmente le sopracciglia. Francesca si strinse nelle spalle e suon il campanello per chiamare Bella. Era arrivato il momento di servire la cena. Prima quelle ragazzine imbronciate andavano a letto, meglio era. Fece accomodare gli ospiti a tavola.
Seduta accanto all'elegantissima Manuela, Amber osservava la faccia scura di Paola e il modo in cui scrutava gelosamente la madre, volgendo lo sguardo nella sua direzione. Che sollievo vedere che era seccata quanto lei! L'incontro l'aveva colta alla sprovvista: Paola era vestita in maniera quasi identica a sua madre.
Amber sarebbe morta piuttosto che indossare qualcosa di Angela.
In attesa che venisse servita la prima portata, si guard attorno.
Quell'ambiente era molto diverso da casa sua. Nell'appartamento, costoso e ricercato, ogni oggetto era di buongusto, del tipo "guardare e non toccare". Anche loro possedevano cose di valore, ma funzionali: Amber non era abituata a quel genere di lusso, austero e ricercato. A casa sua i divani erano fatti per sdraiarsi a guardare la tiv, c'erano giradischi e radio in ogni stanza, e anche dei libri. L, invece, ovunque girasse gli occhi c'erano quadri d'autore e rigide sedie ricoperte di una pallida stoffa lucida che davano l'impressione di non essere mai state usate. Il tavolo da pranzo era in marmo e aveva un aspetto freddo, non come quello enorme in legno di quercia che c'era nella loro cucina.
E la cameriera - le sembrava che si chiamasse Bella - non aveva niente a che vedere con la signora Dewhurst o con Krystyna.
Assomigliava pi a una modella che a una domestica. I convitati, per fortuna di Amber, dialogavano tra loro in italiano: Manuela conosceva solo poche parole d'inglese e Maria Luisa non andava oltre le solite frasi di cortesia: "Vuoi del vino?", "Come stai?", "Ti piace Roma?".
Ignor tutti e cerc di concentrarsi sul cibo. La cena pareva non avere fine: per cominciare c'era dell'insalata, un piatto di croccante lattuga verde pallido, piccoli pomodori dolci maturi e olive nere; poi una pasta con un sugo alle erbe e zucchine e peperoni gialli alla griglia; quindi del pesce, seguito da un sorbetto al limone; per finire, una fetta di torta al cioccolato accompagnata dal caff amaro, servito in magnifiche tazzine decorate.
Amber fin tutte le portate, preoccupata per il fatto che nessuno dei commensali faceva altrettanto: gli altri, compresa Paola, prendevano appena qualche forchettata di gni pietanza e spostavano di lato il piatto ancora mezzo pieno. Si chiese se ci fosse qualcosa che non andava nel cibo, ma comunque nessuno sembrava fare caso a lei. Le tre donne chiacchieravano senza sosta, incuranti del fatto che lei e Paola si evitassero con lo sguardo o si scrutassero di sottecchi. Inizi a fare il calcolo esatto di quanti giorni, ore e minuti sarebbe dovuta restare a Roma, ma poi rinunci.
Era troppo deprimente. Fin di mangiare il pi in fretta possibile e si alz dalla sedia senza nemmeno prendersi il disturbo di chiedere il permesso. Tanto nessuno le prestava attenzione.
Si diresse in camera sua tenendo la testa pi alta che pot.
Sei settimane? Sarebbe morta.

6
Era un uggioso sabato mattina, il primo senza Amber. Becky, sdraiata sul letto, era intenta a guardare la pioggia che batteva contro i vetri, chiedendosi affranta come avrebbe trascorso la giornata.
Da sempre, ogni sabato lei e Amber facevano la prima colazione insieme. A volte da Becky, con fette di pane tostato e marmellata, altre a casa di Amber, con succo d'acero e le focaccine preparate da Krystyna. Dopo aver mangiato, andavano alla pista di pattinaggio di Bayswater o al cinema, oppure, se c'era bel tempo, a Holland Park in bicicletta. Poi arrivava l'ora del pranzo; quindi c'erano i compiti e di solito un'oretta dedicata alle bambole di carta, finch Amber cominciava ad annoiarsi. Allora bevevano il t e guardavano una videocassetta o la tiv in attesa della cena. Infine andavano a letto. Amber si fermava spesso a dormire da lei. La domenica mattina era il momento che Becky preferiva: una ripetizione del sabato ma senza compiti. E adesso, si disse, sarebbero trascorsi quasi due mesi prima di poter passare un sabato e una domenica insieme ad Amber... Come avrebbe fatto? Fiss la luce grigia che penetrava dalla finestra cos intensamente che cominciarono a bruciarle gli occhi. Mise i piedi fuori dal letto e si alz. Magari sua madre le avrebbe dato qualche suggerimento su come trascorrere la giornata.
Non hai voglia di venire a fare shopping con me? chiese Su- san vedendo la faccia lunga della figlia.
Non molta.
Nemmeno se ti compro un paio di jeans nuovi?
Becky scosse la testa. Magari quando torna Amber.
Tesoro l'ammon Susan con dolcezza Amber non potr stare sempre con te, lo sai... Ogni tanto devi fare le cose da sola.
E invece no ribatt Becky, spaventata. Certo che lei ci sar. Te l'ho gi detto.
Va bene disse Susan guardando l'orologio. Erano gi le nove e mezzo, e nel giro di mezz'ora i negozi avrebbero cominciato a riempirsi. Allora, cosa possiamo comprare? Se non vuoi i jeans, che ne dici di qualche matita?
S, grazie. E anche un blocco da disegno. Gli occhi di Becky s'illuminarono e Susan si sent sollevata. Se c'era una cosa su cui poteva sempre contare era il fatto che sua figlia recuperasse il sorriso alla promessa di un blocco nuovo o di una scatola di acquerelli o di matite. Non sapeva da chi avesse ereditato quel talento, ma Becky aveva una fantasia e un'abilit incredibili.
Pi tardi, dopo che Susan era rientrata dal suo giro per negozi con un bellissimo blocco nuovo e una confezione di acquerelli, Becky infil tutto in una cartella e s'incammin verso la biblioteca.
Aveva scoperto una serie di bellissimi libri di arte americana con delle splendide illustrazioni e un capitolo finale intitolato:
"Impariamo a disegnare" da cui si potevano copiare schizzi di cavalli e altri animali, imparando come tracciare il profilo di un occhio e la tecnica migliore per rendere efficacemente i capelli.
Mentre saliva i gradini dell'elegante scalinata del palazzo vittoriano in cui si trovava la biblioteca, Becky not qualcuno fermo davanti all'ingresso, indeciso su dove andare. Passando, guard nella sua direzione: era una ragazza bionda, alta e rotondetta, con un paio di codini asimmetrici. Aveva qualcosa di familiare.
Becky sapeva di averla gi vista da qualche parte, ma non ricordava dove. Raggiunse di corsa la sezione dedicata all'arte, trov i libri che cercava e si sistem in uno dei tavoli, eccitata all'idea di passare un intero pomeriggio a disegnare. Ecco una cosa che
poteva fare mentre Amber era via, esercitarsi. L'amica non era molto brava in disegno e si annoiava quasi subito.
Becky apr il blocco e rimir la carta bianca, ruvida al tatto, lo spazio vuoto che aspettava di essere riempito e animato dalle sue matite. Ne scelse due, una morbida 2B e una con la mina pi dura, una 3H, e cominci a copiare dal libro che teneva appoggiato di fronte: mani, dita, un braccio in movimento...
i tratti a matita solcavano il foglio. Nel frattempo si mordicchiava una ciocca di capelli, concentrandosi per riuscire a copiare alla perfezione. Quando una voce alle sue spalle ruppe il silenzio per sussurrarle che i suoi disegni erano bellissimi, si spavent e alz lo sguardo, seccata. Era la ragazza che aveva visto all'ingresso.
Dico sul serio esclam lei, sbirciando il blocco e il libro sopra la spalla di Becky. Non si nota la differenza.
Becky la squadr da capo a piedi. Che maleducata a piombare cos all'improvviso interrompendola mentre stava lavorando.
Tuttavia, la ragazza non sembr accorgersi dell'irritazione di Becky. Vuoi diventare un'artista? le chiese, facendole l'unica domanda che Becky amava sentirsi rivolgere.
La rabbia svan. Oh, s rispose in tono allegro ed eccitato alla sconosciuta.
Dopo un attimo di silenzio, la ragazza si mise la cartella in spalla.
A proposito, io mi chiamo Madeleine disse.
Io sono Becky.
Lo so.
Becky la fiss, sorpresa.
Ho sentito la tua amica chiamarti cos, l'altro giorno prosegu Madeleine. Una ragazza alta, con i capelli scuri.
Amber?
Non conosco il suo nome. Ho sentito solo che ti chiamava.
Stavi entrando in un negozio in fondo a Westbourne Grove e poi sei andata alla libreria dietro l'angolo. Vi ho visto.
E tu cosa stavi facendo? Ci seguivi, forse? Becky la guard perplessa.
Oh, no rispose Madeleine scuotendo la testa. Faccio anch'io quella strada tornando da scuola. Vi vedo spesso.
Che istituto frequenti? le chiese Becky. Di sicuro non era della Radclffe.
Vado al King George.
Becky strabuzz gli occhi. Non aveva mai conosciuto nessuno che frequentasse quell'enorme, orribile scuola in fondo alla strada.
La media unica? domand pentendosi subito dopo.
S, purtroppo ribatt Madeleine, visibilmente imbarazzata.
Voi siete della Radcliffe, vero?
Becky assent.
Dopo un altro breve silenzio, Madeleine le gir le spalle e fece per andarsene. Be', credo sia meglio che torni a casa.
Ti piacerebbe venire da me? chiese Becky senza riflettere.
Madeleine le piaceva, e poi voleva farsi perdonare.
A casa tua...?
S, per il t.
Oh. Be', dovr dirlo alla mamma fece Madeleine, sorpresa dell'invito. Puoi aspettare solo qualche minuto? Abito qui in fondo.
Becky assent con impazienza. D'un tratto il primo sabato senza Amber si stava rivelando meno noioso di quanto aveva pensato.
Guard Madeleine correre via con la cartella che le dondolava sulle gambe.
Susan Aldridge apr la porta e si trov davanti la figlia sorridente accompagnata da una nuova amica, una graziosa ragazza con i codini, grassoccia e dall'aria un po' pi matura di Becky. Aveva indosso la pi strana combinazione di abiti che Susan avesse mai visto: una gonna di lana grigia, una maglietta a righe gialle e blu, calzini blu afflosciati alle caviglie e un paio di scarpe da tennis troppo grandi. Sollev lo sguardo.
Mamma, lei  Madeleine. Va al King George fu la presentazione di Becky mentre faceva strada.
Oh, ciao Madeleine esclam Susan, chiedendosi dove sua
figlia l'avesse incontrata. A quanto sapeva, in dodici anni passati a Notting Hill, Becky non aveva mai neppure rivolto la parola a uno studente del King George. Sorrise a Madeleine, cercando di non mostrarsi troppo sorpresa. La ragazza ricambi timidamente.
Andiamo di sopra. Possiamo avere i dolcetti al cioccolato con il t? Quelli che abbiamo mangiato la volta scorsa? chiese Becky accompagnando Madeleine su per le scale.
S, certo. Ve li porto appena sono pronti disse Susan, felice che la figlia avesse trovato una nuova amica. Non lo diceva, ma a volte pensava che Amber e Becky passassero troppo tempo insieme; permettere ad altri di entrare a far parte del loro piccolo mondo non sarebbe stata una cattiva idea. Era anche contenta che Becky iniziasse a frequentare qualcuno al di fuori della Radcliffe, anche se quella ragazzina sembrava pi grande di lei.
Alcuni genitori della scuola esclusiva le davano terribilmente sui nervi, per non parlare delle loro figlie. La decisione di mandare Becky alla Radcliffe era stata sofferta. N a lei n al marito piaceva l'idea di iscrivere la figlia a una scuola privata ma, di fronte all'alternativa del King George, avevano soprasseduto e staccato l'assegno. Il fatto che Amber, cos semplice nonostante il patrimonio del padre, frequentasse la stessa scuola si era rivelato un insperato valore aggiunto. Susan non voleva mandare Becky lontano, in qualche collegio, com'era successo a lei da bambina, per cui, tutto sommato, la Radcliffe era la soluzione pi semplice e pratica. Ud la porta della stanza di Becky che sbatteva in cima alle scale e sorrise tra s. Forse le sei settimane di lontananza forzata non sarebbero state cos insopportabili come avevano temuto.
Madeleine si guard attorno, in soggezione. La camera di Becky era molto carina. Sfior i nastri delle sue scarpette da ballo, tocc le punte delle sue matite colorate sulla scrivania e si sedette guardinga sul copriletto imbottito. Niente a che vedere con casa sua. Nell'istante in cui la madre di Becky aveva aperto la porta, Madeleine si era resa conto che non avrebbe mai potuto portare l'amica da lei. Guard in silenzio Becky tirare fuori delle
"cose da fare". A casa di Madeleine non c'era nulla del genere: lei stava seduta in camera sua a leggere, a volte andava in sala a guardare la televisione o, nelle rare occasioni in cui il padre rientrava prima che lei andasse a letto, chiacchieravano. L'idea di possedere delle cose - album, blocchi, matite e colori, dischi, riviste per ragazzine era inconcepibile per lei, come lo sarebbe stato per Becky immaginare la casa in cui Madeleine viveva, con i suoi polverosi libri ungheresi, l'odore di cibo che impregnava la tappezzeria e le foto sbiadite di Budapest e Peter alle pareti. Da Becky era tutto bello.
Un'ora dopo, quando Susan comparve con un vassoio di dolci al cioccolato tra i pi raffinati che Madeleine avesse mai visto, per non parlare di quanto fossero buoni, il suo senso d'inadeguatezza aument. La madre di Becky era cos graziosa. Gentile e divertente, non suscettibile e goffa come la sua. Trascorse il resto del pomeriggio a fare paragoni che la rendevano a poco a poco pi infelice.
Alle sei e mezzo, con la pancia piena di latte e dolci, si alz con riluttanza dal morbido tappeto in pelle di pecora e disse che doveva andare. L'invito di Becky a tornare a trovarla dopo la scuola, a qualsiasi ora, sembrava sincero. Persino la madre le disse che sperava di rivederla. Non appena Madeleine si fu richiusa delicatamente la porta alle spalle per incamminarsi lungo la strada, si sent invadere da una sensazione calda e rassicurante. Per la prima volta da quando era arrivata in Inghilterra, quasi sei anni prima, le sembr di aver conosciuto qualcuno con cui avrebbe potuto instaurare un legame. Becky assomigliava molto alle sue amiche di Budapest. Si ramment di Mar Nadas, che abitava a tre strade di distanza da casa sua, e di Krisztina Gyllenborg, la sua amica del cuore alle elementari. Di solito cercava di non pensare a loro perch il ricordo era doloroso, soprattutto quando faceva il raffronto con le ragazze e i ragazzi che ora era costretta a frequentare; a scuola era soprannominata "Schabo la sciatta"; non riuscivano nemmeno a pronunciare il suo nome. E comunque, Shabo la sciatta era sempre meglio di "straniera cicciona".
come la chiamava Josh Barnes, il ragazzo pi insopportabile della scuola, o persino dell'universo, secondo Becky. Percorse Ladbroke Grove verso casa, sforzandosi di non pensare a quell'altra, cos grande e comoda, che aveva appena lasciato, dove si poteva stare in cucina senza accorgersi che in una stanza, tre piani pi sopra, c'era qualcun altro.

7
Quando Max arriv, l'appartamento era vuoto. Gett un'occhiata all'orologio mentre l'autista portava le valigie nell'ingresso: mancava poco alle tre. Dove diavolo erano? Verosimilmente a fare shopping, dal momento che quella era la specialit di Francesca.
Si chiese per come fosse riuscita a convincere Amber ad accompagnarla. And in cucina, allentandosi la cravatta. Aveva programmato di venire a Roma a trovare Amber la settimana prima, ma aveva avuto troppe cose di cui occuparsi, compresa naturalmente quella sciagurata di sua moglie. Al solo pensiero di lei gli scappava una smorfia. Aveva mandato Angela a Klaa- sens, una clinica di gran lusso estremamente discreta appena fuori Bruxelles, perch "si prendessero cura di lei", come diceva il personale con gentilezza. La prima settimana le cose erano andate abbastanza bene, gli avevano fatto sapere che il programma procedeva senza problemi. Poi, purtroppo, Angela era riuscita a convincere qualcuno - forse il figlio di un'altra paziente - a portarle del brandy di nascosto. Li aveva ingannati per qualche giorno prima di essere scoperta, e i progressi fatti fino allora erano finiti nel lavandino insieme al liquore che il personale aveva trovato.
Max scosse la testa, seccato. Cosa diavolo poteva fare con quella donna? Guard di nuovo l'orologio. Qualunque fosse la risposta, avrebbe dovuto aspettare: c'erano delle telefonate urgenti di cui doveva occuparsi. Apr il frigorifero, prese un piattino di olive e una birra e attravers l'appartamento vuoto fino al suo studio.
Giunto alla grande scrivania col piano in cristallo, avvicin il telefono e apr l'agenda facendo scorrere l'indice sull'elenco dei numeri che aveva scarabocchiato sul margine... Kaplan, Kimchiko, Kramer. Eccolo. Jeff Kramer. Sollev il ricevitore e compose il numero. A New York, l'uomo all'altro capo della linea rispose al secondo squillo. Max parl per qualche minuto, poi riagganci.
Appoggiato allo schienale della sua poltrona in pelle, avvicin le punte delle dita delle mani e le port alle labbra. La sua mente lavorava a pieno ritmo. Era la prima volta che trattava affari con dei tedeschi dell'Est e il contatto era avvenuto tramite conoscenze comuni. Erano interessati a intascare dollari in cambio di marchi della Germania Orientale, di un grosso quantitativo di Trabant - automobili di fabbricazione tedesco-orientale - e della garanzia di un redditizio contratto edile in Uzbekistan, una delle repubbliche sovietiche sul Baltico orientale. Max assent: i marchi della Germania dell'Est potevano essere rivenduti senza problemi ai suoi contatti polacchi o cechi e a lui sarebbero spettate le commissioni di entrambe le transazioni. Doveva solo trovare qualcuno interessato alle automobili, preferibilmente un mediorientale o un africano. Sarebbe stato praticamente impossibile concludere l'affare a livello europeo o americano. Il Sudamerica era un po' troppo lontano e il mercato asiatico era gi saturo di prodotti giapponesi e coreani. Iran, Iraq e Sudan erano le piazze pi promettenti. Avrebbe dovuto fare qualche altra telefonata.
L'ultima parte dell'affare - la costruzione di un impianto idroelettrico nel Nord del paese - richiedeva qualche sforzo in pi: doveva trovare i soci, formare un consorzio e assicurarsi una buona provvigione da entrambe le parti. Riprese in mano l'agenda e cominci a scorrere i suoi elenchi. Cinque minuti pi tardi, aveva i tre nomi che voleva. Alz la cornetta e compose il primo numero.

8
Angela provava la sensazione che la testa le si stesse per staccare dal collo. Aveva la gola secca, gli occhi irritati e le vertigini. Le pareva che se non avesse avuto qualcosa cui aggrapparsi - per esempio, i bordi del letto - sarebbe volata via. Si volt verso la finestra e, nonostante le spesse tende fossero tirate, la luce le sembr eccessiva.
Gir la testa dall'altra parte e lo sguardo le cadde sulla foto di Max con i bambini che quella strega dell'infermiera aveva appoggiato sul televisore. Un ricordo di casa, le aveva detto allegramente prima di dare un'ultima sistemata al copriletto e sparire. Angela aveva cercato di gridarle qualcosa del tipo: "Non c' bisogno che tu mi faccia ricordare casa mia, brutta stupida", ma era troppo sfinita per riuscirci. Oltretutto, quella non avrebbe nemmeno capito: era francese, o belga, o di qualche altro posto dimenticato da Dio.
Per si era rivolta a lei in inglese... Poteva essere che la clnica si trovasse in Inghilterra? No, era in Belgio. Max glielo aveva fatto dire dalla signora Dewhurst. Il bastardo. Non si era preso nemmeno la briga di informarla personalmente. Solo a pensarci, le si riempirono gli occhi di lacrime. Si infil ancora pi sotto le coperte.
Le lenzuola erano rigide e fredde. Cominci a tremare. Non beveva da... cerc di fare il conto... almeno tre giorni, ormai. Sapeva per esperienza che la prima settimana era la pi dura, ma era difficile pensare in termini di settimane quando non si era nemmeno in grado di affrontare i cinque minuti successivi. Lo sforzo di allontanare dalla mente l'idea di un bel bicchiere di birra gelata, di
un signor gin con il lime o di un morbido e caldo sorso di brandy la faceva sudare. Si mise a piangere sommessamente. Cosa diavolo ci faceva in quel posto? Che cosa le aveva fatto Max? E in che guaio si era cacciata con le sue stesse mani?
Le tornarono alla memoria, come se fosse accaduto ieri, le parole pronunciate da sua madre davanti all'enorme specchio di Haddon Hall mentre, con l'aiuto della signora Bambridge e di Mary Ann, le sistemava i fiori tra i capelli e cercava di impedirle di rosicchiarsi le unghie. Angela aveva ventun anni, allora, ed era cos innamorata da pensare che nulla avrebbe mai potuto rovinare la felicit che stava provando. Max... gli doveva tutto.
Non faceva caso a quello che dicevano i suoi genitori e non le importava nemmeno che gli amici lo trovassero tremendo o che sua sorella si fosse presa una cotta per lui. Se ne infischiava di quello che pensavano gli altri. Max le aveva insegnato cos. "Fallo per te" le ripeteva spesso. "Non per qualcun altro."
Angela! aveva strillato sua madre. Vuoi stare ferma? Non riesco a puntare lo spillo.
Scusa aveva mormorato lei, guardandosi allo specchio.
Mary Ann, signora Bambridge, mi portereste per favore qualcuna di quelle rose bianche che ha consegnato il fiorista? Credo che siano nella serra, sulla panca di legno. Me ne serve una fila da metterle tra i capelli.
Angela aveva guardato la sorella e la cameriera sparire gi per le scale e la madre rialzarsi lentamente.
Tesoro... Lady Weymouth aveva un'aria severa, ma allo stesso tempo nervosa e incerta.
Angela l'aveva guardata, meravigliandosi di vedere qualche lacrima nei suoi occhi. Che c'? aveva chiesto, domandandosi se facesse parte del copione che si recitava in tutti i matrimoni.
Le madri piangono sempre.
Tesoro, voglio dirti solo una cosa. Pap mi ha fatto promettere...
tesoro, se qualcosa non dovesse funzionare, per qualsiasi motivo...
sappi che sarai sempre la benvenuta tra noi. Lo sai, vero?
Mamma, non essere sciocca. Mi sposo, non vado mica sulla Luna. Andremo a vivere in fondo alla strada. A Londra. Dovresti essere contenta per me! aveva ribattuto lei, cercando di sdrammatizzare.
Lo so. Solo che Max... be', non  come noi, tesoro. Non sappiamo nulla di lui, capisci. Pap  molto preoccupato.
Non devi preoccuparti aveva detto Angela in un tono di voce pi duro. Mi ama e io amo lui. Questa  la sola cosa che conta.
Oh, tesoro. Lady Weymouth si era asciugata gli occhi con un fazzoletto. All'inizio dicono tutte cos. Lo pensavo anch'io, figurati! Ma in lui c' qualcosa... Insomma, non mi fido. Sono sicura che ti ama, davvero, ma... Di colpo si era interrotta. Mary Ann e la signora Bambridge stavano salendo le scale.
Non ci sono rose bianche aveva protestato seccamente Mary Ann, precipitandosi nella stanza.
Davvero? Ero convinta di s. Be', allora ci arrangeremo con queste aveva esclamato Lady Weymouth fissando le rose rosa e allontanandosi dalla figlia.
Angela aveva deglutito. Non sapeva che cosa dire.
Spinse via le coperte cercando di allontanare i ricordi. Da quel giorno erano passati quindici anni e il dolore era sempre vivo come la prima volta in cui si era accorta che sua madre aveva avuto ragione.
Allung le gambe fuori dal letto. Si sentivano delle voci provenienti dal corridoio: evidentemente era orario di visite. Ud un uomo che parlava in francese. Sapeva che la stanza accanto alla sua era occupata da una stella del cinema, anche se Angela non riusciva a ricordarne il nome. E c'era la moglie di un personaggio importante, in fondo al corridoio: aveva sentito le infermiere che parlavano di lei il giorno in cui era arrivata. Donne...
Un'intera casa di cura piena di donne. Alcol, droghe, depressione...
Quelle come lei avevano forse altra scelta?
Cerc a tastoni le ciabatte sotto il letto e prese la vestaglia appesa dietro la porta. Aveva voglia, di fare un giro, doveva uscire dalla stanza.
Je m'appelle Angela disse nel suo francese scolastico sorridendo al giovanotto di fronte che non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.
Erano rimasti soli nella sala delle visite in fondo al corridoio.
Bruno rispose lui arrossendo ed esitando un attimo prima di allungare la mano.
Angela la prese e la sensazione di quella palma umida e nervosa contro la sua le fece piacere. Si chiese subito quanto le ci sarebbe voluto per farsi portare una bottiglia di whisky, di brandy o di qualunque altro liquore.
Vous... vous tes malade? chiese lui timidamente.
Angela sorrise. Non. Oui. Un'ubriacona disse ridendo.
Lui rise con lei. C'est quoi... un'ubriacona? Era giovane. Poteva avere diciott'anni al massimo. Probabilmente era venuto a trovare la madre.
Rien. C'est rien. Avez'Wus quelque chose  boire? continu Angela, sentendosi improvvisamente audace.
Il giovanotto aggrott un sopracciglio. Ah, non era poi cos giovane. Alz un dito e Angela fece una risatina. Deux minutes.
Okay? Poi balz in piedi.
Il cuore di Angela era diventato una piuma. Un drink! Il giovanotto era alto e magro, con l'aria allampanata e goffa dei ragazzi che uscivano dall'adolescenza. Lei si lasci scappare un altro risolino mentre lui apriva la porta e sbirciava nel corridoio.
Nel giro di cinque minuti erano diventati complici. Allent la cintura della vestaglia e si ravvi i capelli. Non sapeva bene che cosa le avrebbe chiesto in cambio, ma era disposta a dargli volentieri quello che lui voleva. Qualunque cosa.
Voil!  La porta si apr, ed eccolo di ritorno con due preziose bottiglie di Courvoisier. Angela si sarebbe messa a piangere. Fece un balzo verso di lui ma il ragazzo sollev una mano per ammonirla.
Pour ma mre bisbigli. Ma le do a lei.
Sei un angelo comment Angela sottovoce.
Mais pas ici. Non qui.
Proprio come pensava, il ragazzo voleva qualcosa in cambio.
Angela deglut. Solo a guardare le bottiglie le girava la testa. La
voglia che aveva di un drink era pi forte di qualunque altro desiderio avesse mai provato. Bene. Seguimi. Apr la porta, controll velocemente il corridoio e lo trascin dietro a s.
Era estasiata. Port la bottiglia alle labbra e trangugi lentamente un primo sorso di liquore, poi un secondo, con avidit.
Lui la osservava, aspettando con ansia che quel piacere finisse e che arrivasse il suo turno, prima che un'infermiera li scoprisse.
Angela appoggi la bottiglia, si sdrai e lo guard sfilarsi velocemente i jeans e insinuarsi nel letto gelido accanto a lei. Nel giro di qualche secondo le fu sopra, le tolse la camicia da notte e la gett da una parte sfiorandole con una mano il collo, il seno, la pancia... Angela fissava le due bottiglie appoggiate sul televisore, vicino alla foto di Max, e mentre lui si faceva strada dentro di lei una, due, tre volte, per poi crollarle addosso, lei sogghignava.
Fu una questione di pochi secondi. Mentre lui si rimetteva in fretta i boxer, si passava una mano tra i capelli e si lisciava la camicia, lei chiuse gli occhi.
a va? gli chiese con aria sognante, allungandosi di nuovo verso la bottiglia. La vestaglia le si apr scoprendo il piccolo seno arrossato. Lui distolse lo sguardo. Angela fece spallucce e lo ringrazi accennando col capo al dono che le aveva fatto. Anche se non era un vero regalo, pens tra s con sarcasmo mentre si muoveva sul letto cercando di allontanarsi dalla chiazza umida che lui vi aveva lasciato.
Okay. Bon, il faut. ..jeme cosse. Sembrava ansioso di andarsene.
Torno. Mercredi. Ci sar?
Oh, s. Penso di s. Portamene un'altra mormor Angela con la bottiglia alle labbra.
Il ragazzo sorrise. Okay.  bientt.
Sayonara, marinaio. Si abbandon di nuovo contro le lenzuola mentre lui sgusciava nel corridoio. Era in paradiso. Il vero paradiso, col brandy che le bruciava la gola in quel modo cos familiare, cancellando il mal di testa, la stanchezza, il bruciore agli occhi... e la tristezza. Si sent subito meglio.

9
Era passato un mese - un mese intero senza Amber - e, con sua enorme sorpresa, Becky scopr di aver smesso di trascorrere le giornate contando i minuti che mancavano al suo ritorno. Dopo la prima settimana, aveva rinunciato a scrivere sul suo diario ogni sera per paura di dimenticare qualcosa di importante da raccontare all'amica quando fosse tornata. A tenerla occupata c'erano state la scuola, naturalmente, e Madeleine. Nelle ultime due settimane era venuta a casa sua quasi ogni giorno e, anche se non l'aveva mai invitata ad andare da lei, Becky era molto curiosa di vedere la casa di Madeleine. Sapeva che la madre era stata una scrittrice e che i suoi libri erano stati messi al bando. Avrebbe dovuto chiedere ai suoi che cosa volesse dire. Il padre, invece, faceva l'optometrista, e anche di quel termine Becky ignorava il significato. La famiglia di Madeleine adesso conduceva una vita molto diversa da quando viveva nel paese d'origine. Lei non riusciva a immaginare per quale ragione fossero stati costretti ad accettare lavori tanto umili - la madre faceva le pulizie, il padre era operaio - ma Madeleine era restia a parlarne o a invitarla a casa sua. Becky, per, era curiosa e ostinata, e un venerd pomeriggio ottenne ci che voleva. Aveva insistito a tal punto che Madeleine alla fine aveva ceduto.
Ma non c'entra niente con casa tua la mise in guardia, pensando all'ingresso umido e squallido.
Fa niente rispose Becky, convinta. Non riusciva a capire la ritrosia di Madeleine. Dopotutto, quanto diversa poteva essere la sua casa? S'infil le sue scarpe da tennis preferite e salt gi dal letto. Pronta? chiese, impaziente.
Madeleine annu mestamente. Guard l'amica cercando di immaginarla nella sua stanza. Aveva un aspetto incredibilmente pulito e fresco. I lunghi capelli dai riflessi ramati erano stati spazzolati e divisi in due code di cavallo lisce e ordinate che le incorniciavano il visino lentigginoso. I suoi occhi, di un colore tra il nocciola e il verde, brillavano, e indossava vestiti vivaci e di qualit. Becky aveva l'aria di chi non avesse mai messo piede a Riverfleet, lo squallido complesso di case popolari dove viveva Madeleine. La ragazzina sospir e si alz dal letto.
Imboccarono Ladbroke Grove, e a mano a mano che si avvicinavano alla fine della strada Madeleine si faceva pi silenziosa.
All'incrocio con Barlby Road girarono a sinistra. Becky si guard attorno e si accorse che, dopo solo dieci minuti di cammino, si erano lasciate alle spalle l'elegante mondo stuccato di bianco di Holland Park. In quel quartiere c'erano solo grandi caseggiati, uguali l'uno all'altro. Madeleine gir a destra in una stradina che portava ai binari della ferrovia e si avvi verso un edificio.
"Riverfleet" lesse Becky mentre l'amica rovistava nella cartella in cerca delle chiavi. Madeleine apr il portone e la fece entrare.
Dall'atrio buio proveniva puzza di urina e di altri odori sgradevoli e penetranti.
Abiti qui? chiese Becky, sbigottita, sgranando gli occhi mentre esaminava la pittura scrostata e il cartello FUORI SERVIZIO, appeso di sghimbescio alla porta dell'ascensore.
Gi rispose Madeleine in tono triste.
Accidenti! Becky non sapeva cosa dire. Mentre salivano a piedi i quattro piani in silenzio, si sforzava di trattenere il respiro per non essere assalita dalla puzza.
Finalmente si fermarono davanti a una porta bianca e Madeleine la apr con lo stesso mazzo di chiavi che aveva usato per il portone. Mamma? chiam entrando.
Becky si guard attorno, timorosa.
Da rispose una voce acuta di donna, con un'intonazione interrogativa.
L'appartamento della famiglia Szabo era buio, la luce della bella giornata di inizio estate confinata fuori dal portone. L'aria era viziata e soffocante, impregnata dell'odore della biancheria umida, di cibo sconosciuto e di qualcos'altro che Becky non riusciva a identificare. I suoi occhi si adattarono pian piano all'oscurit.
Quel posto era molto piccolo: una camera da letto appena entrati, sulla sinistra, una porta chiusa di fronte a loro, un corridoio stretto e poi a destra il bagno e a sinistra il soggiorno.
Su un lato, nascosta da una tenda fantasia, c'era la cucina. Segu l'amica in soggiorno. La madre si stava riposando sdraiata su un polveroso divano di velluto rosa con i piedi sollevati. In mano aveva un grosso libro rilegato in verde, con un misterioso titolo in copertina. Lo sguardo di Becky vag tutt'intorno per la stanza, cogliendo i dettagli che secondo la sua maestra di educazione artistica erano cos importanti: la copertina del libro, il colore dei divani, il disegno sulle tende sbiadite e le piante che lottavano per sopravvivere, fuori, sul balconcino. Cerc di memorizzare ogni cosa per poterla rappresentare, pi tardi, in un disegno.
Non assomigliava ad alcun posto che avesse mai visto fino allora.
La signora Szabo alz gli occhi, stupita dal fatto che la figlia non fosse da sola. Appoggi il libro e si mise faticosamente a sedere, aggiustandosi i bei capelli dietro le orecchie. Oh. Mi baj van, Madeleine? disse alzandosi dal divano. Era pi magra della figlia e, a differenza di Madeleine, aveva un aspetto tirato e un po' cupo. Indossava un abito di cotone sotto un cardigan di lana e spessi collant neri, un abbigliamento un po' fuori luogo in primavera avanzata. Le sue mani erano ruvide e gonfie. Becky vide che aveva le unghie rovinate. Erano mani che stavano molto in acqua. Le rivolse un timido sorriso di cui la signora Szabo parve non accorgersi nemmeno.
Mamma? chiese Madeleine nervosamente aggiungendo qualche parola in ungherese. Becky ascoltava affascinata l'intonazione e i suoni sconosciuti che uscivano dalle sue labbra, riflettendo sul fatto che si era appena abituata all'inglese di Madeleine.
Madre e figlia discussero pacatamente per qualche minuto, dopodich la signora Szabo assent bruscamente e lasci la stanza.
Becky si avvicin a Madeleine chiedendosi quale fosse il problema.
Poteva aver fatto qualcosa di sbagliato? In fondo aveva detto s e no una parola da quando era arrivata.
Mmm, siediti le rispose imbarazzata Madeleine tuffandosi sul divano per occupare il posto lasciato dalla madre.
Becky si sedette guardinga su una sedia di fronte e diede un'occhiata alla stanza: era piena zeppa di mobili e libri scritti in una lingua che non riusciva nemmeno quasi a leggere. Il groviglio di consonanti e accenti era complicato: Pter Esterhzy, Imre Kertsz, Gyrgy Konrd. Pronunci i nomi tra s, muovendo le labbra in silenzio.
In un angolo c'era una grande credenza scura sui cui lati pendevano dei pizzi all'uncinetto, ingialliti dagli anni. Becky guard le fotografie esposte. Nei portaritratti ovali, gruppi di nonni e parenti la fissavano inespressivi costringendola a cercare tra quei volti una qualche somiglianza con Madeleine. Eccolo, gli stessi zigomi alti e pronunciati e i penetranti occhi scuri. Si volt verso l'amica.
Chi  quello? chiese indicando la foto che occupava il posto d'onore. Al centro di un grande ritratto in bianco e nero con la cornice dorata un bel ragazzo guardava da sotto un berretto verde, sistemato in modo sbarazzino. Indossava la divisa militare.
Sulla parete di fronte c'era un'altra foto, ancora pi grande, che immortalava lo stesso giovane.
Mio fratello rispose Madeleine facendosi subito scura in volto.
Becky la guard, colpita. Un fratello pi grande, e in divisa?
Sembra molto bello.  nell'esercito?
 morto la interruppe bruscamente Madeleine in tono incolore.
Becky tacque, sconcertata. Vuoi bere qualcosa? le chiese l'amica qualche attimo dopo.
Becky scosse il capo in silenzio. Non le era mai capitato di conoscere qualcuno che poi fosse morto. Com'era successo? Avrebbe voluto fare delle domande ma qualcosa nel tono triste e distaccato di Madeleine l'aveva trattenuta. Adesso capiva l'emozione che aveva percepito entrando in quella casa, cui non era riuscita a dare un nome. Era la tristezza. L'aria era pesante per l'odore e il sapore della tristezza.
Dall'altra parte della stanza, guardando Becky dal divano, Madeleine soffriva in silenzio. Era chiaro che la visita dell'amica non sarebbe stata un successo. Non era solo per via della casa o perch sua madre era sparita appena dopo che loro erano entrate.
Era per tutto il resto: le foto di Pter, il forte odore di cavolo che impregnava l'ambiente, il rivestimento in plastica del divano che non era ancora stato tolto. Quell'ambiente doveva apparire cos diverso ed estraneo a una ragazzina la cui mamma andava ad aprire la porta ogni pomeriggio, che appena entrava in casa trovava un bicchiere di latte e un piatto di biscotti ad attenderla sul grande tavolo della sala da pranzo dove troneggiavano un allegro mazzo di fiori e una bella teiera. Sicuramente Becky voleva andarsene il pi in fretta possibile. Perch mai sarebbe dovuta restare in un posto simile avendo a disposizione una stanza inondata di sole, piena zeppa di oggetti belli e lussuosi? D'un tratto si alz dal divano decisa a sbarazzarsi dell'amica e a far tornare le cose com'erano. Fino allora era stata felice nel suo mondo solitario. In realt, si disse mentre spingeva letteralmente Becky fuori dalla stanza, era stata una stupida a pensare di poter diventare amica di una come lei. Becky era proprio come Amber, ecco perch quelle due andavano cos d'accordo. Come aveva potuto credere altrimenti? Incurante dello sguardo addolorato e stupito di Becky, chiuse la porta e vi si appoggi contro, con la faccia in fiamme per l'imbarazzo e la delusione. Rimase un momento ad ascoltare, poi ud i passi dell'amica che si allontanavano nel corridoio, dirigendosi verso le scale.
Perch non la vai a trovare domani pomeriggio? propose Susan quella sera a cena, osservando l'espressione triste sul viso di Becky.
Porta un mazzo di fiori a sua madre, sarebbe un gesto carino.
Non credo di piacere a Madeleine ribatt Becky mestamente, cincischiando con la forchetta nel piatto.
Invece sono sicura di s, tesoro la consol Susan. Guard il marito in cerca di aiuto, ma lui era impegnato a cercare di mangiare e leggere contemporaneamente una relazione. So che non te ne rendi conto, ma sei una ragazzina molto fortunata. Pap e io ti viziamo, lo sai. Non dovremmo, ma... Quando incontri qualcuno come Madeleine, capisci la fortuna che hai. Adesso, finisci le patate. Domani pomeriggio, dopo la scuola, ti aiuter a scegliere un mazzo di fiori.
Becky guard la madre con gratitudine. Lei sapeva sempre cosa fare.
Quando ud bussare alla porta, Madeleine sollev la testa. Seccata, pos il libro che stava leggendo e scese dal letto. "Saranno i vicini" si disse. Il loro gatto saltava sempre sul balcone degli Szabo e restava intrappolato l. Percorse il breve corridoio fino alla porta, tolse il chiavistello e la spalanc. Oh! esclam a bocca aperta. Di fronte a lei c'era Becky, con un enorme mazzo di girasoli in una mano e le matite e il blocco da disegno nell'altra, che la fissava nervosamente.
Ciao disse, titubante. Madeleine la squadr. Che diavolo voleva? Ho portato questi per tua madre spieg Becky tutto d'un fiato. Ho pensato che potessero piacerle, sono proprio belli e la mia mamma ha detto...
Non  il suo compleanno o niente del genere ribatt Madeleine guardandola in cagnesco. Perch l'hai fatto?
Pensavo che le potessero fare piacere. Ci fu un breve silenzio, poi Becky si schiar la voce e continu: Madeleine, mi stavo domandando... Volevo chiedertelo ieri ma... Insomma, posso farti un ritratto?.
Madeleine la guard sbalordita. Farmi un ritratto? E perch?
Non lo so, per mi piacerebbe. Ho sempre disegnato solo i miei genitori... Amber non riesce a stare ferma il tempo necessario.
Per favore, dimmi di s. Ti prego.
Madeleine sembrava perplessa. Si stava chiedendo se potesse fidarsi del sorriso sincero e quasi supplicante di Becky. Poi apr la porta e si fece da parte per lasciar entrare l'amica. Prese i fiori e li sistem nella vasca da bagno: sua madre era ancora al lavoro.
Torn in soggiorno cercando di non dare a vedere quanto fosse contenta e sorpresa. Aveva passato la notte a ripetersi tutte le ragioni per cui sarebbe stata meglio lontano da Becky e, ora del mattino, si era quasi convinta. Ma quell'improvvisata aveva cambiato tutto, e il desiderio di farsela amica, che Madeleine aveva provato sin dal primo incontro in biblioteca, stava riaffiorando.
Sorrise ed entr in soggiorno dove Becky stava gi sistemando le sue cose. C'era un altro aspetto che le piaceva di lei: non amava perdere tempo.
Maja guard il ritratto che quella mattina Madeleine aveva appoggiato sulla credenza in cucina prima di andare a scuola e dovette appoggiarsi al fornello per vincere il dolore che la stava invadendo. Era straordinario. Quella ragazzina, la nuova amica di Madeleine, l'aveva fatta posare seduta sul divano in soggiorno, con la testa leggermente reclinata in modo che la folta chioma ondulata biondo scuro le ricadesse su un occhio. Aveva riprodotto alla perfezione il colore e la piega dei suoi capelli.
Maja allung una mano per toccare il disegno e si sorprese della consistenza del foglio, liscio e rigido al tatto, e della ricchezza di dettagli che rendeva quel ritratto simile a una fotografia. Tuttavia, il suo sguardo fu catturato dallo sfondo. Proprio sopra Madeleine, esattamente al centro del disegno, c'era la foto di Pter.
Maja si port una mano alla bocca e si volt, incapace di sopportare quella visione. Raggiunse il bagno barcollando, butt da parte con violenza i flaconi di shampoo e i tubetti di dentifricio e cadde in ginocchio.

10
Ogni mattina Amber assisteva con interesse misto a disgusto ai preparativi di Paola e Francesca per uscire. Da dietro le tende del salotto, le vedeva atteggiarsi e rimirarsi nell'enorme specchio dell'ingresso prima di varcare la porta e infilarsi nell'elegante ascensore di ferro battuto. Paola aveva solo dieci anni, ma si comportava come una sedicenne. Prepararsi per andare a scuola comportava un rituale che poteva durare anche due ore. Frequentava un lyce privato a tre isolati da casa - per coprire i quali aveva bisogno ogni mattina dei servigi di un autista - dove seguiva le lezioni in italiano, francese, inglese e spagnolo. Era una poliglotta.
Amber ne era rimasta colpita, suo malgrado. La scuola finiva alle due, poi c'erano le attivit pomeridiane, tra cui l'appuntamento settimanale dal parrucchiere - Amber stentava a credere alle proprie orecchie - e tutti i sabato mattina dalla manicure con la madre. Guardandole ogni giorno, si era resa lentamente conto che Francesca stava crescendo sua figlia in base agli unici principi che riteneva importanti: diventare attraente e desiderabile agli occhi dell'altro sesso. Le loro spedizioni nei negozi a far compere o le conversazioni sulla moda e i cosmetici erano lontane dalla mentalit di Amber almeno quanto l'idea di avere una madre. Non ricordava una sola volta in cui Angela si fosse presa cura di lei, anzich il contrario. Al solo pensiero di rivolgersi ad Angela per un consiglio scosse la testa.
Eppure c'era qualcosa di speciale nella confidenza tra Francesca e sua figlia... Sarebbe morta piuttosto di ammetterlo, ma era invidiosa. Quando le sentiva ridere mentre aprivano i pacchetti in salotto o guardava Francesca spazzolare i lunghi capelli di Paola prima di andare a dormire, si rendeva conto, come mai le era successo prima, di tutte le attenzioni a cui era stata costretta a rinunciare. Il pi delle volte Angela quasi non si accorgeva della sua presenza. E anche se la mamma di Becky si prendeva cura di lei, non era comunque la stessa cosa. Al pensiero di Becky, fece una smorfia. Le mancava da morire. Le aveva scritto quasi ogni giorno e l'amica aveva risposto. Ultimamente, per, nelle sue lettere Becky parlava sempre di una ragazzina di nome Madeleine. Amber fu sopraffatta da un senso di panico che conosceva bene. Era possibile che stesse per perdere anche Becky?

11
Becky ebbe un improvviso e imprevisto tuffo al cuore. Davanti a lei, in tutta la sua altezza, era apparso Kieran, il fratello maggiore di Amber. Sembrava perplesso perch lei lo fissava muta, incapace di spiccicare parola.
Torna venerd le ripet irritato, chiedendosi cosa le fosse preso. Conosceva Becky Aldridge da sempre. Lei e Amber erano inseparabili. La guard e aggrott le sopracciglia. Tutt'a un tratto era cresciuta: i capelli lunghi e lucidi con riflessi ramati, gli occhi verdi, un viso carino, un corpo ben fatto... diavolo, quanti anni poteva avere? Quattordici, forse quindici. Aveva sempre pensato a lei come a una mocciosa. Guard l'orologio.
Allora... torno venerd balbett Becky diventando paonazza.
Kieran si strinse nelle spalle. D'accordo. Dovrebbe arrivare nel pomeriggio. Be', devo scappare... ci vediamo si conged prendendo il casco appoggiato sul tavolo dell'ingresso. Becky si volt e fece per andarsene. Ehi esclam improvvisamente Kieran se vuoi puoi venire con me. Si compiacque vedendo che il viso della ragazza si era illuminato. Se non hai altro da fare aggiunse.
Io? Oh, no... no... niente. Come hai detto? Posso venire con te? Le parole le uscirono tutte d'un fiato. Lo fiss.
S. Vado qui vicino a prendere dei dischi da un amico. Ti puoi sedere dietro.
Dietro alla tua moto? A momenti sveniva per l'eccitazione. Poi si guard, rendendosi conto che indossava ancora la divisa scolastica.
Baster che ti tiri su la gonna disse Kieran con noncuranza, avvicinandosi a lei. Ci impiegheremo un minuto,  in fondo alla strada.
Becky annu, troppo emozionata per parlare, e lo segu fino alla moto parcheggiata di fronte a casa.
Seduta sul letto di Tim, venti minuti dopo Becky osservava Kie- ran. Non riusciva a capacitarsi di come all'improvviso avesse potuto trasformarsi da distaccata e muta presenza nella casa di Amber in quell'aitante e spiritoso giovanotto dal fisico forte e robusto, contro il quale si era appoggiata nel tragitto da Holland Park Avenue, con i capelli che le volavano sul viso. Lo guard da sotto le ciglia. Era in piedi in un angolo della stanza, intento a scegliere dei dischi da una serie di scatole di plastica. Non aveva mai notato i suoi capelli ricci e folti, cos simili a quelli di Amber, n le ciglia lunghe e scure che mettevano in risalto gli occhi azzurri.
Perch non si era accorta di questi particolari?
Ehi, ne vuoi una? Tim con disinvoltura le offr una sigaretta.
Becky la prese nervosamente, sperando che non le tremassero le dita. Osserv attentamente Tim per imitare ogni suo gesto, cercando per di non aspirare il fumo. Rischi di soffocare ma nessuno dei due sembr accorgersene. In realt, n Kieran n Tim le facevano troppo caso. Parlavano in una specie di linguaggio in codice, pieno di riferimenti e allusioni che Becky, pur senza coglierle, ascoltava rapita. Non le importava di non capire le battute, le bastava essere nella stessa stanza con loro. Rest seduta sul letto spiando ogni loro movimento. Si sentiva un po' ridicola con indosso la sua ordinata divisa grigia. Si arrotol i calzettoni alle caviglie e allent i fiocchi del grembiule, sperando di sembrare meno infantile.
La scelta dei dischi richiese altri dieci minuti. Alla fine, con un piccolo fascio sotto il braccio, Kieran si volt verso di lei. Sei pronta? le chiese.
Le assent con decisione, schizz dal letto e lo segu da basso.
Salta su esclam Kieran mentre si fissava la cinghia del casco sotto il mento. Quando Becky si accorse dello sguardo di Tim mentre si sollevava la gonna, arross. Esit un attimo prima di appoggiare la guancia sulla schiena di Kieran e aggrapparsi a lui.
Sotto le dita percep i suoi addominali piatti. Le vibrazioni della moto la percorsero da capo a piedi, facendola fremere. Avrebbe voluto che quel pomeriggio non finisse mai.
Tieni. Kieran le porse lo spinello soffiando il fumo dal naso e guardandola con la sua consueta espressione beffarda. Lei lo prese con le dita che tremavano e diede un tiro leggero. Avvert una sensazione di nausea. Dopo averglielo ripassato, abbass la mano e rest in attesa. Voleva che la toccasse un'altra volta, dappertutto, desiderava sentire le sue mani su di s, la pressione lieve e decisa che Becky aveva sperimentato per la prima volta. Lei che la sera, dopo aver salutato sua madre, di rado dava il bacio della buonanotte al padre. Voleva assolutamente che lui la toccasse. Rimase immobile ad aspettare, concentrata sulla mano destra che aveva appoggiato sul copriletto accanto a quella di lui.
Kieran continu a fumare con naturalezza, quasi con indifferenza, e quando ebbe finito si gir appoggiandosi precariamente su un gomito e, sfiorandole il viso con i riccioli scuri, si chin verso di lei. Becky dimentic il nervosismo e la nausea, si scord di tutto il resto, abbandonandosi al dolce e appassionato stupore di quel bacio. Rimase con le labbra socchiuse in attesa che la sensazione di calore svanisse. Ma non accadde: la sua bocca continuava ad ardere mentre lui, con la lingua, le disegnava lentamente piccoli cerchi attorno alle labbra insinuandosi all'interno, sempre pi in profondit. Quando si stacc, Becky gli pass le braccia attorno al collo per attirarlo di nuovo a s e colmare la distanza tra la bocca di lui, cos appassionata ed erotica, e i suoi timidi baci. Era impaurita ed elettrizzata allo stesso tempo.
Sent la mano di Kieran risalirle lungo la coscia, per poi strofinare con le dita la pelle umida e delicata. Fu allora che si mise a sedere, tremando di paura e di eccitazione.
Ehi sussurr Kieran in segno di protesta mentre lei si scostava.
L'afferr per la vita e la fece coricare.
Lei si divincol allontanandosi bruscamente, col respiro affannoso.
Perse la testa.  meglio che vada disse con voce stridula, senza fiato. Abbass lo sguardo su Kieran, che era rimasto sdraiato con una mano a coprirsi gli occhi e il petto che si alzava e abbassava al ritmo del respiro. Fu colta da un fremito improvviso.
Era in quello stato a causa sua? Gli aveva fatto venire l'affanno e lo aveva sconvolto fino a quel punto? Il pensiero la turb.
Era la prima volta che sperimentava il potere del suo fascino e, per quanto ne avesse timore, desiderava rivivere quelle sensazioni.
Voleva farlo di nuovo, spingere Kieran oltre il limite che avevano sfiorato quel pomeriggio... Doveva essere sicura che sarebbe successo ancora e che lei, la piccola Becky Aldridge, potesse risvegliare il desiderio di uno come Kieran Sall. Si tir gi la maglietta e si sistem i capelli dietro le orecchie. Kieran era ancora sdraiato, immobile, in silenzio. Esit un attimo. Passo domani?
Era pi una domanda che un'affermazione. Kieran non disse nulla. Quando torna Amber... sussurr, ma le parole le morirono in gola. Kieran rotol sulla pancia nascondendo la testa fra le braccia. La mano di Becky esit sulla maniglia.
S, ci vediamo rispose lui con voce smorzata.
Becky apr la porta e scese lentamente le scale. Che giornata!
Nel giro di qualche ora sembrava che tutta la sua vita fosse cambiata. Amber. Kieran. Madeleine. I due mesi che aveva tanto temuto stavano ormai per finire e le avevano portato nuove amicizie, e complicazioni.

12
La prima reazione di Amber di fronte a Madeleine fu di sorpresa.
Nonostante leggendo le descrizioni di Becky avesse cercato di immaginarsela, la ragazza robusta e carina seduta sul letto dove di solito si metteva lei la lasci senza parole. Tanto per cominciare, indossava la combinazione di vestiti pi strana del mondo: attillati calzoni marrone di velluto a coste, una camicia da uomo su un top senza maniche a collo alto, dei calzettoni a righe e un paio di zoccoli. Amber non conosceva nessuno che portasse gli zoccoli. L'insieme era decisamente bizzarro. Spost dalla poltrona una pila di vestiti appena consegnati dalla tintoria e si mise a sedere. Madeleine la guardava con un vago sorrisino sulle labbra e Becky, nervosa, stava in disparte augurandosi con tutto il cuore che la sua nuova amica incontrasse l'approvazione di Amber.
Ovviamente, a Madeleine Amber sarebbe piaciuta di sicuro. Lei piaceva a tutti.
Com' il King George? chiese Amber con curiosit. Anche lei, come Becky, non aveva mai parlato con qualcuno della scuola in fondo alla strada.
Tremendo rispose Madeleine con un sorrisetto sardonico.
Perch vai l?
Perch s. Siamo poveri.
Becky, accanto a lei, arross. Madeleine invece no. Ad Amber piacque il modo in cui l'aveva detto, quasi sfidandola a risponderle. I loro sguardi si incrociarono. Madeleine aveva occhi molto scuri e penetranti incorniciati da ciglia lunghe e folte. Dopo le sei settimane di soggiorno forzato a Roma, quella ragazza, con la sua massa di morbidi capelli biondo scuro, il suo inglese quasi perfetto e quegli strani vestiti, era proprio ci di cui il loro piccolo mondo perbene aveva bisogno.
Devi venire da noi pi spesso disse Amber con un sorriso.
Dall'altra parte della stanza, Becky tir un sospiro di sollievo. Le era piaciuta.
D'accordo.
Pi tardi, quello stesso pomeriggio, Madeleine si alz dal letto senza troppa convinzione e si gir verso Amber e Becky. Sar meglio che vada disse con una smorfia.
I racconti di Amber riguardo al suo soggiorno romano, all'altra" famiglia che aveva, ai vestiti che era stata costretta a indossare... per Madeleine era un altro mondo. Amber e Becky ne parlavano con naturalezza, quasi con indifferenza: lo shopping, il parrucchiere, la scuola privata. Madeleine sapeva che tutto questo non sarebbe mai stato parte della sua vita, e a volte se ne dispiaceva.
Allora? La voce di Amber la riport al presente.
Madeleine la fiss. Non l'aveva ascoltata. Che cosa? domand.
L'altra la guard con aria interrogativa. Domani. Andiamo al cinema. Vuoi venire?
Oh, no... non posso. Devo stare a casa, ad aiutare mia madre farfugli meccanicamente. Sebbene lo desiderasse, non poteva chiedere alla madre i soldi per il cinema. Grazie lo stesso aggiunse dirigendosi verso la porta.
A presto grid Becky mentre Madeleine si richiudeva la porta alle spalle.
S, ciao!  Ud la voce di Amber gi per le scale. Apr il portone.
D'un tratto, le era venuta un'idea, forse suggeritale dalla piccola, innocente bugia che aveva detto. "Devo aiutare mia madre."
"Bene" pens tra s, improvvisamente sollevata. In un certo
senso poteva davvero aiutare sua madre. Avrebbe potuto trovare un lavoro. Aveva quattordici anni e nella sua classe un sacco di ragazze il sabato lavoravano. Spendevano i soldi in vestiti e cosmetici... e per il cinema. Se voleva passare del tempo con le sue nuove amiche e fare le cose che piacevano a loro, avrebbe dovuto disporre di un po' di denaro. E se i suoi genitori non potevano permettersi di darle una paglietta, come facevano gli altri, avrebbe smesso di commiserarsi e se la sarebbe guadagnata.
Fece di corsa la strada fino a casa. Aveva avuto una splendida idea. Perch non ci aveva pensato prima?
Un lavoro? Maja guard allarmata la figlia. Quando?
Il sabato. Solo una volta alla settimana.
E i compiti? chiese Imre, sollevando la testa dal piatto.
Pap, si tratta di un giorno alla settimana. Avr tutto il tempo per fare i compiti rispose tranquillamente Madeleine.
Imre assent senza convinzione.
Be', ci sarebbe il signor Dormn... disse Maja titubante. Guard il marito. Potresti fare la polvere e lucidare il sabato mattina.
Io faccio i mestieri pi pesanti il mercoled... prosegu, pensosa.
D'accordo, questa settimana glielo chiedo. Non sar una grande cifra, comunque aggiunse mettendo delle patate bollite nel piatto di Madeleine.
Lo so.  solo per avere qualche soldino in tasca, come tutte le mie compagne. Madeleine non aveva nominato Becky. L'unico commento di Maja dopo la sua visita era stato che i fiori dovevano esserle costati una fortuna e che i ricchi avevano proprio soldi da buttar via. Non aveva raccontato niente di Amber. Aveva saputo da Becky che la famiglia di lei era molto ricca, non apparteneva alla media borghesia come quella di Becky.
Va bene. Mercoled parler con il signor Dormn concluse Maja mettendosi a sedere.
Finirono di mangiare in silenzio, ciascuno a suo modo assorto nelle preoccupazioni della giornata.

 carina convenne Amber dopo essersi riappropriata del suo posto ai piedi del letto di Becky. Ma si mette addosso delle cose pazzesche.
Lo so. Sono veramente poveri disse Becky. E suo fratello  morto. T'immagini?
Davvero? Quando? Amber la fiss chiedendosi come facesse Becky a scoprire i segreti pi intimi della vita degli altri.
Non lo so esattamente ammise, tuffandosi sul letto accanto ad Amber. Comunque era bellissimo... in salotto c' una sua foto. Era nell'esercito. Scommetto che era una spia.
Amber fece una smorfia. La fantasia di Becky galoppava sempre a briglia sciolta. Oh, dai. Avr avuto una malattia o qualcosa del genere. Davvero, Becky, ti inventi sempre le storie pi strane.
Non me lo sono inventata! Chiediglielo tu, allora.
E perch dovrei? Se vuole dircelo, lo far rispose Amber con aria compita.
Oh, Amber, a volte sei cos maledettamente ragionevole esclam Becky, seccata dallo scetticismo dell'amica che, implicitamente, suonava come una critica. Per Amber la verit era un chiodo fisso, mentre lei, spesso, la trovava solo noiosa. Immaginare le cose era molto pi divertente. Si mise a tirare i fili del copriletto con aria imbronciata mentre Amber prendeva un libro, ignorandola.
Rimasero in silenzio per qualche minuto. Becky guard con invidia le braccia e il viso abbronzati di Amber. Stava benissimo, con i riccioli lunghi e scuri che le incorniciavano il viso. Assomigliava molto a Kieran in quel momento. Al pensiero di lui ebbe un crampo allo stomaco. Non aveva detto una parola ad Amber su Kieran... non sapeva come affrontare l'argomento. Continu a giocherellare con il copriletto imbottito. Desiderava tornare a casa di Amber per vederlo, ma quando? E con quale scusa? Che cosa avrebbe raccontato all'amica? Le domande le frullarono in testa fino a stordirla. Si ributt sfinita sui cuscini, ignorando l'occhiata di Amber. Era stata una giornata faticosa, in cui non aveva fatto altro che preoccuparsi per Amber, per Kieran... e adesso
era l'amica a preoccuparsi per lei. Chiuse gli occhi. C'erano troppi problemi. Nel breve spazio di sei settimane la gradevole routine fatta di scuola, casa di Amber e disegno era stata sovvertita, e Becky era sopraffatta da un turbine di emozioni, una pi intensa e imprevedibile dell'altra. Aveva atteso con ansia il ritorno di Amber, e adesso che lei era l l'unica cosa cui riusciva a pensare era di liberarsene per incontrarsi con Kieran. Inoltre, si era sentita a disagio nel proporre a Madeleine di andare al cinema con loro. Aveva colto l'imbarazzo della nuova amica. A volte, si disse Becky tenendo gli occhi chiusi, prendeva le cose troppo a cuore.
Ogni tanto avrebbe voluto essere meno sensibile nei confronti di quello che la circondava. Amber, invece, aveva una tale corazza...
Le offese della gente e le liti di poco conto le rimbalzavano addosso. Era tosta, non soffriva per chiunque come capitava spesso a lei. Ogni tanto si scopriva a pensare che avrebbe voluto assomigliarle almeno un po'.

13
Madeleine alz lo sguardo con curiosit per osservare la facciata della casa del signor Dormn. Spiccava in mezzo agli altri palazzi della via, perch era dipinta di un viola cupo e pesante, con una porta color oro e... socchiuse gli occhi... finestre con vetri a specchio! Non aveva mai visto niente del genere. Ne fiss il riflesso a bocca aperta mentre la madre trafficava con le chiavi.
Quando lo stupore svan, segu la madre nell'ingresso. Ad accoglierle, proprio di fronte a loro, c'era un'enorme zampa di elefante, con tanto di unghie dure e nere e ispidi peli scuri. Madeleine la guard allarmata. Si volt verso sua madre, ma Maja si era gi infilata in cucina, evidentemente abituata agli strani gusti del signor Dormn.
Allora esord la madre allungandole un grembiule e un paio di guanti. Si comincia dalla cucina e dalle stanze da basso. Poi il bagno al piano ammezzato, le due camere per gli ospiti e, di sopra, quella del signor Dormn e il suo bagno. Nell'ordine che ti ho detto. Igen?
Madeleine prese il grembiule e i guanti facendo segno di s col capo e rabbrivid nel passare accanto alla zampa d'elefante e sotto alla testa di zebra che pendeva dall'alto. Maja le fece vedere dov'erano gli stracci, l'aspirapolvere, le scope... tutto ci di cui potesse aver bisogno nel nuovo lavoro. Le mostr come lucidare gli specchi, dove riporre le stoviglie, come rifare il letto. Avrebbe percepito la favolosa somma di due sterline e mezzo all'ora e secondo Maja avrebbe impiegato quattro ore. A Madeleine dieci sterline sembravano un patrimonio.
Torner a prenderti all'una le disse la madre prendendo il cappotto. Non perdere tempo aggiunse severamente afferrando la maniglia.
Madeleine alz gli occhi al cielo. Va bene. So cavarmela.
Maja apr la porta e scapp via. Un altro lavoro la stava aspettando.
Madeleine fatic pi di quanto aveva previsto. Le ci volle quasi un'ora per pulire la cucina. Si chiese che effetto facesse usare un piatto e lasciarlo dove ti pareva, sapendo che qualcun altro l'avrebbe raccolto* lavato e asciugato, rimettendolo poi a posto insieme a tutti gli altri nella credenza lungo la parete. Il signor Dor- man doveva avere certo altre cose a cui pensare, dal momento che perfino i cucchiaini con cui girava il caff venivano abbandonati in mezzo a pozzanghere di latte versato. Madeleine caric la lavastoviglie e sfreg le pentole: non doveva essere un grande cuoco, visto che i fondi erano tutti bruciacchiati. Stava diventando curiosa. A giudicare dal disordine, era chiaro che Dormn viveva da solo. Nessuna donna avrebbe mai sopportato quel casino.
Sistem il contenuto del frigorifero - tre bottiglie di champagne e un sacchetto di funghi - vuot la pattumiera e continu a fregare, lucidare e spolverare finch tutto non fu splendente. Dopo essersi tolta i guanti, si asciug il viso col dorso della mano chiedendosi come facesse sua madre a trovare la forza per fare quel lavoro, ogni giorno. Pulire gli uffici era una cosa, ma rimediare i disastri di un uomo di mezz'et, viziato e incapace di cuocersi un uovo, era tutt'altra storia. Sal di sopra diretta al primo dei bagni.
Due ore pi tardi, quando ne mancava una sola per finire il lavoro, Madeleine entr nella camera da letto padronale. Si guard attorno con interesse. Era grande e spaziosa, con un enorme letto matrimoniale, una cassettiera di legno e poco altro. Qualunque fosse l'occupazione del signor Dormn, sembrava avere una passione per gli animali. Buttata sul letto c'era una grande pelle che per lei poteva essere di leopardo o di tigre, ma non era del tutto sicura della differenza, e un'altra era stesa sul pavimento. Le pareti erano bianche e disadorne. Rifece il letto come le aveva spiegato sua madre e gett la biancheria sporca nel cesto. Mercoled Maja avrebbe fatto il bucato. Spolver i comodini, pass l'aspirapolvere, lucid la cassettiera. Poi guard l'orologio, aveva ancora un quarto d'ora a disposizione. And velocemente in bagno e not che era molto simile alla camera: grande, bianco e quasi vuoto. Dopo aver pulito il lavandino, i rubinetti e le porte dell'armadietto stava per tornare da basso quando fu colpita da una piccola foto incorniciata sulla mensola sopra il gabinetto. La prese con cautela. Un giovanotto giovane e di bell'aspetto fissava l'obiettivo sorridendo. Si domand chi fosse. Poteva trattarsi del figlio del signor Dormn? Era abbronzato, con scuri capelli mossi e gli occhi neri. Le piacque il suo sorriso.
Madeleine? La voce di Maja riecheggi per le scale. Lei fece un salto e rimise immediatamente a posto la foto, richiudendosi la porta alle spalle. Corse da basso e in fondo alle scale vide la madre che passava un dito sul tavolo che lei aveva spolverato.
Maja annu col capo, era pulito. Fatto? chiese raddrizzando il vaso di fiori in sala da pranzo.
S, ho finito rispose Madeleine seguendola mentre ispezionava ogni stanza.
Alla fine sembr soddisfatta. Allora, pensi di farcela a occuparti della casa, il sabato? le chiese mentre si incamminavano verso la fermata dell'autobus.
Madeleine assent, entusiasta. Oh, s. Non  poi cos difficile...
Voglio dire che non  un lavoro massacrante si affrett ad aggiungere per non dare l'impressione di sminuire quello che faceva la madre.
Kivll. Okay. Quindi la prossima settimana tornerai. Oggi hai fatto un buon lavoro.
Maja frug nella borsa alla ricerca del borsellino e ne estrasse un biglietto da dieci sterline: il primo stipendio di Madeleine.
La ragazza lo prese e se lo infil in tasca con un gran sorriso.
Era risaputo che sua madre non era un tipo facile da accontentare, e se aveva detto che aveva fatto un buon lavoro voleva dire che era vero. Le cammin accanto, facendo frusciare tra le dita la meravigliosa banconota e pensando a come l'avrebbe spesa e a quanto sarebbe durata.

14
Quando sent suonare alla porta, Amber guard l'orologio: erano quasi le cinque e mezzo. Doveva essere Becky, Madeleine o uno degli amici di Kieran. Ud la voce di Krystyna che era andata ad aprire: s, era Becky. La sent parlare poi colse il rumore di passi leggeri mentre saliva di sopra. Amber mise da parte i libri e aspett che comparisse sull'uscio. Il volume dello stereo nella stanza di Kieran si alz improvvisamente e si ud la porta aprirsi e richiudersi subito dopo. Amber aggrott le sopracciglia. Forse uno dei suoi amici era arrivato nello stesso momento. Rest in attesa. Passarono cinque minuti, poi dieci. Apr la porta della sua stanza e fu investita da un debole rimbombo e dall'acre aroma delle sigarette "speciali" di Kieran che filtrava da sotto l'uscio e si diffondeva in tutto il pianerottolo. Di Becky, per, neanche l'ombra. Si sporse dalla balaustra chiedendosi se fosse stata intercettata da Angela, tornata prima dalla clinica, che era stesa di sopra, sul divano della sala, ma non le giunse alcun rumore.
Probabilmente sua madre si era addormentata. Stava per scendere da basso quando ud la risata di Becky, forte e chiara, provenire dalla stanza di Kieran. Si ferm, confusa. Che diavolo ci faceva l? Si avvicin e appoggi la testa alla porta: sent la voce di Kieran e, di nuovo, la risata di Becky. Buss, ma non ottenne risposta. Buss di nuovo, pi forte. La voce di Becky era strana, pi profonda, quasi un sussurro. Buss ancora.
Cosa vuoi? le url Kieran.
Becky? Sei tu? Amber era perplessa. Da quando in qua Kieran degnava di qualche attenzione una delle sue amiche? Ci fu un improvviso silenzio seguito dalla risatina di Becky. Non attese oltre e spalanc la porta. Le ci volle qualche minuto per realizzare con chiarezza la scena che aveva di fronte. Becky era sdraiata sul letto di Kieran, con i lunghi capelli ramati sciolti che le ricadevano sul viso. Aveva la gonna arrotolata sulle cosce e Kieran le appoggiava una mano sul ginocchio scoperto. Stava fumando anche lei una di quelle strane sigarette. Nella stanza l'aria era impregnata di fumo e di sudore.
Che diavolo... esclam Amber con gli occhi sgranati per l'imbarazzo. Becky era arrossita violentemente mentre Kieran la guardava con freddezza.
Ti dispiacerebbe bussare prima di entrare? disse accarezzando con la mano il ginocchio di Becky e la pelle morbida dietro la gamba.
Becky si mosse a disagio mentre Amber socchiudeva gli occhi.
D'un tratto le fu tutto chiaro. Certo, aveva capito perfettamente.
Ho bussato rispose seccamente. Si volt e usc sbattendo la porta con tale energia da far oscillare la statua sul pianerottolo.
Poi corse gi per le scale con la faccia in fiamme, spalanc la scarpiera e tir fuori un paio di scarpe da ginnastica. Voleva fuggire di casa, lontano da quella scena. Becky insieme a Kieran?
Becky rimase sdraiata sui cuscini e cerc di ricomporsi, mentre Kieran stava gustando le ultime boccate dello spinello. Era terrorizzata.
Lo sguardo di Amber era stato eloquente: "Come puoi farlo?". Non solo all'improvviso si era allontanata da lei, ma stava insieme a Kieran. Aveva il viso in fiamme per la vergogna. Avrebbe dovuto dirle qualcosa, avvisare Amber in qualche modo. Ma in che modo? Non era successo niente fino allora. Inizi a tormentarsi nervosamente una ciocca di capelli. Kieran sembrava non farle caso, aveva un'aria molto rilassata. Quando Amber era entrata l'aveva appena degnata di uno sguardo e si era limitato a
commentare in tono gelido che avrebbe fatto meglio a bussare.
Becky sospir. C'erano molte cose di quella famiglia che davvero non capiva. Aveva la sensazione di aver passato tutta la vita con i Sall, ma non li conosceva meglio di quel primo giorno in cui Amber l'aveva invitata da lei e Angela le aveva fissate con sguardo assente, come se sua figlia fosse un'estranea al pari della sua nuova amica. Becky era rimasta conquistata dai Sali - e ne era ancora affascinata -, dalla loro nonchalance, dai loro percorsi di vita divergenti che si incrociavano appena in quell'enorme casa. La famiglia di Becky era cos normale, borghese e noiosamente prevedibile... Attraversare la strada per andare da Amber era come entrare in un altro mondo, in un altro paese. I Sall la affascinavano. C'era qualcosa nel loro stile di vita cos intenso, nel modo in cui esternavano le emozioni che la incantava. Era forse per via della vena artistica che c'era in lei? A volte non vedeva l'ora di scappare dalla sua casa cos tranquilla e monotona e, a meno di due minuti da l, di entrare in quella dei Sall, pericolosa, mutevole, imprevedibile. Era attratta da loro. Essere la figlia di un banchiere milionario che divideva il suo tempo tra due famiglie, una ufficiale e l'altra illegittima, oppure dover scappare dall'Ungheria all'et di dieci anni, come Madeleine, lasciandosi alle spalle un fratello morto: quelle erano esperienze che segnavano, e Becky se ne rendeva conto. Cosa c'era di tanto speciale nell'essere la figlia unica e adorata di un professore di Richmond e della sua provinciale consorte?
Kieran fin lo spinello, soffi una nuvola di fumo dall'angolo della bocca e ricominci ad accarezzarle il ginocchio. Becky lo lasci fare. Doveva pensare a come risolvere la situazione con Am- ber, ma c'era tutto il tempo. Per adesso, era elettrizzata dall'idea di potersi introdurre cos facilmente e con disinvoltura in casa dei Sall. "La ragazza di Kieran Sall..." Suonava bene, la eccitava.

15
Per Madeleine, le settimane volavano. Il nuovo lavoro le piaceva abbastanza: cominciava poco dopo le nove del mattino e all'una, o poco pi tardi, aveva finito. Il signor Dormn non era mai in casa. Ogni tanto, quando caricava la lavastoviglie o metteva in funzione la lavatrice, accendeva il potente impianto stereo del soggiorno e ballava goffamente con l'aspirapolvere pulendo le scale. Il quarto sabato, entrando in casa, si stup di vedere i resti di un fastoso e turbolento ricevimento che doveva essersi svolto la sera prima. La casa era molto in disordine: c'erano bottiglie di champagne vuote in bagno, altre di birra e vino sotto i divani e nei sacchetti dell'immondizia gi stracolmi; sul tappeto e sul bel tavolo della sala da pranzo erano disseminati avanzi di tartine e stuzzichini. Fece il giro delle stanze, sconvolta dal caos che imperava. Persino i bagni erano pieni di bottiglie, bicchieri e tramezzini sbocconcellati su cui erano ancora visibili le tracce rosate del pt di salmone e altre pi scure, del caviale. And nella camera da letto del padrone di casa. La festa - o qualcuno dei partecipanti - doveva essere finita l, pens, chinandosi a raccogliere un reggiseno in pizzo e seta rossa ai piedi del letto.
Se lo rigir tra le mani e cerc d'immaginare con invidia chi fosse la donna che aveva il seno cos piccolo.
Decise di iniziare dai piani alti della casa, per poi occuparsi delle stanze da basso. Raccolse tutti i bicchieri, le bottiglie e i pacchetti di sigarette vuoti, poi si occup del letto: tolse le lenzuola e le gett, insieme agli asciugamani ancora umidi, nel cesto della biancheria sporca. Spolver, aspir e lucido i pavimenti per eliminare ogni traccia dei bagordi notturni. Tir fuori dall'armadio un paio di lenzuola fresche di bucato e le gett sul letto lisciando con energia la pelle di leopardo. D'un tratto ud una porta sbattere al piano di sotto. Rimase un attimo in ascolto. Che fosse sua madre? Poi ci furono il rumore di un armadio che si apriva e il tintinnio di un bicchiere, quindi il suono della radio. Poteva essere il signor Dormn? Rimase immobile per un secondo, senza sapere che cosa fare. Doveva scendere e salutarlo o far finta di niente e continuare a lavorare? Cosa diceva il manuale delle buone maniere? Decise di scendere.
Le prime cose che vide furono un paio di gambe che sporgevano dal divano e una giacca da uomo buttata per terra. Sul primo gradino c'era una borsa aperta il cui contenuto era sparpagliato per tutto l'ingresso. Dal rumore del respiro pesante e regolare si sarebbe detto che l'uomo allungato sul divano stesse riposando.
Madeleine attravers l'anticamera il pi silenziosamente possbile per non disturbarlo e, una volta raggiunta la porta della cucina, la apr con delicatezza inciampando nel secchio e nello spazzolone che aveva appoggiato l dietro. Ci fu uno schianto e un rumore di acqua che si rovesciava. Imprecando, Madeleine si chin in fretta per raccogliere il secchio.
Maledizione, Maja! bofonchi l'uomo dal divano. Vuoi fare piano? Sto cercando di dormire un po'.
Madeleine si volt. Non si era mosso e l'unica cosa che riusciva a vedere di lui erano le gambe. Si era tolto le scarpe e aveva un'aria stranamente vulnerabile, l sdraiato, con i calzini e una striscia di pelle abbronzata della gamba che s'intravedeva sotto i pantaloni appena sollevati. Madeleine arross e si schiar la voce.
Ehm, mi scusi, signore... non sono Maja. Mi chiamo Madeleine, sono la figlia. Il sabato do una mano a mia madre. Si fece avanti dalla cucina e si ferm di fronte a lui con lo straccio ancora in mano. Le gambe si mossero e comparvero un busto e una testa.
Madeleine lo guard un po' confusa. Era il giovanotto che aveva visto nella foto.
Oh! esclam mettendosi a sedere e passandosi una mano tra i capelli. Certo, me l'aveva detto, ma me n'ero dimenticato.
Come hai detto che ti chiami?
Madeleine, signore.
Io sono Mark Dormn. E non mi devi chiamare signore.
S, signore. Cio... s, signor Dormn.
Mark.
Mark. Doveva essere americano perch aveva la stessa pronuncia lenta e strascicata che Madeleine associava ai divi del cinema di Hollywood. Si guard le mani, senza sapere cosa dire.
L'uomo tir gi le gambe dal divano e si alz. Madeleine sollev lo sguardo. Era alto e robusto, non aveva la cravatta e la pelle del collo e del petto risaltavano contro la camicia bianca. Aveva i capelli pi corti rispetto alla foto, tagliati con la sfumatura alta. Madeleine incroci i suoi occhi scuri a mandorla e divenne subito paonazza.
Be', non voglio interromperti le disse lui con noncuranza, chinandosi a raccogliere la giacca e la cravatta. Madeleine non si mosse. Lui lasci per terra la borsa e gli oggetti che conteneva e prese una banana dal tavolo. Poi, rivolgendole un sorrisetto, sal le scale due gradini alla volta. Madeleine rimase immobile, con il viso in fiamme per l'imbarazzo. Poi termin in fretta di rigovernare, ancora un po' stordita. Dal piano di sopra non giungeva alcun rumore. Il signor Dormn - Mark doveva essersi riaddormentato.
Che lavoro fa? chiese quella sera alla madre mentre tutti e tre si mettevano a tavola.
Chi?
Mark, cio il signor Dormn.
Maja la guard aggrottando la fronte. Perch ti interessa tanto?
Non sono fatti tuoi. Tu pulisci la sua casa, punto e basta.
Lo so, ma...
Niente ma. Passa la verdura a tuo padre la redargu Maja in tono deciso.
Imre alz lo sguardo chiedendosi perch quelle due facessero tutto quel chiasso. Madeleine sospir e obbed. Rimase in silenzio per tutta la cena, ascoltando i discorsi dei suoi e cincischiando col cibo. All'improvviso le era passata la fame. Quando Maja si alz per prendere del t, Madeleine chiese il permesso di allontanarsi da tavola, voleva stare da sola. Maja non disse nulla mentre la figlia portava via il piatto e filava in camera sua. Una volta entrata, eccezionalmente chiuse la porta a chiave e vi rimase appoggiata contro per un minuto prendendo lunghi e profondi respiri. Poi si butt sul letto guardando con aria sognante la pioggia di fine estate che batteva sui vetri, abbandonandosi al rumore dell'acqua e al brusio dei discorsi dei genitori che le giungeva attraverso la parete sottile. Con gli occhi chiusi, cerc di evocare i lineamenti di Mark Dormn. Sentiva il cuore che le martellava in gola e uno strano calore s'impossess di lei. Sorrise fra s e con la mente torn ai tre minuti della loro conversazione.
"Come hai detto che ti chiami?" Riprov la sensazione del suo sguardo su di lei, ricord come le aveva sorriso uscendo dalla stanza. Era stato un vero peccato aver passato la met del tempo a fissare il pavimento. Madeleine si gir e premette la guancia sul cuscino. Aveva la pelle calda. Mark Dormn. Come avrebbe potuto aspettare fino a sabato?
Mark Dormn, per, non comparve n quel sabato n i successivi.
Passarono tre settimane e Madeleine non ne trov traccia in casa. Ogni volta che apriva la porta, pensava che il cuore le scoppiasse per l'emozione di vederlo sdraiato sul divano o scendere le scale. E puntualmente la delusione aveva l'effetto di un cazzotto. Maja era preoccupata, non aveva mai visto Madeleine cos confusa. A tavola stava seduta con loro in silenzio, piluccava dal piatto e parlava solo quando le veniva rivolta la parola, interrompendosi a met frase per guardare nel vuoto al di l dei genitori, fuori della finestra. "Mangia qualcosa" continuava a ripeterle Maja, ma per la prima volta in vita sua, Madeleine non ci riusciva. Non se la sentiva di mangiare n di parlare e dormiva poco. La notte, sola nella stanza con l'unica compagnia del rumore delle rare automobili di passaggio, rievocava senza sosta il viso di Mark e le sue parole, fino a quando l'immaginazione prendeva il sopravvento e la scena si faceva molto pi eccitante: Mark Dormn si trovava in salotto a parlare con ki. Non aveva la minima idea di cosa si sarebbero potuti dire, ma le bastava pensare ai suoi occhi su di lei, alle sue mani. Poi si interrompeva, stordita dal piacere evocato da quella fantasia. In casa, continuava a occuparsi delle cose che aveva sempre fatto, mormorando il suo nome e aspettando ansiosamente che arrivasse il sabato, gi eccitata al pensiero di vederlo.
Aveva ormai quasi perso le speranze quando, il sabato successivo, una brutta giornata umida e piovosa, fece i gradini d'ingresso e trov il portone socchiuso. Il cuore le balz in gola. Era in casa? Apr con cautela e not la borsa e una valigetta in corridoio.
Doveva essere rientrato da un viaggio. L'ombrello era appoggiato al muro e stava formando una pozza d'acqua sul pavimento di legno. Madeleine avanz scuotendo il proprio e cercando di rallentare il respiro. In casa regnava il silenzio. Guard l'orologio: erano da poco passate le nove. Si tolse il cappotto, lo appese dietro la porta della cucina e si aggiust la gonna. "In quale stanza sar stato?" Diede un'occhiata in salotto ma non vide nessuno: tutto era perfettamente in ordine come l'aveva lasciato la settimana prima. And ad aprire le porte che davano in sala da pranzo ma, anche l, niente. Doveva essere di sopra, pens, mordendosi il labbro. Sal le scale. Non era nel suo studio e nemmeno nelle stanze degli ospiti. Fece un altro piano e, accorgendosi che la porta della sua camera da letto era aperta, con cautela mise dentro la testa. Rimase di stucco. Effettivamente Mark era l, sdraiato sull'enorme letto, coperto per met dalla pelle di leopardo, profondamente addormentato. Madeleine sbatt le palpebre, confusa. Era completamente vestito, con tanto di cravatta.
Una scarpa era abbandonata ai piedi del letto e l'altra era ancora mezzo infilata. Era chiaro che si era addormentato improvvisamente.
Madeleine rimase sulla porta a guardarlo per un tempo che le parve eterno. Com'era bello, sereno... non riusciva nemmeno a trovare le parole adatte per descriverlo. Madeleine aveva sbalordito tutti imparando l'inglese molto in fretta, con tanto d'intonazione, e andava fiera della sua capacit di scegliere i vocaboli appropriati per ogni situazione, forse anche per via del fatto che sua madre era stata una scrittrice. A volte, tuttavia, l'inglese le sembrava troppo semplice. S, Mark Dormn era sicuramente bello, ma non assomigliava a un divo del cinema, come aveva pensato la prima volta che aveva sentito la sua voce. Aveva un'aria da ragazzino: sembrava il tipo che gioca a tennis e nuota ogni giorno per il gusto di farlo. Era alto e ben proporzionato. Era riuscita a farsi dire da Maja che aveva trentadue anni e veniva dalla California, il che, per una come Madeleine, era un po' come venire dalla Luna. La California... Sole dorato, uomini e donne dorati... la vita dorata. Gli si addiceva. Si chiese cosa diavolo l'avesse portato nella cupa e malinconica Londra.
L'uomo addormentato emise un debole suono. Madeleine stava per voltarsi e tornare da basso, quando lui apr gli occhi.
Ehi disse ancora mezzo insonnolito, cercando di mettere a fuoco l'immagine di lei.
Oh, non la volevo svegliare. Mi dispiace... ero...
Non c' problema. Devo essere crollato. Che ore sono?
Le nove e mezzo rispose Madeleine lanciando una rapida occhiata all'orologio. Doveva essere rimasta sulla porta per almeno un quarto d'ora.
Merda. Sar meglio che mi dia una mossa comment lui tirandosi su a sedere e prendendosi la testa fra le mani.
Si sente bene? azzard Madeleine. Aveva un'aria stanca e non troppo in forma. Quando sollev il capo, si accorse che gli occhi erano iniettati di sangue.
Scosse lentamente la testa. S. Sono rientrato stamattina da New York. Sono i maledetti postumi di una sbornia.
Oh.
Ho solo bisogno di un po' d'acqua aggiunse alzandosi un po' barcollante.
No, resti qui. Si sieda. Gliela porto io disse Madeleine girandosi velocemente per correre gi. Lo sent borbottare qualcosa che non riusc a capire, poi si sent un tonfo e lei intu che si era ributtato sul letto. And in cucina, prese una bottiglia d'acqua dal frigo e un bicchiere e setacci uno dei cassetti. Da qualche parte aveva visto una confezione di aspirina. Quando l'ebbe trovata torn di corsa di sopra. Mark era di nuovo disteso sul letto e si riparava dalla luce con un braccio.
Ecco qui disse Madeleine avvicinandosi. Lui apr un occhio e le diede un'occhiata furtiva. Le ho portato anche dell'aspirina.
Maja, sei un vero angelo! gemette Mark, appoggiandosi su un braccio.
No... sono Madeleine si affrett a correggerlo, indispettita dal fatto che si fosse scordato il suo nome.
E vero, scusami... troppo alcol ieri sera. Le rivolse un debole sorriso prendendole dalle mani le compresse e il bicchiere. Le loro dita si toccarono.
 andato a una festa? gli chiese mentre lui gettava la testa all'indietro per ingoiare in un sorso l'acqua e le aspirine.
Non esattamente. Ho volato in prima classe: champagne per tutto il tempo, dal JFK a Heathrow.
Oh. Madeleine non riusciva a immaginare come potesse essere la prima classe, n qualsiasi altra. In vita sua non era mai salita a bordo di un aereo.
Parli inglese molto meglio di tua madre disse Mark Dormn scuotendo la testa come per schiarirsi le idee.
Be', siamo qui da un po' rispose Madeleine arrossendo. Le piaceva quando la guardava anche se si sentiva un po' nervosa.
Da quanto?
Mmm, da sei anni.
Comunque, hai imparato in fretta. Quanti anni hai? Mark la stava guardando in modo strano.
Quattordici balbett Madeleine.
Bello, eh? Sbadigli, stiracchiandosi. Madeleine non riusciva a togliergli gli occhi di dosso. Okay, be', ora sar meglio che mi muova. Grazie per l'acqua e le medicine disse togliendosi la cravatta. Madeleine annu, senza accennare ad andarsene.
Lo guard sfilarsi la giacca e gettarla per terra con noncuranza, poi cominciare a sbottonarsi la camicia. Lui si ferm. Magari potresti cominciare a pulire da basso...
S, certo. Inizier dalla cucina... cio, volevo dire dalla sala da pranzo.
Certo, come vuoi. E, cos dicendo, Mark Dormn si defil.

16
Per l'ennesima volta negli ultimi cinque anni, Max inve contro Angela mentre si aggirava nervosamente per la casa. Si allent la cravatta e gett la giacca sulla ringhiera della scala perch Krystyna la raccogliesse. Erano le otto e mezzo di un mercoled mattina, era rientrato da Parigi con il primo volo e stava per ospitare uno dei pi importanti breakfast meeting di tutta la sua maledetta carriera. E gli toccava fare tutto da solo. Accidenti a lei.
Era tornata a casa dopo che le avevano chiesto di lasciare la clinica Klaasens con un paio di mesi di anticipo, per via di qualche complicazione con uno dei pazienti o con il figlio di uno di loro.
La responsabile, al telefono, era troppo imbarazzata per spiegarglielo con precisione. Max aveva riattaccato: gli squallidi dettagli non lo interessavano.
Krystyna url, facendo due gradini alla volta.
Signore. La donna comparve ai piedi della scala.
 tutto pronto? le chiese voltandosi rapidamente a guardarla.
S, signore.  tutto a posto. Le persone del catering sono arrivate e io ho gi preparato le stanze degli ospiti al secondo piano, nel caso Lord Henning volesse fare un riposino dopo la riunione.
C' del...
Magnifico la interruppe bruscamente Max. Faccio una doccia veloce. Tirami fuori qualcosa di adatto da mettere. E spar nelle sue stanze.
Krystyna assent, esitante. Cosa intendeva con "qualcosa di adatto"? Si sofferm un attimo a riflettere, poi lo segu di sopra.
Va bene. S, quello pu andare esclam Max uscendo dal grande bagno con un asciugamano intorno alla vita.
La domestica rimase immobile, non sapendo dove guardare.
Il completo gessato blu scuro che aveva scelto sembrava aver ottenuto la sua approvazione. Tir fuori i calzoni e raccolse le custodie di plastica da terra. Le serve altro? balbett paonazza, sforzandosi di allontanare gli occhi dal suo principale che le stava di fronte mezzo nudo.
Quando Max la guard, ebbe un attimo di esitazione, poi scosse la testa ancora umida dopo la doccia. No. Grazie, Krystyna.
Scendo tra qualche minuto.
Lei si volt e usc dalla stanza, cercando di controllarsi pi che pot. Scendendo le scale si lasci scappare un sospiro. Non era la prima volta che si sentiva imbarazzata davanti a lui. C'era qualcosa di cos autorevole in Max Sall. Era quasi un anno che lavorava al suo servizio: in realt gran parte del tempo lo dedicava ad accudire quella poveretta di sua moglie -, e ogni volta che le posava addosso i suoi occhi grigi riusciva a farla arrossire come una ragazzina. Ma lei era davvero una ragazzina, ricord a se stessa entrando in cucina. Aveva appena compiuto vent'anni. Quello dai Sall era il suo primo vero lavoro, se non considerava la fattoria dei suoi, a Varsavia. Non le era mai capitato di conoscere gente come loro, ricca, famosa e infelice.
Se si escludeva Max, Amber sembrava l'unica in grado di reggersi in piedi da sola. A differenza del fratello e della madre, lei sembrava adattarsi a qualsiasi situazione. Kieran, invece... Krystyna sollev gli occhi al cielo. Lui era un disastro.
Era strano che Max non se ne fosse accorto. Assomigliava moltissimo alla madre, ma mentre Angela era quasi sempre ubriaca, Kieran era drogato. Bastava guardarlo per rendersene conto. S, si disse andando a controllare che la sala della colazione fosse perfetta come voleva Max, quel ragazzo era un
vero disastro, e le faceva pena. Tranne quando ci provava con lei, ovviamente.
Finendo di aggiustarsi la cravatta, Max scese le scale e si diresse nella stanza degli ospiti al secondo piano per assicurarsi che tutto fosse in ordine. Quando apr la porta, rimase impietrito: le tende erano tirate e l'ambiente era ancora immerso nella semioscurit.
Si precipit alla finestra e fece luce. Da dietro le sue spalle si udirono improvvisamente dei rumori. Nel girarsi, per poco non fece cadere il vaso di fiori freschi che Krystyna aveva sistemato sul tavolo da toeletta. Socchiuse gli occhi. Percep dei movimenti nel letto e gli ci volle soltanto un minuto per capire di cosa si trattasse. Che diavolo sta succedendo? rugg. Da sotto le lenzuola provenne un gemito, poi un altro movimento. Quando Max si fiond verso il letto e sollev la coperta, riconobbe subito la ragazza seminuda raggomitolata accanto a suo figlio. Becky Aldridge. L'amica del cuore di Amber. Ma non sarebbe dovuta essere a scuola? Rimase a fissarli in un silenzio agghiacciante. Vestiti e fila fuori di qui disse infine tra i denti. Quando torno, fra cinque minuti, non ti voglio vedere. Tu continu rivolto al figlio nel mio studio. Immediatamente! Gir sui tacchi e usc.
Oddio!  esclam Becky mettendosi a piangere. Mi avevi detto che era fuori citt gemette, coprendosi col lenzuolo e cercando affannosamente i suoi vestiti. Kieran tacque. Se ne stava sdraiato con gli occhi chiusi, immobile. Kieran lo chiam Becky toccandogli un fianco. Alzati. Tuo padre ti aspetta. Oddio, cosa gli dirai? Lui non rispose. Allung una mano e prese lo spinello.
Come fai a restartene l? url Becky vestendosi in tutta fretta.
Sapeva che era stata una cattiva idea fermarsi da lui andando a scuola, anche se in realt non avevano fatto nulla. Kieran si accontentava di stare sdraiato accanto a lei seminuda, fumandosi uno spinello e toccandola ogni tanto. A Becky la cosa piaceva: aveva troppa paura di andare fino in fondo e, comunque, temeva di perderlo se avesse opposto resistenza. Cos, invece, entrambi ottenevano quello che volevano, anche se, secondo le sue
compagne di classe, il fatto che lui non le chiedesse di fare sesso
-non ancora, almeno - era un po' strano. "Adesso, per..." cominci a singhiozzare. Era terrorizzata per quello che le avrebbero detto sua madre e suo padre e dall'idea di incontrare Max, da basso. Il modo in cui l'aveva guardata... quel tremendo miscuglio di rabbia, sorpresa e delusione. Si volt verso Kieran, che sembrava quasi assopito. Cosa gli racconterai? Gli dirai che in realt non stavamo facendo niente, vero? lo supplic mentre cercava di raccogliersi i capelli in una coda di cavallo. Kieran rest zitto. Ti prego, Kieran, gli devi dire...
Chiudi quella cazzo di bocca, Becky la interruppe lui, soffiando larghi anelli di fumo e girandosi sul fianco.
Becky tacque. Cosa le aveva detto? Ma non scendi? chiese poi.
No. E adesso chiudi il becco, vorrei cercare di dormire.
Ma Kieran... ricominci lei.
Te lo ripeto. Chiudi quel fottutissimo becco. Sto tentando di prender sonno. Sono venuto qui per questo. Quando esci, chiudi la porta, intesi? Cos dicendo, spense lo spinello, si tir su le coperte fin oltre la testa e si volt verso il muro.
Becky fin di vestirsi in silenzio. Quando apr la porta e scese piano le scale, le dita le tremavano ancora. Erano le nove passate da un pezzo. Le lezioni dovevano essere gi iniziate. Cos'avrebbe raccontato ad Amber? Da quando, qualche settimana prima, l'aveva sorpresa con Kieran, i rapporti tra loro si erano fatti un po' tesi. Amber si sforzava di far finta di niente, ma Becky sapeva che era solo un atteggiamento, che dentro di s era in subbuglio.
L'amica era diventata possessiva fino agli eccessi e Becky non riusciva a capire se fosse per la paura di perdere lei o, piuttosto, Kieran. Era sempre stata molto protettiva nei confronti del fratello ma adesso, almeno agli occhi di Amber, lui non ne faceva una giusta.
Apr il portone cercando di non fare rumore. Tutto stava cambiando cos in fretta, solo che questa volta non avrebbe potuto parlarne con Amber. Non avrebbe potuto dirlo a nessuno.
Krystyna si ferm con un cesto di croissant ancora caldi in mano.
Si ud un tonfo, un grido e poi il rumore di qualcosa che andava in frantumi. Si volt verso la signora Dewhurst. Ha sentito?
No. E nemmeno tu disse l'altra in tono sorprendentemente deciso.
Krystyna guard verso la porta. Ma... cominci, esitante. Le giungeva il rumore di qualcosa che veniva trascinato gi per le scale. Si augur che non si trattasse di Angela.
Nessun ma. Lasciali stare. Vieni,  meglio mettere quei croissant nel forno. Il signore sar qui a momenti.
Krystyna la segu con riluttanza in cucina. Qualunque cosa fosse, il breakfast meeting che si sarebbe svolto di l a un'ora era di certo pi importante.

17
Madeleine si guard intorno una, due volte, poi infil la mano.
Tir il mucchio di fotografie verso di s, esitando prima di estrarle dal cassetto. Si ferm per un attimo. Non avrebbe dovuto farlo, si trovava l solo per pulire lo studio, non per curiosare tra le sue cose. Scorse rapidamente le foto. Che cosa stava cercando?
Non lo sapeva. Rest in ascolto. Dal piano di sotto non proveniva alcun rumore. Mark Dormn era uscito per andare al lavoro pochi minuti dopo il suo arrivo.
Le foto erano tutte di posti che non conosceva: una citt piena di edifici alti e macchine gialle sotto la neve, una spiaggia da qualche parte e gente che aveva visto solo nelle riviste, bella e sorridente. Trattenne il respiro. La stessa ragazza era presente in diversi scatti. Madeleine la studi con attenzione: capelli scuri, lunghi e lucenti, un sorriso ampio e deciso. In una foto Mark la cingeva con un braccio. Doveva essere la sua fidanzata, era ovvio.
Madeleine fece una smorfia e dovette sforzarsi per pronunciare la parola tra s: "La sua ragazza". Allontan le fotografie e si alz. Non era sicura di riuscire a guardare le altre. Si sent ridicola.
Si era presa una cotta da scolaretta per qualcuno che avrebbe potuto essere suo padre. Ma la verit era che Mark Dormn si ricordava a malapena di lei. Sua madre aveva qualche sospetto e l'aveva minacciata di mandarla a lavorare al servizio di qualcun altro, se non la piantava di aggirarsi per casa con l'espressione da drzitnaye, da cavallo: un vecchio cavallo dall'aspetto triste.
Madeleine richiuse il cassetto e si alz. Era ora di tornare al lavoro, al mondo reale. Raccolse straccio e cera e usc di malavoglia dalla stanza.
La settimana successiva, per, Mark Dormn la stup. Madeleine rest a guardarlo come se non avesse capito bene. Una festa? La stava invitando a una festa?
Chi? Io? ripet aggrottando le sopracciglia. Stava l, immobile, sul pianerottolo, con lo straccio per la polvere in mano, guardando in gi dalla stretta tromba delle scale.
Esatto. Se tu potessi essere qui per le cinque, gli addetti al catering dovrebbero aver gi finito. Potresti pulire e rimettere a posto. La festa comincer alle otto. Che c'? chiese lanciandole una fugace occhiata.
Madeleine era diventata paonazza. Oh, niente... pensavo solo... balbett al colmo dell'imbarazzo. Per una frazione di secondo aveva pensato che lui la stesse invitando a una festa, anzich chiederle di fare le pulizie. Quando si fu ripresa, continu:
Va bene, certo. Sar qui verso le cinque. Poi gli diede le spalle per tornare di sopra, temendo che potesse vedere le sue guance in fiamme.
No, aspetta un momento... Cosa c' che non va? domand Mark appoggiando la borsa.
Niente rispose Madeleine, praticamente correndo su per le scale. Apr la porta del bagno e vi si appoggi contro. "Che razza di idiota" disse tra s con una smorfia. "Che perfetta, totale idiota!"
Perch mai avrebbe dovuto invitarla a una festa? Che cosa si era messa in testa?
Ti senti bene, Madeleine? La voce di Mark le giunse da dietro la porta.
Madeleine fece un salto. S, s, sto bene. Tra un minuto avr finito grid nervosamente.
D'accordo. Sono da basso. Cos vediamo cosa c' da fare.
S, arrivo tra un attimo. Attese qualche minuto, si asciug
il viso con un asciugamano pulito e apr la porta. Scese le scale con circospezione.
Mark stava leggendo sdraiato su uno dei divani di velluto viola.
Mentre lei gli passava davanti, appoggi la rivista e le fece un cenno. Madeleine si sedette di fronte a lui, le ginocchia ben unite, le mani in grembo.
Vediamo le cose da fare. Ci saranno venti, forse trenta persone, non di pi. Sar necessario allungare il tavolo in sala da pranzo, in modo che la gente possa servirsi da sola. Vieni che ti faccio vedere... disse alzandosi in piedi. Madeleine lo guard dirigersi verso il tavolo e armeggiare con il meccanismo sotto il luccicante piano in ciliegio, per allungarlo al massimo. E facilissimo, guarda. Avvicinati... lo senti? Le prese la mano facendole toccare con le dita un piccolo chiavistello di metallo. Madeleine trasal. Prova tu. Trov il chiavistello e segu le dita di lui, facendo scorrere il meccanismo. Il piano docilmente si spost. Visto?
Madeleine annu. Aveva le dita che le bruciavano nel punto in cui lui le aveva toccate. Arretr di un passo. Stargli cos vicino era pi di quanto potesse chiedere a se stessa. Mmm... Quali piatti e stoviglie devo utilizzare? gli chiese spostandosi dall'altro lato del tavolo.
Mark non sembr accorgersi del suo imbarazzo. Oh, porteranno tutto quelli del catering. Sai, ci sar un buffet... finger food, cocktail... quel tipo di cose.
Oh. Madeleine non era mai stata a un cocktail e non capiva nemmeno tanto bene perch le avesse chiesto di seguire i preparativi.
Sembrava che gli addetti al catering si sarebbero fatti carico di tutti i particolari. Devo prendere dei fiori? butt l.
Ehi,  un'idea fantastica! Comprali dal fioraio all'angolo.
Quello che pi ti piace, per ravvivare l'ambiente. Grandioso!
esclam sorridendo.
Madeleine arross di nuovo. Le piaceva come si entusiasmava per qualunque cosa. Mark Dormn era la persona pi positiva che avesse mai incontrato, cos lontano dal rigido, esasperante
pragmatismo dei suoi genitori. Farfugli qualcosa sui piatti da lavare e si precipit in cucina, temendo, per la seconda volta quel pomeriggio, che lui potesse accorgersi della sua faccia paonazza.
Il venerd sera rimase sulla porta del salotto ad ammirare l'effetto.
I fiori che aveva scelto - alti, arancioni, a punta, con un unico bocciolo in cima al sottile stelo verde scuro - e di cui non ricordava il nome risaltavano splendidamente in quel locale scuro e disadorno con i mobili viola e rosso scuro. La casa di Mark Dormn le piaceva, era cos diversa dalla sua. Spaziosa, tranquilla, divertente... Una delizia per i sensi. Il piacere, pens, un sentimento che le era quasi del tutto estraneo. Rest sulla soglia per qualche minuto, rapita.
Alle nove la festa era in pieno svolgimento e Madeleine si preparava con riluttanza ad andarsene. Aveva detto alla madre che sarebbe rientrata alle otto ed era gi in ritardo di un'ora. Sgusci fuori dalla cucina, si tolse il grembiule e si avvi verso una delle stanze del piano superiore, dove aveva lasciato la borsa. La serata era calda e gran parte degli invitati era uscita sul terrazzo.
Rest alla finestra, nella semioscurit, guardando di sotto. Non vedeva Mark. Era sparito dopo l'arrivo del primo ospite. Madeleine era rimasta in cucina a guardare timidamente un mucchio di belle donne che entravano e si fermavano a rimirarsi nell'enorme specchio che lei lucidava una volta la settimana. Nessuna di loro aveva guardato nella sua direzione. Adesso le osservava dall'alto: eccone una che reclinava la testa all'indietro ridendo per qualcosa che aveva detto il suo vicino. Mani con le unghie laccate di rosso che tenevano una coppa di champagne...
il modo in cui muoveva le spalle, quel piccolo affascinante gesto: nemmeno in un milione di anni, si disse Madeleine, sarebbe riuscita a imitare quel modo di atteggiarsi spontaneo e civettuolo. Il suo approccio con gli uomini consisteva nell'arrossire e scappare. Si allontan dalla finestra e prese la borsa.
Era ora di tornare a casa.
Ah, eccoti. La voce di Mark interruppe i suoi pensieri.
Lei sobbalz vedendolo sulla porta, non l'aveva sentito salire.
Arross. Stavo andando. Ho detto a mia madre che sarei rientrata alle otto disse sperando di non fare la figura della scolaretta.
Sono gi in ritardo aggiunse abbassando gli occhi sull'orologio.
Non poteva guardarlo: la vista di Mark in giacca blu e camicia verde chiaro le toglieva quasi il respiro.
Non hai ancora bevuto niente disse lui con un sorriso, entrando nella stanza. E non ti ho ancora ringraziato continu agitando una bottiglia e due bicchieri.
Per cosa? Lo stupore di Madeleine era sincero.
Per avermi aiutato a ottenere questo successo. Credo stia andando piuttosto bene rispose Mark con semplicit. Non  cos che dite sempre voi inglesi?
Cos come?
Piuttosto.
Non ne ho idea. Come sa, io non sono di qui.
Continuo a dimenticarlo. Rise, poi vers un po' di champagne nei due calici e gliene porse uno. La stanza era buia, ma lui non accenn ad accendere la luce. And alla finestra e guard verso il terrazzo, come aveva fatto lei. Gi. Credo proprio che si stiano divertendo.
Sono tutti suoi amici? chiese lei, stringendo nervosamente il calice tra le dita.
Mark bevve un sorso. Solo alcuni. In gran parte sono semplici conoscenti.
Madeleine assent. In realt non aveva colto quale fosse la differenza.
Chi  quella signora con i capelli scuri? domand sforzandosi di apparire disinvolta. L'aveva riconosciuta subito dalla foto.
Nikki? Mark sbirci dalla finestra. E una vecchia amica.
 molto carina comment Madeleine, pensierosa.
Non pi di te replic lui alle sue spalle.
Arross di nuovo violentemente senza sapere cosa dire. Bevve un sorso di champagne, ma le bollicine le andarono su per il naso e toss sputacchiando.
Da' qua. Mark le si avvicin e le tolse il bicchiere dalle
mani. Non ci devi infilare il naso, solo le labbra... le disse ridendo.
Non  7Up!
Lo so protest imbarazzata. Pizzica.
E champagne scherz lui senza tirarsi indietro.
Madeleine rimase assolutamente immobile. Le era abbastanza vicino da poterlo toccare. Poi, tutto accadde molto in fretta.
Un momento prima era l a guardare il terrazzo col bicchiere di champagne in mano, e subito dopo percep il tocco del braccio di Mark contro il suo. Le prese il bicchiere e la fece voltare lentamente, mentre il suo viso oscurava quel poco di luce che veniva da fuori. Madeleine avvert la pressione decisa delle labbra di lui contro le sue. Non era un bacio da scolaretta, garbato e casto.
Le labbra di Mark erano calde e insistenti... sembrava che le stesse chiedendo qualcosa, ma lei non aveva idea di che cosa fosse.
Dopo qualche istante di esitazione, per, Madeleine formul la sua risposta. Mark accost la porta con un calcio e si avvicin al letto. Lei chiuse gli occhi e non sent altro che la confusione nella sua testa e il tocco delle mani di lui che, lentamente, le sfilava tutti i vestiti.

18
Max non fingeva nemmeno di non studiare l'uomo che gli sedeva di fronte nell'elegante ristorante di Knightsbridge. Bevve un sorso di caff, assaporandone il gusto intenso e amaro contro la lingua, e lo stette ad ascoltare. Aveva la mente occupata da fatti, date e luoghi e stava frugando nella memoria tra tutti i suoi contatti e le conoscenze d'affari alla ricerca di una collocazione adatta a lui. Quell'incontro era stato il risultato del fortunato breakfast meeting ma, al pensiero di quel che era accaduto quel giorno, Max fece una smorfia. Kieran... non aveva idea di cosa non andasse in quel ragazzo n di come avrebbe dovuto comportarsi con lui. Una cosa era certa, assomigliava ad Angela.
Che delusione! Era uno sfaticato, un vanitoso e un debole.
Kieran non era il figlio che Max avrebbe desiderato. Pens ad Amber: era strano per lui ammetterlo, ma lei gli assomigliava molto pi del fratello. Era decisa, determinata e indipendente, caratteristiche che aveva sperato di trovare in Kieran. Era davvero un peccato, dal momento che simili qualit erano sprecate per una ragazza. Si sforz di tornare alla realt. Talal Baroudi, l'uomo che Lord Henning gli aveva mandato, lo stava osservando con aria interrogativa.
Bevve un altro sorso di caff. Chiedo scusa... stava dicendo?
Stavamo esaminando l'eventualit che lei avesse qualche contatto utile, all'interno.
Max assent, Doveva prendere una decisione rapida e istintiva.
Si poteva fidare del signor Baroudi? Fece di nuovo segno di s col capo. L'uomo che aveva davanti era libanese e apparteneva a una famiglia cristiana di banchieri della media borghesia. Indossava un completo costoso e di buon taglio; al suo mignolo, un diamante brillava con discrezione; calzava scarpe italiane, lucidate con cura. Dettagli, dettagli... Max sapeva bene quanto fosse importante prestare attenzione ai dettagli. D'accordo. Mi lasci fare una telefonata. C' una persona... uno con cui ho avuto rapporti in passato. Attualmente si trova a Teheran. Se c' qualcuno in grado di darvi una mano con i russi,  lui. Torno fra un attimo.
Max scost la sedia e si avvi rapidamente al tavolo di fronte.
Talal Baroudi lo segu con lo sguardo, impressionato. In dieci minuti Max Sall era riuscito a organizzare un incontro che a lui avrebbe richiesto un anno di lavoro. L'elenco dei contatti personali di quell'uomo era lungo e apparentemente di grande qualit. Proprio come gli avevano detto a Beirut. In Medio Oriente c'erano moltissimi intermediari, e lo stesso Talal aveva una rubrica telefonica personale che faceva invidia a molti. Ma Max Sall era in grado di farsi ascoltare da una decina di presidenti e capi di Stato, dai pi importanti e influenti uomini d'affari e da gran parte dei guru della finanza mondiale. Era questo il motivo del suo successo e delle sue stratosferiche parcelle. Ma se l'incontro fosse andato a buon fine, Sall avrebbe meritato fino all'ultimo centesimo del due per cento di commissione. Era anche un tipo eccentrico, si disse Talal, prendendo un sorso di caff accompagnato da uno dei deliziosi biscottini dell'hotel. Gli era giunta voce della situazione familiare poco ortodossa di Sall: la moglie alcolizzata a Londra, la bella amante a Roma... case in tutto il mondo. "Fortunato bastardo" pens con una smorfia. L'ascesa sociale di Max da autista a magnate degli affari era ben nota e costituiva un argomento di pettegolezzo, ma in realt si sapeva ben poco riguardo alle sue origini. Si diceva che fosse un ebreo nato in Germania e scampato ai campi di sterminio o, invece, che fosse un russo, o addirittura un armeno, arrivato in Inghilterra da ragazzino senza un soldo in tasca. In effetti nel suo modo di parlare c'era qualcosa... non un accento, solo una vaga inflessione e, ogni tanto, qualche curiosa costruzione sintattica. Max non affrontava mai l'argomento: non rilasciava interviste personali e aveva rifiutato decine di richieste di biografi ansiosi di enfatizzare una vita che in realt era gi abbastanza sensazionale di suo. Talal si strinse nelle spalle. A chi importava da dove venisse Max Sall? Ci che contava erano le sue conoscenze e coloro che avrebbe potuto convincere del fatto che Talal Baroudi era uno con cui valesse la pena di trattare affari.
La vedr a Copenaghen tra una settimana. Max torn al suo posto mentre Talal assentiva sorridendo. Gli ho detto che si far carico lei di tutte le spese aggiunse. Scarabocchi delle cifre su un biglietto e glielo porse. Chiami questo numero quando arriva in citt. Talal annu di nuovo. L'incontro era concluso. Come sta Laila? chiese Max raccogliendo le sue carte.
Talal alz lo sguardo, sorpreso. Sta bene. Non sapevo che conoscesse mia moglie...
Ci siamo visti una volta, molto tempo fa. Lavorava all'Ali- talia, giusto?
Talal fece segno di s col capo. Per la seconda volta quella mattina era rimasto senza parole. Poche persone sapevano che il vero nome della statuaria Laila Baroudi era Lucia Marciano e che aveva conosciuto e sposato, contro il parere di tutti, Talal Baroudi durante uno scalo a Beirut un fine settimana... ma era tipico di Max Sall. Non si dimenticava di nessuno. Mai.
Me la saluti tanto, mi raccomando. Dovrebbe ricordarsi di me. Cos dicendo, prese l'impermeabile e l'ombrello, fece un cenno a Talal e lasci in fretta l'hotel.
Talal indugi un attimo al tavolo, un po' nervoso. C'era qualcosa che l'aveva allarmato nel modo in cui Max aveva detto "dovrebbe ricordarsi di me". Si alz, con il cuore che batteva pi forte del solito.

19
Madeleine si abbass le mutandine e chiuse gli occhi. Cont fino a dieci. Quando li avesse riaperti, si disse, avrebbe visto la macchia che compariva regolarmente ogni mese... tutto sarebbe stato dimenticato e la vita sarebbe tornata alla normalit. Sollev le palpebre. Niente. Il cotone era bianco e pulito, non c'era una goccia di sangue. Deglut. Si sedette sulla tazza e nascose il viso tra le mani. Erano passati quasi due mesi dalla straordinaria serata a casa di Mark Dormn. Quasi due mesi dalla mattina di qualche giorno dopo, quando lui aveva chiamato Maja per avvisarla che non sarebbe pi dovuta andare a casa sua a fare le pulizie.
Le aveva spiegato che si trasferiva a New York, o qualcosa del genere. Quando Maja si era affacciata nella stanza per dirglielo, Madeleine non l'aveva guardata.
In quel momento, seduta sul gabinetto, sollev la testa mentre le lacrime le solcavano le guance lisce e paffute. Non era scema e nemmeno tanto ingenua da non sapere che cosa le stava succedendo e quello che avrebbe dovuto fare. Il punto era: come?
Si guard le mani. Se anche fosse riuscita a convincere la madre ad affidarle un lavoro da un'altra parte, le ci sarebbero volute - Inizi a fare i calcoli: trenta settimane per accumulare trecento sterline. Appena si era accorta di avere un ritardo nel ciclo, aveva chiamato un numero per l'assistenza all'interruzione di gravidanza che aveva visto sull'autobus. "Aspetti un bambino e hai
paura? Chiama lo 01-679-9999 per un consiglio e un aiuto del tutto riservato" recitava l'annuncio. L'indomani mattina Madeleine aveva chiamato. Il costo era di duecentonovantanove sterline, iva compresa. Lei aveva ringraziato e riappeso, fiduciosa che il ciclo sarebbe arrivato e non avrebbe mai avuto bisogno del consiglio e dell'aiuto che offrivano in cambio di duecentonovantanove sterline. Considerato il poco lavoro che sbrigava ultimamente, aiutando Maja in qualche palazzo vicino a casa, le ci sarebbero voluti sei mesi e mezzo per raccogliere i soldi necessari, ma a quel tempo il bambino sarebbe praticamente gi venuto al mondo. Si asciug le guance. Era una ragazza con molto senso pratico, calma e in gamba, si disse. In quella situazione non aveva scelta: doveva trovare i soldi per abortire, sarebbe stata costretta a raccontare a qualcuno cosa le era successo e non poteva dirlo ai suoi. C'erano due sole persone al mondo che avrebbero potuto prestarle i soldi, Becky e Amber, ed erano le stesse persone con cui potesse confidarsi.
Tir l'acqua, si soffi il naso e apr la porta. Era gioved e in casa non c'era nessuno. Per la prima volta in vita sua, Madeleine aveva saltato un giorno di scuola inventando un pretesto. Aveva detto a Maja che non si sentiva bene, ma in fondo non era una bugia: accusava un malessere difficile da definire, che le provocava la nausea e una gran fame allo stesso tempo. Si tocc la pancia sotto l'elastico del pigiama... era gonfia, vellutata e morbida da accarezzare. Si sentiva come se stesse per scoppiare da un momento all'altro. Torn a letto, premendosi una bottiglia d'acqua calda sull'addome e cercando di non pensare a quello che stava accadendo dentro di lei e al gesto che sarebbe stata costretta a fare.
Amber diede un'occhiata al viso di Madeleine e non ebbe esitazioni.
Ti presto io i soldi, non ti preoccupare.
Becky la guard con gratitudine. Per quanto desiderasse aiutare l'amica, non avrebbe avuto modo di mettere le mani su trecento sterline senza che sua madre lo venisse a sapere e le chiedesse spiegazioni. Anche Becky aveva i suoi segreti, e affrontare certi argomenti con la madre sarebbe stato molto pericoloso.
Sei sicura che non sia un problema? chiese Madeleine cercando di trattenere le lacrime.
Non essere sciocca. Te li posso dare anche adesso, se vuoi.
Amber fece per alzarsi dal letto.
No, non ne ho bisogno subito. Devo prima chiamare quel posto... rispose Madeleine asciugandosi gli occhi col dorso della mano. Non si aspettava un gesto tanto generoso da parte di una persona che conosceva da soli tre mesi. Avvert un senso di nausea e corse in bagno.
Povera Madeleine! esclam Amber, guardando Becky. Tra le due scese un improvviso, angoscioso silenzio, il primo di questo genere in dieci anni di amicizia. Becky abbass lo sguardo e Amber la guard, sgomenta. Le sembrava che in una notte tutto fosse cambiato. Non ebbe il coraggio di chiedere a Becky se anche lei... Quando Madeleine aveva annunciato la notizia, Becky aveva avuto un debole sussulto e aveva tratto un lungo sospiro...
e Amber aveva capito. S, Becky l'aveva fatto, ma quello non era il momento adatto per parlarne. Adesso aveva altro di cui occuparsi. Becky aveva fatto entrare Madeleine nelle loro vite trasformando l'amicizia tranquilla e familiare che le aveva unite fino allora in un altro tipo di rapporto. Fortunatamente, Amber e Madeleine si erano piaciute subito. Il legame che univa Becky e Amber si era allargato a Madeleine senza quasi che loro se ne rendessero conto. E adesso Becky e Madeleine avevano vissuto un'esperienza ignota ad Amber, ed erano diventate donne. Pur sapendo benissimo di essere stata lasciata indietro, Amber non aveva molta fretta di recuperare. Non la spaventava quello che le amiche avevano fatto, anche se le conseguenze per Madeleine erano state pesanti. No, Amber non aveva paura, n fretta... semplicemente, non aveva ancora incontrato qualcuno con cui desiderasse farlo. In un certo senso, tutti gli uomini sparivano di fronte a Max, alla forte personalit e alla passione che lui sprigionava.
Amber si alz e usc dalla stanza.
Quando, dopo aver bussato, lei entr in salotto, Angela volt la testa. La madre appoggi il bicchiere con cautela e sorrise.
Rest ad ascoltare la figlia per un minuto, poi si alz dalla poltrona accanto alla finestra e si diresse verso l'elegante buffet per prendere la borsa. Tir fuori un morbido portafoglio in pelle da cui estrasse un bel mucchietto di banconote.
Ecco qua, tesoro... Dovrebbero bastare. Su che colore sei orientata?
Giallo esclam Amber senza batter ciglio. Ho pensato che qualcosa di giallo sarebbe carino.
S, una cosetta allegra e vivace convenne Angela rimettendosi a sedere. Fai le congratulazioni anche da parte mia, per favore.
Li ho conosciuti una volta, vero? chiese, improvvisamente agitata.
S, Angela. Sophie  venuta da noi un sacco di volte. Amber afferr i bigliettoni e si avvi alla porta. Grazie esclam aprendola. Sar un matrimonio fantastico. Far delle foto da farti vedere.
Angela annu con aria sognante mentre Amber si chiudeva adagio la porta alle spalle. L'indomani non si sarebbe ricordata di nulla. Men che meno che Amber fosse entrata nella stanza a chiederle trecento sterline per comprare un vestito per il matrimonio di una compagna di scuola.

20
Le tre amiche si erano date appuntamento all'ingresso della stazione di Ladbroke Grove alle nove di un sabato mattina di due settimane dopo. Come se avesse dovuto seguire un copione, il tempo era cambiato e una leggera pioggerellina avvolgeva tutto in un grigiore triste e cupo che si intonava all'umore delle ragazze.
Comprarono i biglietti per Richmond e si diressero al binario ad aspettare il treno. Nessuna delle tre parlava. Amber voleva dire o fare qualcosa per aiutare Madeleine, ma l'amica aveva assunto un'aria distaccata e severa che scoraggiava qualunque dimostrazione d'affetto. Becky si trascinava dietro a loro con l'espressione persa e insicura. Anche lei, come Amber, avrebbe voluto toccare o abbracciare Madeleine, ma non riusciva a farlo. Il treno entr in stazione sferragliando. Poi si ferm, le porte si aprirono e le tre ragazze furono inghiottite a bordo.
Madeleine si sedette per conto suo voltando la testa dall'altra parte e concentrandosi sui giardini e gli orticelli che le scivolavano davanti agli occhi. Non sapeva se fosse peggio pensare a ci che stava per succedere o a quello che era gi successo. Erano entrambi eventi dolorosi, anche se il primo era ancora un'ipotesi.
L'altro... be', non era facile per Madeleine pensare senza farsi prendere dal panico che avrebbe potuto non ripetersi mai pi, che dopo quell'incidente lei forse non avrebbe pi trovato qualcuno con cui riprovare le stesse intense emozioni che l'avevano attraversata al tocco di Mark Dormn, o il pressante desiderio che l'aveva fatta rabbrividire. Con la mente torn al momento in cui lui le era crollato addosso, nascondendole la testa nel collo e ansimando... di dolore? Lo aveva sfiorato, come impaurita, ma Mark, dopo averle fatto lentamente scivolare la mano sul seno, le aveva accarezzato la pancia scatenando in lei una meravigliosa sensazione di calore. No, non era dolore... lo sentiva sorridere... Era solo... una sensazione meravigliosa. Era stato bello, anzi, bellissimo e lei era stata brava. Lui gliel'aveva detto e le sue parole le avevano scatenato un'altra ondata di eccitazione, che partiva da qualche parte tra le cosce, le attraversava il corpo e arrivava al viso. Madeleine aveva premuto la testa sul cuscino sentendo il calore delle lacrime agli angoli degli occhi, ma prima che potesse bearsi in quella sensazione o voltare la testa per appoggiarla a quella di lui, dal piano di sotto era giunto uno strillo. Mark Dormn si era liberato velocemente dall'abbraccio e, nel giro di qualche secondo, si era rivestito, ravviato i capelli con la mano ed era sparito. Madeleine era rimasta ad aspettare per un tempo che le era sembrato infinito ma lui non era tornato.
Poi, dopo essersi rivestita, lei era scesa e aveva visto Mark abbracciato a una ragazza giovane e snella con un vestito nero scollato sulla schiena e lunghi capelli biondi che coprivano completamente le braccia di lui. Madeleine aveva aperto la porta in silenzio ed era uscita nella gelida sera.
Distolse lo sguardo dal finestrino e si guard le mani. Amber si era alzata per mettersi nel corridoio tra le file di posti e le aveva sfiorato delicatamente un ginocchio. Madeleine guard verso l'alto e vide Becky che le sorrideva timidamente. "Qualunque cosa accada" sembravano volerle dire "non sei sola." Ricambi lo sguardo con riconoscenza. Il treno entr nella stazione di Rich- mond e le tre ragazze si prepararono a scendere. Era ora di muoversi, di agire.


Seconda parte
21
Minorca, Spagna, 1983
Paola gett indietro i capelli, si aggiust le spalline del prendisole e usc dal bagno. Con la coda dell'occhio vide il proprietario del locale, Didier Didi per gli amici che la guardava strofinando prima un bicchiere, poi un altro, lentamente, e alzandoli a uno a uno verso la luce per cogliere il riflesso di lei nella spessa superficie convessa. Era uno dei loro giochini: Paola faceva finta di non accorgersi di Didi e viceversa, ma il cuore le batteva forte.
Didier Juneau era il proprietario del Didi's, un bar alla moda nel centro di Tamarinda, di fronte alla vecchia chiesa barocca della Plaza Espaa, dove Paola e i suoi amici andavano ogni pomeriggio.
Erano le quattro di un venerd dell'ultima settimana di vacanze.
La domenica, lei e Francesca sarebbero rientrate a Roma.
Cerchi qualcuno? grid Didier, cogliendo l'attimo in cui Paola aveva abbassato la guardia.
Io? No, no... stavo per... andare a fare una telefonata rispose Paola confusa. Aveva fatto la figura della sciocca e se c'era una cosa che detestava - a parte la sorella, naturalmente - era appunto quella di sembrare sciocca.
I telefoni sono l in fondo disse Didier indicando la fila sulla parete dietro di lei. Paola si volt e lui si addoss al bancone per guardarle il sedere che dondolava sotto l'abitino di cotone leggero.
Lei si gir per met e lo becc mentre la guardava ed entrambi sorrisero. Il gioco era cominciato.
Che cosa ci faceva l? sibil Bernadette quando Paola le si sedette accanto. Le due ragazze erano insieme a Enrico e Pablo, i figli di amici di famiglia incaricati dalle madri di accompagnarle in citt.
Te lo spiego dopo bisbigli Paola assaggiando il suo Cam- pari e succo d'arancia. Nel quarto d'ora in cui si era allontanata il cubetto di ghiaccio si era completamente sciolto, ma ne era valsa la pena. Aveva ottenuto un appuntamento. Quella sera sarebbe dovuta uscire dalla villa alle dieci, ma non era un problema: Max era via e sua madre non se ne sarebbe accorta; e se anche l'avesse scoperta, Paola sapeva che non l'avrebbe raccontato a suo padre. Guard Enrico, un ragazzino. Era simpatico e anche piuttosto carino, ma non reggeva comunque il confronto con l'uomo con cui lei aveva un appuntamento. Didier era sulla trentina, non era un teenager. Paola era stufa di Enrico e dei suoi amici. Voleva divertirsi sul serio, come fanno gli adulti. Si accese una sigaretta.
Felipe, il primo barman del Didi's, osserv Paola allontanarsi dal locale e si volt verso Didier con un sogghigno. Mierda!  esclam.
Hai fatto bingo.
Lo so gli fece eco Didier. Gran classe, no?
Hombre. Sai chi ? Didier scosse la testa. La figlia di Max Sall e dell'italiana.
Didier lo fiss con gli occhi sgranati. Ma certo! Non l'aveva riconosciuta. Afferr un altro bicchiere sogghignando. Quanti anni ha?
Abbastanza. Come tutte. Felipe si strinse nelle spalle. Le ragazzine che ciondolavano attorno al locale non erano poi cos giovani come sembravano. A Minorca erano cresciute in fretta. Era uno dei motivi per cui si erano spostate da Madrid. Didier ghign ancora. In effetti, si disse, ne aveva collezionata un'intera serie.
Paola Rossi, una delle pi ricche dell'isola, aveva accettato di vedersi con lui al Tabac, sul lungomare. Didier aveva colto lo sguardo di Paola, un misto di paura e civetteria. Era lo stesso sguardo che lui aveva visto in molte delle ereditiere sedicenni che si appoggiavano al bancone del Didi's con il seno schiacciato sul pesante piano di mogano e una sensuale espressione di desiderio sul volto. Sapeva perfettamente che cosa significasse quello sguardo,
C'erano molti ventenni e trentenni affascinanti sull'isola, e alcuni di loro tornavano ogni anno. Molte adolescenti scoprivano improvvisamente di essere stufe dei loro boyfriend della scuola, tutti con lo stesso taglio corto di capelli e l'abbigliamento dapreppy, giovanile ma sobrio, fnto casual. Agli occhi di quelle ragazze, gli uomini belli rappresentavano il pericolo, la libert e quel tocco di mistero da cui si lasciavano lentamente e inesorabilmente attrarre.
Didier era uno di loro. Paola l'aveva adocchiato, o viceversa.
A ogni modo, lui sapeva esattamente come sarebbe andata. L'aveva gi visto - anzi, fatto centinaia di volte.
Alle nove e un quarto in punto, Paola sgusci fuori dal letto completamente vestita e fece un salto in bagno per darsi un'ultima occhiata allo specchio. Chiuse la porta e accese la luce. Aveva scelto una gonna lunga di seta rosa, aderentissima sulle cosce e sui fianchi, un leggero top bianco arricciato con le spalline annodate e un paio di sandali bianchi senza tacco ornati da graziose conchiglie color corallo. Si spazzol un'ultima volta la sfavillante chioma bruna, si ritocc il rossetto e spense la luce soddisfatta: dimostrava almeno tre anni pi dei suoi quindici. Apr la finestra della sua camera, raccolse la gonna e salt fuori con cautela.
Poi attravers il prato e balz sul motorino. Scese in folle gi dalla collinetta per qualche minuto, finch fu abbastanza lontana per non essere udita, quindi accese il motore e fil via nella notte. Il cuore le batteva forte. Aveva calcolato i tempi per arrivare con quindici minuti di ritardo, sufficienti per farlo preoccupare ma non abbastanza per scoraggiarlo. Un altro degli utilissimi trucchi che Paola aveva appreso da Francesca.
Ciao disse facendosi largo tra i tavoli con fare seducente. Paola si accorse con soddisfazione che gli uomini nel locale non le toglievano gli occhi di dosso. Anche Didier la fissava con approvazone a mano a mano che lei ondeggiava con grazia verso di lui.
Non si sarebbe scusata per averlo fatto aspettare. "Apprezzer la tua sicurezza" le aveva spesso fatto notare Francesca.
Ciao, pensavo ti fossi dimenticata dell'appuntamento disse Didier con un sorriso sornione.
Paola si strinse nelle spalle e sorrise a propria volta. Oh, io sono sempre in ritardo aggiunse in tono allegro. Poi frug nella borsa in cerca di una sigaretta. Doveva tenere le mani occupate.
Com'era affascinante e che aria adulta aveva Didier, seduto di fronte a lei, con la giacca di pelle, i lunghi ricci castani che gli ricadevano sul collo e la barba sfatta. Il cuore cominci a martellarle nel petto.
Cosa bevi? le chiese lui.
Un Campari... no, un whisky rispose Paola.
Didier annu con aria di approvazione e chiam il cameriere schioccando le dita. Dopo qualche secondo, i loro drink erano serviti. Paola bevve un sorso sotto lo sguardo ancora sorridente di Didier. Poi lui si sporse in avanti.
Quanti anni hai, Paola? le chiese fissando la scollatura del top che lasciava intravedere le curve del seno.
Diciotto ment lei sfacciatamente, bevendo un altro sorso.
Lui si appoggi allo schienale. Ti va di andare a una festa?
domand accendendosi una sigaretta.
Paola annu con entusiasmo. Dove? chiese con gli occhi che le brillavano.
Oh, da gente che conosco.  dall'altra parte della citt. In una delle ville in campagna.
Oh, fantastico.  un'idea veramente forte. Didier inarc un sopracciglio e Paola arross. Era stata forse troppo infantile?
Gi fece lui. Si alz e spense la sigaretta. Allora, andiamo.
Ho la macchina qui fuori. Estrasse una banconota accartocciata e la lasci sul tavolo.
Paola scol frettolosamente il suo whisky e lo segu. Va bene come sono vestita? gli chiese mentre si avviavano a passo svelto verso l'auto.
Didier le gett un'occhiata e le mise disinvoltamente un braccio attorno alle spalle. Non me ne preoccuperei, chrie. Ho in mente di vederti... senza tutta questa roba addosso le disse con una risata, tirandole leggermente i nastrini del top.
Paola fu pervasa da un fremito di eccitazione. Le restavano ancora due giorni da passare sull'isola e si era ripromessa che, quando fosse tornata a Roma, non sarebbe pi stata la verginella del lyce. Daniela, Roberta, Pascale... tutte le sue migliori amiche l'avevano gi fatto e Paola era ben decisa a non rimanere indietro.
Con la sola differenza che lei non stava per perdere la verginit con qualche ragazzino della sua classe, elegante e con le mani sudate. Qualcuno tipo il grazioso e affidabile Enrico o il noioso Pablo. Lei l'avrebbe fatto con uno pi grande, molto pi grande di loro, con molta pi esperienza e in grado di insegnarle un paio di cose, non com'era capitato a Daniela e Pascale, stando a quanto le amiche le avevano raccontato.
Arrivarono alla macchina. Lui le apr la portiera - Paola not indistintamente che era un po' arrugginita, non il genere di auto in cui era abituata a viaggiare lei e poi, una volta salito, le prese il viso tra le mani. Le dita di Didier presero quindi ad armeggiare col primo bottone del top denudandola a poco a poco.
Didier mormor Paola dopo un po'. Si gir praticamente sdraiandosi su di lui, incastrata tra la sua erezione e il volante, altrettanto duro. Non dovremmo... e la festa? Non arriveremo in ritardo?
'fanculo la festa. Ho in mente qualcosa di molto meglio.
Le fece scivolare una mano lungo la coscia. Dai. Sar meglio che andiamo o finiranno per arrestarmi per atti osceni in luogo pubblico.
Paola fece una risatina eccitata quando lui ritir la mano e accese il motore. Si tir su e si sedette al suo posto notando che i finestrini erano completamente appannati.
Ci vollero dieci minuti per raggiungere Didi's; lui aveva un appartamento sopra il locale. Dopo aver parcheggiato l'auto, Didier l'afferr per la mano e la spinse su per le scale dall'ingresso laterale, muovendosi in fretta in modo che nessuno li vedesse. Quella sera l'avrebbe coperto Felipe e Didier sapeva benissimo, a differenza di Paola, che sarebbero tornati di sotto nel giro di un'ora.
Con movenze armoniose e ben studiate si tolse la giacca, prese due bicchieri e una bottiglia di whisky dal mobile e trascin Paola accanto a s sul divano letto. Cinque minuti pi tardi, le aveva gi tolto il top e i sandali e le stava accarezzando le gambe lisce e sode. Paola Rossi era ricca. Ed era anche calda. Doveva essere la sua prima volta Didier l'aveva capito da come le tremavano le gambe e dal sospiro che faceva ogni volta che lui la sfiorava -, una tempistica perfetta, per quel che lo riguardava.
Una vergine ricca e bollente. Chi meglio di lui poteva iniziarla al mondo? In questo Didier era bravo. Doveva esserlo. Aveva fatto abbastanza pratica. Forse questa volta l'avrebbe tirata sufficientemente in lungo per raccogliere i frutti. I veri frutti. E inizi a darsi da fare con le mani.

22
Londra, Inghilterra
Oh, che cazzo, Sall, Ecco cosa devi fare. Jake Higham-Burton si sdrai sul letto e afferr il libretto degli assegni dalle mani di Kieran e strapp un coupon dal fondo. Allora. Quanto vuoi?
Merda, non lo so. Quanto... pensi che ci possa servire?
Dipende da quanto vuoi sballare.
Non lo so. Abbastanza. Molto. Kieran proruppe in una risata.
Bene. Fai cinquecento sterline.
Cinquecento sterline? Sei impazzito? esclam Kieran strabuzzando gli occhi. Cerc di riprendersi il libretto ma Jake lo sollev sopra la testa, ridendo.
Dai. Non se ne accorger nemmeno.
Come fai a saperlo? Dammi qua... si tratta di mio padre.
Appunto. Non fare il fifone. Non capir neanche di non averli pi. Vedi...  per questo che si prende l'assegno dal fondo e non dall'inizio. Jake gett il libretto sul pavimento. Cerc una penna e appoggi sulle ginocchia l'assegno in bianco del' la banca Coutts. Ecco disse scrivendo il nome di Kieran con uno svolazzo. Adesso lo devi firmare. Io non so imitare la sua firma. Kieran lo guard titubante. Muoviti, Sall. Vuoi sballare, s o no? Kieran gli prese l'assegno, fece un profondo respiro e scarabocchi una specie di firma sull'apposita riga. Fantastico!
Un gioco da bambini. Adesso, vieni, andiamo in banca prima che chiuda esclam Jake saltando gi dal letto. E poi potremo passare dal Principe.
Cazzo, Jake... e se... attacc Kieran ancora poco convinto.
Niente "se" ribatt Jake con aria esasperata. Datti una mossa! Dov' il tuo cappotto?
D'accordo, arrivo. Sto solo...
Lascia perdere lo spinello. Jake fin la frase al posto di Kie- ran. E anche la coca o qualunque altra cosa ci possa andare a genio. Pronto? chiese tenendogli aperta la porta. Kieran si infil il cappotto e sbirci con cautela dietro l'angolo. Non c', cacasotto.
E nel fottutissimo Giappone e per quando sar tornato avrai recuperato la grana, avremo la roba e tu, ragazzo mio, sballerai come un pazzo... Jake ricominci a ridere.
Kieran aggrott la fronte e lo spinse gi dalle scale. Voleva uscire di casa il pi in fretta possibile. Rubare dei soldi dal portafoglio di Angela era un conto, ma falsificare la firma su un assegno di Max era tutt'altra cosa. I due corsero gi sghignazzando nervosamente.
Fu facile. Un'ora pi tardi, lui e Jake erano seduti su un taxi diretto a un indirizzo a Bethnal Green, con cinquecento sterline in biglietti da venti nella tasca dei jeans. Ridevano cos forte da costringere il tassista a voltarsi in continuazione per controllare che stessero bene.
Grazie, amico disse Kieran scendendo e passandogli venti sterline dal finestrino. Tieni il resto.
Vieni, Sua Altezza Reale  in casa. Jake era chiaramente eccitato.
Come fai a saperlo?
C' l la sua macchina rispose l'altro indicando una BMW metallizzata con i vetri oscurati parcheggiata dall'altra parte della strada. Tra tutte quelle Morris Minor e Mini conciate, quell'auto era un po' fuori posto, pens Kieran mentre entravano nell'atrio e aspettavano l'ascensore.
Prince. Il mio uomo. Jake fece strada e, all'improvviso, sembr diverso dal tipo da scuola privata che Kieran conosceva.
Prince era mostruosamente alto, robusto, di et indefinita e con un paio di bicipiti pi grandi delle cosce di Kieran. Kieran deglut nervosamente mentre Sua Altezza si scostava in silenzio per lasciarli passare. Il soggiorno, se cos lo si poteva definire, era quasi vuoto a parte una sedia a dondolo in un angolo e il televisore pi grande che Kieran avesse mai visto. Kieran rimase a guardare con un certo nervosismo Jake che illustrava le loro esigenze mostrando a Prince il contante che avevano portato e che volevano spendere. Si arrotol uno spinello che condivise con l'amico mentre Prince pesava e incartava con cura il loro ordine.
L'operazione non dur pi di dieci minuti nei quali Prince non lo degn quasi di uno sguardo. Balbettando una frase di ringraziamento, Kieran segu Jake in corridoio, senza riuscire ancora a credere alla fortuna che avevano avuto. Ignorarono l'ascensore e fecero di corsa i dodici piani di scale, schiamazzando come scolaretti. Trovare un taxi per tornare nel West End non sarebbe stato facile e Jake borbott che avrebbero dovuto chiedere al tassista che li aveva accompagnati di aspettarli. Ma mezz'ora di passeggiata lungo Roman Road era un prezzo che si poteva anche pagare per cinquecento sterline di droga di prima qualit sistemata in sacchetti di plastica infilati nelle tasche del cappotto.
Kieran non vedeva l'ora di arrivare a casa e sballare.

23
Amber appoggi le borse e rimase goffamente immobile al centro della piccola stanza. Ecco, era fatta! Finalmente sarebbe andata all'universit. Non appena si fu richiusa la porta alle spalle scoppi in lacrime. Non riusciva ancora a credere di esserci riuscita: dopo le interminabili discussioni, le urla, i bronci - e l'imprevisto aiuto in extremis - finalmente avrebbe frequentato l'universit.
Si soffi il naso e si sedette sul bordo del letto sfatto, guardandosi attorno. Era una stanza piccola e disadorna, con il minimo indispensabile per uno studente del primo anno: un letto, la scrivania, un armadio a muro e un lavandino. Il locale non era pi grande dell'antibagno di casa sua. Tocc la pila di biancheria accatastata ai piedi del letto e si accorse che era fredda, ruvida e scolorita. Deglut. Be', qualunque fossero i sentimenti che lei stava provando in quel momento, erano gli stessi che anche Madeleine e Becky stavano sperimentando, si disse avvicinando la valigia. Madeleine era iscritta al primo anno di medicina a Edimburgo e Becky aveva trovato un posto all'ultimo momento nella scuola d'arte di Kingston. Non era riuscita a soddisfare i requisiti minimi per l'ammissione e solo una telefonata del padre a un collega del dipartimento di storia dell'arte l'aveva salvata da un destino che a detta di Becky sarebbe stato peggiore della morte: Lucie Clayton, il brillante suggerimento avanzato dalla madre.
Amber se ne ricord con un sorriso. Per Madeleine, che aveva
ottimi voti in tutte le materie fondamentali, era stato facile. Aveva ben chiaro in mente di voler fare il medico da quando avevano superato gli esami della scuola secondaria. La vera sorpresa era stata invece la scelta di Amber, e la conseguente reazione di Max.
Cosa? Max aveva sollevato lo sguardo dal giornale e aveva guardato la figlia come se fosse diventata matta.
Inglese. Voglio fare inglese aveva ripetuto lei senza capire.
Perch la guardava in quel modo?
A che scopo? aveva chiesto Max scuotendo il capo prima di tornare al suo articolo. Stavano facendo colazione da soli. Kieran non era ancora sceso.
Che vuoi dire?
 una perdita di tempo aveva commentato Max, seccato.
Fa' qualcosa di utile. Impara a battere a macchina.
Per poco Amber non aveva rovesciato la tazza di t. Battere a macchina? E perch mai dovrei imparare a battere a macchina?
aveva chiesto in un tono di voce improvvisamente pi alto.
Max aveva riabbassato il giornale e l'aveva fissata. Perch no?
Pu sempre tornare utile a una donna. Potrei trovarti un posto da qualche parte...
Non ho nessuna intenzione di imparare a battere a macchina!
era sbottata Amber furibonda. Voglio andare all'universit!
Non posso credere che tu dica una cosa simile! aveva aggiunto allontanando il piatto. Max si era fatto scuro in volto ma Amber non ci aveva badato perch aveva gli occhi pieni di lacrime di rabbia.
La pianti di lagnarti? aveva borbottato Max infastidito, scuotendo il giornale. Non vedo qual  il punto, tutto qui. Passi tre anni della tua vita a fare Dio sa che cosa, a imbottirti la testa con nozioni inutili, e poi, quasi senza accorgertene, ti ritrovi sposata.
Perch sprecare tempo?
Chi lo dice? aveva ribattuto Amber furiosa. Secondo t  questo che vogliono le donne? Sposarsi con il primo cogline che passa...
Amber! Controllati! Sto solo cercando di essere pratico aveva gridato Max.
Dalla cucina era giunto un rumore improvviso. La signora Dewhurst si era affacciata alla porta. Tutto bene, signore? aveva chiesto guardando preoccupata il volto paonazzo di Amber.
S. Le dispiace lasciarci soli? aveva ringhiato Max e la donna era scomparsa.
Amber si era alzata, gettando a terra il tovagliolo. Non le importava di rischiare un mese di occhiatacce e di gelidi silenzi.
Come osava Max calpestare le sue ambizioni con tanta sprezzante disinvoltura? Me ne frego di quello che pensi aveva detto, lasciando Max senza parole. Andr all'universit e questo  quanto. Non ho bisogno del tuo aiuto. Sar io a fare il test d'ammissione, non tu. E se lo supero, ci vado. Detto questo, si era voltata ed era uscita dalla stanza con quanta pi calma possibile.
Max ci aveva messo quasi tre settimane a calmarsi e un altro mese per convincersi che l'universit non sarebbe stata una totale perdita di tempo e che il fatto che Kieran non aveva resistito per pi di un trimestre a Nottingham non voleva dire che Amber sarebbe finita come lui, che era stato espulso. Dopo la sfuriata di quella mattina, Max aveva passato intere giornate a camminare su e gi per la casa, ma alla fine, con grande meraviglia di Amber, era stata Francesca a farlo ragionare. Amber, insieme a Becky e Madeleine, aveva passato ore a cercare di indovinare con quali argomentazioni lei fosse riuscita a convincerlo, ma nessuna delle tre l'aveva capito.
Amber tir un sospiro e si alz sbuffando. D'accordo, quegli avvenimenti risalivano all'anno precedente, ma adesso lei era li, la sera prima dell'inizio dei corsi, e gi si sentiva confusa e provava nostalgia di casa. Era davvero ci che voleva? Rimpiangeva il suo enorme, comodo e morbido lettone, il suo bagno personale, i rumori familiari della signora Dewhurst e di Krystyna che preparavano la colazione, il pranzo o la cena... le mancavano perfino il debole suono della musica proveniente dalla stanza
di Kieran e l'odore acre che la investiva ogni volta che lui apriva la porta. Cavoli, aveva addirittura nostalgia della presenza spettrale di Angela al terzo piano. Fino a quel momento nessuno le aveva ancora rivolto la parola. Inizi a farsi il letto, erano quasi le dieci. Nel giro guidato aveva visto che le docce erano in fondo al corridoio e che pi avanti c'era la cucina comune. Avrebbe finito di preparare il letto, si sarebbe lavata e avrebbe bevuto una tazza di camomilla prima di andare a dormire. L'indomani sarebbe stata una giornata impegnativa. Lo sfarfallio allo stomaco gi non le dava tregua.
Il mattino dopo Amber fu svegliata di buon'ora dai motori degli autobus e dei taxi che si contendevano i clienti in Oxford , Street, cinque piani sotto di lei. Rimase a letto, nella stanza dalla temperatura soffocante, ad ascoltare i primi rumori della citt che preludevano il caos dell'ora di punta e a pensare a quel che avrebbe dovuto fare quel giorno. Doveva essere al dipartimento i di Inglese in Grower Street alle dieci per una presentazione che sarebbe finita all'ora di pranzo. Mise le gambe fuori dal letto, afferr la vestaglia e apr la porta. Nelle altre stanze sembrava che dormissero ancora tutti. Guard l'orologio, erano quasi le otto e mezzo. Si strinse nelle spalle - forse erano gi usciti...? e si avvi alle docce.
Quando torn, mezz'ora pi tardi, non c'era ancora alcun segno di vita. Amber chiuse la porta e cominci a vestirsi chiedendosi dove fossero gli altri e perch lei era l'unica persona in piedi a Evans Hall. Controll velocemente di non dimenticare nulla per il primo giorno, prese la borsa - un regalo della signora Dewhurst - e afferr il cappotto chiudendosi piano l'uscio alle spalle. In fondo al corridoio si apr una porta e una ragazza in accappatoio usc barcollando e sbadigliando a pi non posso.
Ciao disse Amber. Una compagna di universit!
Mmm. La ragazza mugugn qualcosa d'incomprensibile e prosegu ondeggiando verso i bagni. Poi si apr un'altra porta, e un'altra ancora. Amber guard l'orologio, erano le nove e mezza. Probabilmente era l'orario preferito per la sveglia. Scese in ascensore fino al pianterreno e, oltre il portone, fu catapultata in Oxford Street.
Tre ore dopo, con la testa che le girava per l'enorme quantit di cose che pensava di dover tenere a mente, Amber chiuse il blocco di scatto. La presentazione del dipartimento era finita. Accalcate nella piccola aula c'erano sessanta o settanta matricole. Si guard timidamente attorno: gruppi di ragazze dai lunghi capelli biondi che chiacchieravano uscendo ordinatamente dall'aula; capannelli di giovanotti dall'aspetto serioso con pullover Pringle e pantaloni di velluto a coste; qualche studente straniero; un paio di giovani che parlavano in francese... Amber si sent disperatamente sola. Tutti sembravano conoscere qualcuno. Era l'unica persona in tutta l'universit che non aveva nessuno con cui parlare?
Con una fitta dolorosa cap improvvisamente che cosa intendeva Madeleine quando spiegava la sensazione di "essere uno straniero". Amber aveva i muscoli della faccia indolenziti a furia di ostentare sorrisi forzati... Avrebbe fatto qualunque cosa pur di nascondere il senso di panico che provava. Era per questo che aveva affrontato quelle lunghe discussioni con Max?
Salve.
Amber alz lo sguardo, spaventata. Di fronte a lei, un uomo altissimo le sbarrava il passo. Lo conosceva?
Salve ripet lui porgendole la mano. Amber esit. Coraggio, non mordo. Aveva una voce straordinariamente profonda, piena di allegria.
Lei gli sorrise debolmente. Chiedo scusa... ci conosciamo?
No. Ma io so chi sei.
Ah, s?
Gi. Sei Amber Sall, giusto? aggiunse sorridendole.
Amber fu costretta a inclinare la testa all'indietro per poterlo vedere bene. Le stava sorridendo con naturalezza. Aveva gli occhi marroni, le guance floride e i capelli castani chiari tagliati corti. Ad Amber piacquero le rughette che gli si formarono intorno agli occhi e il fatto che la guardasse con interesse. Corrug la fronte. Piacere.
Ho visto la tua foto fuori. Stamattina ci hanno fatto le foto, ricordi?
Amber annu, sollevata. Per un attimo aveva pensato...
Sei la figlia di Max Sall, vero? prosegu il tipo pronunciando l'unica frase che lei non avrebbe voluto udire. Si irrigid, delusa.
Senti, perch ti interessa tanto sapere chi sono?
Non mi interessa. Cio s, ma non poi tanto. E solo che...
stamattina una delle ragazze stava leggendo una rivista e c'era la foto di tua sorella...
Della mia sorellastra lo corresse Amber a denti stretti. Al diavolo! Tutte le sue speranze che il piccolo scandalo scoppiato agli inizi dell'estate fosse ormai dimenticato svanirono. Alz lo sguardo verso il giovanotto. Ti spiace? Non ha niente a che fare con me, chiaro? E poi io non ti conosco... non so nemmeno come ti chiami...
Mi chiamo Henry. Henry Fletcher la interruppe lui tenendole aperta la porta dell'aula. Amber lo squadr e fece per andarsene.
Ehi, mi dispiace... credimi, non volevo ficcare il naso nei tuoi affari o roba del genere.  solo che sono stato seduto dietro di te per tre ore cercando di pensare a qualcosa da dirti. Davvero, non volevo farti arrabbiare. Il tono di scusa sembrava sincero.
Amber si ferm, poi si volt verso di lui. D'accordo, come non detto. Adesso, per, vuoi lasciarmi in pace?
Solo se mi prometti che verrai a bere qualcosa con me stasera.
Dopo il seminario. Le sorrise.
Lei lo guard, poi si addolc e gli sorrise a propria volta. Dopotutto era l'unica persona che le avesse rivolto la parola in tutta la giornata. E aveva un modo di fare simpatico e cordiale. Fece segno di s con la testa. Okay, ma dove vuoi andare? Non conosco nessun locale da queste parti.
Neanch'io fece lui allegramente. Ma  un'universit, ci sar pure un posto dove andare. Ti aspetto dopo la lezione. Le rivolse un altro sorriso e si avvi verso l'ascensore. Amber segu
la sagoma incredibilmente alta fino a che lui scomparve nell'ascensore.
Guard l'orologio. Era ora di pranzo, ecco perch stava morendo di fame. Sorridendo tra s, and in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Qualcuno le aveva rivolto la parola; forse, dopotutto, l'universit non sarebbe stata poi cos male.

A York, la donna seduta di fronte a Madeleine finalmente si alz, lasciando sul sedile la rivista che stava sbirciando da Leeds.
Madeleine l'afferr rapidamente, and a pagina quattordici e aggrott le sopracciglia. Era una doppia pagina. "Le sorelle Sall: foto esclusive!" Guard le immagini di Amber e della sua sorellastra Paola, per la quale un trentaquattrenne era stato arrestato con l'accusa di abuso su una minorenne, e scosse la testa incredula.
Le due sorelle non avrebbero potuto essere pi diverse tra loro, come lasciava intendere l'articolo. Non era la foto migliore di Amber - all'uscita da Marks and Spencer, la testa bassa, le mani che si riparavano dai flash , mentre Paola sembrava fin troppo felice di essere immortalata e aveva sfoderato un sorriso smagliante e una posa diversa per ogni scatto. Madeleine si ricord dello scandalo che era scoppiato all'epoca. L'ultimo giorno di vacanza, Paola era sparita. Sconvolta, la madre aveva chiamato la polizia. Amber aveva raccontato pochissimi particolari ma i giornali avevano pubblicato un sacco di foto: la polizia che faceva irruzione nell'appartamento sopra il locale; l'uomo - di cui Madeleine non ricordava il nome - portato via in manette mentre proclamava la sua innocenza... non sapeva che la ragazza avesse solo quindici anni, gli aveva mentito, dicendogli che ne aveva diciotto. E foto di Paola, decisamente spavalda, che usciva dal commissariato con la madre di cui sembrava essere la gemella.
La faccenda era andata avanti per settimane e Max ogni giorno era sempre pi in collera. Dio, che storia terribile.
Madeleine abbass la rivista e si volt a guardare il paesaggio che scorreva veloce. Le colline gialloverdi e le vallate coperte di una folta vegetazione apparivano indistinte mentre il treno correva verso nord. Verso Edimburgo. Stava per cominciare
una nuova fase della sua vita, quella definitiva. Si stava preparando a quel momento dalla mattina in cui era entrata nel Centro di orientamento professionale al King George e aveva compilato il modulo soddisfacendo le speranze e le attese di quanti la circondavano. "Dottoressa Madeleine Szabo." Lo url, in inglese e in ungherese, compiacendosi della facilit e della semplicit con cui le uscivano le parole. Si esercitava a pronunciarle dall'et di sedici anni. Aveva visto Amber e Becky impazzire per mesi sulla scelta della facolt, ma per lei era diverso. La sua decisione non era esattamente una "scelta". Le scelte appartenevano ai ricchi, almeno quello Madeleine l'aveva imparato. Ecco il vantaggio che davano i soldi: la libert di scegliere. Voglio far questo, voglio far quello. Come provare un vestito e metterlo da parte o restituire un paio di scarpe alla commessa. "No, preferisco le altre, grazie." O addirittura... per un attimo Madeleine lasci la mente vagare pericolosamente... avere un bambino, forse...
deglut. Aveva giurato di non pensarci pi. Quella decisione apparteneva al passato. Adesso doveva guardare avanti, al futuro.
Avrebbe fatto qualcosa nella vita, sarebbe diventata qualcuno.
Si immagin suo padre che parlava con i vicini di casa o con i suoi amici della comunit ungherese: "Vi ricorderete certo di Madeleine...  diventata dottoressa, s, siamo molto orgogliosi di lei...". E sua madre, che lasciava cadere qualche frase mentre faceva le pulizie dal dottor Evans, dietro l'angolo della casa di Amber. Con il suo successo tutto si sarebbe risolto, le ferite si sarebbero rimarginate. Null'altro avrebbe pi avuto importanza.
Madeleine aveva esitato una sola volta, quando Amber aveva annunciato la propria scelta: letteratura inglese. Madeleine aveva sollevato la testa per un attimo... oh, se avesse potuto scegliere...
ma aveva scacciato subito il pensiero dalla mente. Amber e Becky potevano fare delle scelte, aveva ricordato severamente a se stessa, lei no. Fine della storia.
Madeleine pos la rivista chiedendosi come stesse procedendo il primo giorno di lezione di Amber e Becky e torn a guardare fuori dal finestrino.

24
"Che cosa mi aspettavo?" si chiese Francesca, tirando una lunga boccata dalla sigaretta. Se n'era resa conto, ma non aveva fatto niente per impedirlo. Ed era proprio quello di cui Max l'accusava.
Ma che cosa avrebbe potuto fare? Sua figlia stava diventando una ribelle e lei non era in grado di tenerla a bada. La ragazza aveva bisogno del padre. Maria Luisa e Manuela avevano confermato le sue preoccupazioni: Paola "faceva la commedia", qualunque cosa volesse dire. Francesca aveva rinunciato da tempo a mettere in riga la sua piccolina. "Non pi tanto piccolina" si disse con una smorfia. Poi si alz, and verso le finestre e scost i pesanti tendaggi damascati per guardare oltre i tetti i giardini di Villa Borghese, in fondo al viale. C'era vento e l'aria era umida: l'autunno era arrivato in anticipo. Francesca aveva deciso di ritirare Paola dal lyce per mandarla in una scuola privata, piccola ma esclusiva, a Losanna, solo per un anno. Cos, almeno Francesca lo sperava, Paola avrebbe potuto conseguire il diploma di maturit lontano dalle distrazioni di Roma e degli amici... e poi si sarebbe deciso. Spense la sigaretta e si volt. Com'era prevedibile, Max si era infuriato, ma lei che cos'avrebbe dovuto fare?
In quel periodo Max non c'era mai, sempre in viaggio in Oriente o negli Stati Uniti, troppo preso dal suo lavoro per prestare qualche attenzione a Paola. In fondo, anche Francesca cominciava a sentirsi un po' trascurata. L'ultimo weekend in cui Max,
era stato da loro, lei, che mai prima d'allora gli aveva fatto le domande tipiche delle mogli - "Quando torni?", "A che ora pensi di essere a casa?""Quando avremo un po' pi tempo per noi?" -,
si era mostrata un po' troppo appiccicosa. Ripensandoci adesso, Francesca non se ne capacitava. La reazione di Max era stata di genuino stupore. Durante la prima colazione, l'aveva guardata socchiudendo gli occhi e non aveva risposto alle sue domande.
Allorch a un tratto ud la porta di Paola aprirsi, Francesca si volt sforzandosi di sorridere. Cara esclam tendendo le braccia
perch non ce ne andiamo insieme a fare shopping? Ho l'elenco delle cose che ti servono per la nuova scuola. Guarda,  fantastico...
pellicce, e un cappotto nuovo... abiti da sera, un completo...
coraggio. Potremmo mangiare un boccone in via Veneto e restare tutto il pomeriggio in centro.
Paola annu, un po' infastidita. Non era affatto ansiosa di andare nella nuova scuola. Anzi, la prospettiva la spaventava e nemmeno la promessa di un nuovo guardaroba invernale riusc a strapparle un sorriso. Torn mogia mogia nella sua stanza sotto lo sguardo preoccupato di Francesca.
Il primo giorno di scuola all'istituto d'arte, Becky si guard attorno osservando i suoi compagni di corso e subito maled Madeleine.
L'aveva chiamata la sera prima, dopo che era arrivata a Edimburgo e si erano raccontate dei rispettivi viaggi nella speranza di tirarsi su il morale a vicenda. Le ultime parole che le aveva detto l'amica erano state: "Non ti preoccupare. Saranno sicuramente tutti nervosi come te". Be', non era affatto cos. Trenta bizzarre matricole erano sedute in cerchio a fumare a fumare? ascoltando distrattamente il docente e bisbigliando tra loro. Quando si zittivano, assumevano un'espressione palesemente annoiata.
Becky rimase a osservarli. Perch tutti l avevano l'aria di conoscersi?
Quando si erano gi incontrati? E perch lei non aveva conosciuto nessuno? Abbass lo sguardo sulla sua gonna scozzese a pieghe abbinata al golfino giallo pallido e alle austere scarpe senza tacco e si sent mortificata. Carina, a posto, perfettina:
assolutamente fuori luogo. Di fronte a lei c'era una ragazza alta e magra con i capelli biondi raccolti in migliaia di minuscole treccine; indossava un paio di jeans in tessuto denim macchiati con i colori a olio e un maglione a righe con i gomiti consumati. Quella s che era una vera studentessa d'arte. Accanto a lei, due ragazzi dall'aria vissuta e misteriosa fumavano una sigaretta dopo l'altra, annuendo stancamente alle parole del docente. Becky era l'unica con un blocco in mano, tutti gli altri sembravano memorizzare ogni parola senza il minimo sforzo. "Non c' bisogno di prendere appunti,  tutto qui, amico..." Becky deglut e si concentr sull'oratore. Piccolo, magro e muscoloso, assomigliava pi a uno studente del primo anno che a un professore. Cosa diavolo stava dicendo? Qualcosa sul dolore, la perdita, la morte? Lei si guard di nuovo attorno, perplessa. Era l per imparare a disegnare, non per discutere della morte di sua madre o del gatto, che peraltro erano vivi e vegeti. Ma tutti gli altri parlavano... parlavano, parlavano. Diede un'altra occhiata alla gonna scozzese. Non era mica finita per sbaglio in un altro corso? Si protese in avanti, ascoltando con attenzione, e incroci lo sguardo della dea con le treccine. "Sbagliato, sbagliato, sbagliato" sembrava dire. Vestiti sbagliati, atteggiamento sbagliato, posto sbagliato. Di fronte alla studiata e fantastica noncuranza di quella ragazza, Becky si sent goffa, ingenua... e terribilmente ''normale". Cos'era quella stronzata che aveva detto Madeleine? L nessuno era nervoso.
Anzi, piuttosto il contrario. Tutti i presenti - a parte lei, ovviamente
- sembravano essere nati all'istituto d'arte.
Quasi mille chilometri a nord, Madeleine non se la stava passando granch meglio, nonostante le belle parole.
Guardate chi vi sta accanto disse il professore pi anziano cui era stata affidata la lezione introduttiva. Riservate un'occhiata lunga e attenta alle persone alla vostra destra e alla vostra sinistra. Gli studenti cominciarono a nicchiare nervosamente.
Perch prosegu teatralmente fra sei mesi due su tre di voi se ne saranno andati. Un terzo invece proseguir. Signore e signori, benvenuti al Royal Infirmary. Un posto sconsigliato ai deboli di cuore. Detto questo, si gir sui tacchi e usc dall'aula.
Una sessantina di ragazzi e ragazze rimasero in religioso silenzio, evitando di guardarsi. Dopo un paio di minuti qualcuno sghignazz e tutti cominciarono ad agitarsi. Madeleine si guard attorno.
Nel gruppo c'era qualche ragazza - sei, otto... tredici cont rapidamente -, ma per il resto era formato da giovanotti, tutti abbastanza simili tra loro. Di l a poco una ragazza, abbastanza carina e con l'aria rilassata e sicura, riusc a radunare un gruppetto attorno a s. Improvvisamente gli studenti cominciarono a parlare, tutti insieme. Si voltavano verso il vicino di destra e poi di sinistra... divent subito una specie di gioco. Ciao, credo che il prossimo trimestre non sarai pi qui... Madeleine rimase da sola in fondo all'aula, guardando i maschi allontanarsi da lei. "E cos anche all'universit non sar diverso" pens buttandosi la borsa in spalla e avviandosi all'uscita. Era sempre stato cos. Alta quasi un metro e novanta, con una ventina di chili di troppo, Madeleine era praticamente un gigante anche in un gruppo formato prevalentemente da ragazzi. Le donne la guardavano con commiserazione, gli uomini scappavano. Non aveva bisogno che qualcuno spiegasse il perch, non era mica cieca. "Hai un viso carino, Madeleine, dovresti fare qualcosa per il peso." Gliel'avevano sempre ripetuto tutti: insegnanti, amici e genitori, perfino i genitori degli amici. Circa un mese prima che iniziasse l'universit, la madre di Becky l'aveva presa sottobraccio e aveva cercato di parlare come una mamma avrebbe fatto con la propria figlia.
Le aveva addirittura proposto di portarla con s alla lezione della Weight Watchers... ma Madeleine aveva scosso la testa. Non sapeva come dirle che non se lo sarebbe potuta permettere. E Becky e Amber potevano cercare di consolarla quanto volevano, ma nulla avrebbe potuto cambiare ci che Madeleine vedeva con i propri occhi. Becky si diceva convinta del fatto che la gente era intimidita dalla presenza di Madeleine, dalla sua altezza e dalla stazza; pensava addirittura che fosse fortunata perch tutti, perfino chi non la conosceva, le portavano rispetto. Madeleine non era
un tipo da prendere sottogamba; anche se aveva solo diciannove anni era una donna seria. Madeleine la pensava diversamente.
Non era imponente, era semplicemente grassa. Sovrappeso.
Apr le doppie porte e si ferm a guardare l'aula piena di gente che avrebbe visto ogni giorno. Il gruppetto attorno alla tipa carina si era allargato. Ormai era il centro dell'attenzione, circondata da risatine di ammirazione. Prima che le porte si richiudessero, Madeleine fece in tempo a notare che indossava un paio di jeans, un maglione a V messo al contrario e una collana di scintillanti perle bianche attorno al collo sottile.

25
Jake aveva ragione. Le cose erano sempre pi facili. La seconda volta, mentre scarabocchiava "Max R. Sall" sull'apposita riga, Kieran aveva avvertito solo un debole rimorso. Quando deposit sul suo conto il quarto assegno - di mille sterline - guard di sottecchi il cassiere che contava le banconote. Era uno dei vantaggi di essere clienti della Coutts, riconobbe. Contanti sempre a disposizione, senza dover aspettare giorni per incassare un assegno.
Si infil la busta con i biglietti spiegazzati da cinquanta sterline nella giacca e usc sullo Strand. Tutto sommato, si disse mentre fermava un taxi con un cenno, Max non gli aveva lasciato molta scelta. Gli allungava una misera paghetta, appena sufficiente per le sigarette, figuriamoci per la roba. Tutto per quel casino successo all'universit. Kieran non avrebbe mai voluto andarci, l'idea era stata come sempre di Max. Lui voleva starsene a casa, con Angela. A essere onesti, era stato un bene che l'avessero cacciato. Dio solo sapeva cosa gli sarebbe potuto accadere se fosse rimasto all'universit. No, era molto pi felice a casa, soprattutto adesso che Amber se n'era andata. Al pensiero della sorella, aggrott la fronte. Amber aveva fatto un casino pazzesco per poter frequentare l'universit e aveva fatto passare Kieran per un perfetto idiota.
Dove andiamo, ragazzo? Davanti a lui si era fermato un taxi nero.
Bethnal Green rispose Kieran meccanicamente saltando a bordo. E vorrei che si fermasse ad aspettarmi... non ci metter molto.
D'accordo. L'auto fece inversione e si diresse verso est.
Tieni disse Prince con tono indifferente prova questa.  fantastica, amico.
Kieran deglut nervosamente mentre Prince gli porgeva una siringa piena di un liquido giallo scuro e un laccio di gomma.
Gli fece cenno di tirarsi su la manica. Kieran deglut di nuovo.
Eroina, ecco cos'era. In fondo alla stanza c'era una ragazza seduta con un'espressione vuota e il braccio pieno di lividi che penzolava inerme da un lato.
Aspetta che ti aiuto disse Prince arrotolandogli la manica e preparando il laccio emostatico.
Kieran non ebbe la forza di opporre resistenza. Si sentiva senza energia e moriva dalla voglia di provare. Guard tra l'affascinato e il terrorizzato Prince legargli il laccio attorno al braccio sopra il gomito e picchiettargli con fare esperto la vena blu sull'avambraccio, che di l a qualche secondo si gonfi. Proprio come Kieran aveva visto fare in tiv o al cinema, Prince sollev controluce l'ago lungo e sottile e, dopo aver assestato un paio di colpetti alla siringa, con un ghigno glielo infil dritto nel braccio prima che lui potesse protestare. La sensazione fu quasi istantanea.
Kieran scivol in avanti aggrappandosi al braccio di Prince mentre nel cervello gli esplodeva l'ondata di emozioni pi potente e piacevole che avesse mai provato. Pens di stare per svenire.
Coraggio, bello gli disse Prince cercando di tirarlo su. Era come se la sua voce arrivasse da molto lontano.
Io... merda, io... oh farfugli Kieran, mentre le ondate di piacere lo scuotevano da capo a piedi. Era incredibile... Spalanc gli occhi. Tutto era cos limpido, pulito, cos incredibilmente bello.
Non farci caso, amico, sdraiati sul tappeto. Ecco, cos... chiudi gli occhi... Bravo, perfetto. La voce di Prince lo guidava con garbo.
Kieran si rannicchi sul lurido tappeto marrone, chiuse gli occhi e si lasci andare. La testa gli si riemp di immagini: la pelle lattea della pancia di Becky, i capezzoli rosa turgidi, i capelli rossi che le cadevano sul viso... La vista dalla finestra della sua camera... Angela, il suo sorriso... Il rombo della moto, la sensazione di esserci seduto sopra. Cominci a piagnucolare e poi si perse di nuovo. L'ultimo pensiero lucido fu per Max: la sua faccia infuriata che Kieran aveva visto in tante occasioni... troppe per essere contate. Poi cal il silenzio. Un silenzio paradisiaco.
Ehi, tu. Dai, ciccino... svegliati. Sveglia! Qualcuno lo stava scuotendo. Fece uno sforzo per mettersi seduto con la testa che gli girava.
Ch... che cosa  successo... dove sono? balbett leccandosi le labbra e cercando di togliersi di bocca qualche ciocca di capelli.
Si scost i riccioli col dorso della mano.
Su, amico. Ti sei intrippato e adesso sei in pieno rientro. Non avere fretta... ecco, cos.
Socchiuse gli occhi cercando di mettere a fuoco. Prince era accovacciato di fronte a lui, in ginocchio sul tappeto. Kieran si tir su lentamente, aggrappandosi all'enorme avambraccio di Prince.
Tutto a posto? gli chiese l'altro raccogliendogli la giacca da terra.
Kieran annu incerto. Ch... che ore sono? chiese.
Le tre. Mezz'ora di sballo. Ti senti bene?
S. Sar... sar meglio che vada rispose Kieran con difficolt, gettando un'occhiata preoccupata alla ragazza che dormiva ancora nell'angolo.
Non ti preoccupare. Tieni, ecco il motivo della tua visita disse Prince porgendogli diversi sacchetti di roba, coca e pasticche varie. E vuoi anche qualcuna di queste? aggiunse alzando un sacchetto che conteneva una polvere grigiastra. Kieran rimase un attimo titubante, poi annu lentamente. Prince sogghign.
Sono quattrocentocinquanta sterline a sacchetto, signore.
Il meglio che c'.
Kieran frug nelle tasche, estrasse un mucchietto di banconote e glielo allung senza dire una parola.
Toh, ti lascio anche questi disse Prince intascando i soldi senza nemmeno prendersi il disturbo di contarli. Ti serviranno.
Kieran prese il cucchiaino da caff, la siringa e gli aghi e se li infil in tasca. Jake avrebbe sicuramente saputo come usarli.
Scese in tutta fretta e, cosa da non credere, il taxi era ancora l fermo ad aspettarlo.

26
Mentre passava ad Amber la pinta di birra, Henry le rivolse un sorriso. Era il terzo appuntamento in due settimane - certo non un record - ma lui si era innamorato. Perdutamente. Salute!
grid per sovrastare il chiasso della musica e del chiacchierio.
Nella penombra non riusciva a vedere gli occhi di lei ma poteva sentire il suo sorriso aperto e sincero. Di tutte le cose che gli piacevano di Amber, il sorriso era al primo posto. Caldo, spontaneo e solare, le illuminava tutto il viso, come l'alba sul mare di Kariba. Quel pensiero lo fece trasalire.
Non mi stai ascoltando! esclam Amber dandogli una gomitata.
 che non ti sento protest Henry. Cos'hai detto?
Mi dai gli appunti di stamattina? A lezione ero mezzo addormentata.
Certo, quando vuoi. La fiss. Doveva dire qualcosa? Magari qualcosa di pi interessante delle solite chiacchiere? Ormai lei doveva aver capito... le aveva chiesto di uscire tre volte di fila.
Ma con Amber era cos. Lei era carina, simpatica e aperta tranne quando si affrontavano questioni di cui preferiva non parlare
- ed era gi successo un paio di volte -, tipo la sua famiglia, in particolare il padre. Henry prefer non correre rischi sapendo di non poter reggere la sua freddezza. La settimana prima Amber aveva zittito brutalmente un tipo, un certo Slogane Ranger, che blaterava a proposito di sua sorella... no, non aveva nessuna intenzione di rischiare di perdere quell'entusiasmo che l'aveva colpito dal primo momento che l'aveva vista.
Si voltarono entrambi, contemporaneamente, verso la band, un gruppo di studenti che strimpellavano per diletto. Henry non sopportava quella lagna, ma quando aveva visto il pianterreno del dipartimento tappezzato di manifesti aveva preso la palla al balzo e aveva proposto ad Amber di uscire di nuovo. E adesso eccoli l, a soffrire in silenzio. Be', non proprio, considerato il chiasso insopportabile.
Andiamo da qualche altra parte? gli grid Amber dopo il quinto o sesto pezzo. Aveva i timpani rotti.
Henry annu entusiasta. Afferr il bicchiere vuoto e cerc di aprirsi un varco nella calca. Dio mio, era tremendo le disse quando furono usciti in Gower Place.
Be', dopotutto l'idea  stata tua scherz Amber attorcigliandosi la sciarpa attorno al collo.
Ero disperato comment Henry con una smorfia.
Lei lo guard stupita. Per come suonavano?
No, non sapevo che scusa trovare per invitarti a uscire ancora con me.
Oh. Ci fu un attimo di imbarazzo. Col cuore in tumulto, Henry cerc di cogliere l'espressione di Amber. Non hai bisogno di una scusa cominci a dire lentamente lei. Lui tir un sospiro.
C'era una sorta di complicit nel tono di lei. Io...
Amber la interruppe Henry. Tu mi piaci. Parlo sul serio, mi piaci veramente.  Si sarebbe dato uno schiaffo. Aveva fatto la figura del perfetto idiota. Erano fermi all'angolo della strada sotto la luce gialla dei lampioni. Abbass lo sguardo e vide gli occhi birichini di Amber che brillavano sopra il bordo della sciarpa a righe rosse e gialle. Vista la situazione, la cosa pi appropriata da fare gli sembr essere quella di chinarsi e baciarla.
Quella ragazza aveva la luce del sole in viso. Quella notte, sdraiato nel suo letto troppo corto, Henry ripercorse col pensiero ogni prezioso istante della serata. Luce e calore. Gli altri del corso si
lamentavano che Amber Sall era piena di s, fredda e distaccata...
a lui non sembrava affatto. Per lui era una contraddizione unica e perfetta. In lei c'era qualcosa di esotico difficile da definire.
Non assomigliava a nessuna delle altre ragazze inglesi sorridenti e dalla faccia rossa che aveva conosciuto - e con cui era uscito - da ragazzino. Eppure era proprio inglese. Loro due avevano in comune il senso dell'umorismo e i gusti in fatto di musica e libri. Lei aveva vissuto sempre a Londra, anche se non sembrava particolarmente legata alla citt. Quando parlavano di quello che avrebbero voluto fare dopo la laurea, Amber era sicura di avere il mondo ai suoi piedi. E non solo perch era ricca. Senza saperlo, lei aveva toccato un nervo scoperto, che lo tormentava dal giorno in cui era arrivato in Inghilterra, cinque anni prima.
Cinque lunghi anni, freddi e umidi, anni senza sole. Henry non poteva vivere senza il sole. A volte in Inghilterra si sentiva quasi annegare nella luce triste e grigia, carica di pioggia. Il punto era che Henry non si ritrovava nell'immagine del ragazzone che giocava a rugby nella squadra della scuola. Lui non era inglese, era originario della Rhodesia, o dello Zimbabwe, come si chiamava adesso. Suo padre era figlio di un colono, profondamente radicato nel territorio africano. Henry era cresciuto con l'idea di essere africano e, a parte un'unica visita a un lontano parente del padre nello Yorkshire quando aveva otto anni, non era mai stato in Inghilterra, nel paese che i suoi genitori continuavano a chiamare
"casa". A quindici anni, quando era alto quasi un metro e novanta ed era uno dei ragazzi pi ammirati di Hillhurst, l'esclusiva scuola maschile appena fuori Salisbury, i suoi avevano cominciato a parlare di un rientro a casa. Nel 1979, qualche mese dopo la caduta del regime di lan Smith, avevano fatto i bagagli od erano partiti. Il paese aveva sentenziato George Fletcher sta andando a ramengo. Era la sua frase preferita. I due fratelli maggiori di Henry, Joshua e Martin, avevano finito l'universit in Inghilterra ed erano subito scappati dalla pioggia e dall'umidit: il primo a Sydney e il secondo di nuovo in Africa, a Johannesburg. Adesso Henry era l'unico che nei weekend tornava nel
grazioso cottage del Cambridgeshire dove i genitori avevano trovato scampo, chiss poi da cosa. Parlavano raramente della vecchia vita. Il padre di Henry aveva trovato lavoro come direttore di filiale in una delle banche del paesino di Trinchara e la madre, che si era ambientata in fretta, aveva iniziato a frequentare feste e ricevimenti e passava tutta la settimana a cucinare.
Henry fu mandato alla Clark Hall, una delle numerose scuole pubbliche minori, vicino a casa. Nel giro di un mese aveva perfezionato il nuovo accento inglese e non si distingueva dagli altri ragazzi rubicondi con cui divideva la stanza. Grazie a una curiosit innata e al desiderio tipico dell'outsider di mettersi alla prova, il successo non s era fatto attendere. Prima di arrivare in sesta, l'affascinante prefect della scuola era diventato un perfetto inglese. Henry non avrebbe saputo spiegare perch, ma preferiva che le cose fossero andate cos.
La loro, a detta di George, era stata una delle famiglie fortunate.
Negli anni successivi, quando l'economia aveva cominciato a traballare, molti dei coloni che erano rimasti nello Zimbabwe rientrarono.
Ma erano pi poveri, pi disperati e pi rancorosi dei Fletcher. "Giusto in tempo": era un altro dei modi di dire preferiti di George. Henry non era d'accordo, aveva la sensazione di aver perduto una parte di s e che l'unico modo per continuare fosse dimenticare tutto. E cos aveva fatto, fino all'arrivo di Amber.

27
Madeleine chiuse gli occhi mentre impugnava il bisturi e incideva il corpo che giaceva davanti a lei sul tavolo dell'obitorio. Stringendo i denti, fece un'incisione come aveva insegnato il professore, per praticare un taglio a croce sullo stomaco che finiva sotto l'ombelico. Non successe niente. Premette di nuovo la lama, con pi forza. Ancora niente. Apr gli occhi e vide che la pelle liscia come alabastro illuminata dalla gelida luce dei neon sembrava fatta di gomma e non cedeva minimamente al suo tocco.
Fece un terzo tentativo. Quando la lama penetr con decisione, si ud un debole suono di aria che fuoriusciva, come un sospiro, e sotto la sua mano il corpo improvvisamente si mosse come se i gas che erano all'interno fossero stati rilasciati. Madeleine lanci un breve urlo di orrore. Una studentessa accanto a lei svenne.
Venti minuti dopo, mentre la classe usciva dall'obitorio commentando con concitazione quanto era successo, Madeleine sent dei passi alle sue spalle e si volt sorpresa. Era Tim, un assistente del terzo anno che ogni tanto presenziava alle lezioni.
Capita ogni anno le disse con un sorriso. Non temere di essere punita.
Madeleine arross. Non avrei dovuto gridare cos rispose, abbassando lo sguardo verso di lui. Era una spanna pi basso di lei, magro e nervoso; durante le lezioni giocherellava sempre con
qualcosa, gli occhiali, carta e penna, un bicchier d'acqua. Il dottor Morland penser che sia un'idiota.
Oh, non me ne preoccuperei proprio la tranquillizz lui.  solo gas. Nello stomaco si formano dei gas anche potenti, in alcuni casi. Ho visto corpi praticamente sollevarsi dal tavolo per poi ricadere gi. In simili occasioni gli svenimenti non si contano...
aggiunse ridendo. Madeleine sorrise debolmente. Be', sar meglio che vada concluse lui guardando l'orologio. Ho lezione tra cinque minuti. Ci vediamo. Stasera beviamo qualcosa tutti assieme al Three Crosses, in Union Street. Porta anche un amico, se vuoi. Cos dicendo si dilegu lasciando Madeleine impalata a guardare il suo camice bianco che svolazzava,
"Stasera beviamo qualcosa tutti assieme." A chi si riferiva? E perch l'aveva invitata? Madeleine sollev una mano e si ravvi i capelli. Quando si accorse di essere rimasta sola nel corridoio, guard l'orologio alla parete e tir fuori dalla tasca l'orario delle lezioni tutto spiegazzato. Ore 11.00: Patologia, aula 321. Corse verso gli ascensori.
Il pub era affollato e pieno di fumo. Entrando, Madeleine vide una coppia di compagni di corso in un angolo della sala. Stava per raggiungerli facendosi faticosamente largo tra la folla, senza sapere che accoglienza avrebbe ricevuto, quando si sent chiamare per nome dall'altra parte del locale. Madeleine... siamo qui!
Si volt. Era Tim con altri due studenti che lei non aveva mai visto; dovevano essere del terzo anno, pens avvicinandosi al loro tavolo. Brava che ce l'hai fatta esclam Tim prendendole una sedia. Mi fa piacere vederti. Madeleine si sedette, lusingata dalla calorosa accoglienza. Cosa prendi? le chiese Tim alzandosi.
Mmm, mezza pinta, grazie rispose lei toccandosi la gola e sorridendo agli altri due senza sapere cosa dire.
Paul e Mitchell. Ragazzi, lei  Madeleine, del primo anno.
Tim torn con le birre e fece le presentazioni. Una vera matricola.
Stamattina a patologia  mezzo svenuta aggiunse con una risata. Madeleine sorrise. Non riusciva proprio a capire perch Tim l'avesse invitata a unirsi al gruppo, ma Paul e Mitchell sembravano simpatici e sinceramente interessati a quello che lei diceva.
Nel giro di qualche minuto, Madeleine inizi a comportarsi come sempre faceva qualora qualcuno si dimostrasse interessato a lei: li ripag delle loro attenzioni, mostrandosi divertente, brillante e spiritosa... ed entr nel ruolo che Amber definiva "di Miss Compiacenza": "Grazie per l'interesse che mi state dimostrando, grazie per il tempo che mi dedicate". Quel comportamento faceva impazzire Amber, ma Madeleine non poteva farci niente, era pi forte di lei. Gli schemi si ripetevano ogni volta, sempre identici, e lei li seguiva alla perfezione.
Becky fiss il dipinto sulla parete. Polly, una ragazza altissima con le gambe da giraffa, stava davanti alla propria creazione e la difendeva.

Becky ammirava in silenzio quella girandola variopinta
- rosa, rosso ciliegia, lill e viola scuro -, la forza quasi fisica del dipinto e lo slancio meravigliosamente astratto con cui Polly aveva interpretato il compito. I critici presenti si chinarono in avanti sulle sedie per esaminare l'opera. Becky aveva i nervi a fior di pelle. Era la sua prima esperienza in pubblico e non aveva idea di che cosa l'aspettasse. Ogni studente aveva venti minuti per spiegare il significato del proprio lavoro e il pensiero che l'aveva ispirato, dopodich toccava ai critici, che controbattevano smontando pezzo per pezzo sia le idee sia l'esecuzione. Attorno a lei, aspettando con ritrosia il proprio turno, erano tutti nervosi. Polly, pur con le guance in fiamme, riusc a difendere il suo lavoro con coraggio, persino in modo articolato. Mentre l'ascoltava, Becky avvertiva i crampi attanagliarle lo stomaco con sempre pi violenza; si sentiva prossima al crollo psicofisico. Era rimasta in studio tutta la notte con altri due studenti senza chiudere occhio per cercare di terminare i suoi disegni, che ora le sembravano ridicolmente inconsistenti.
Avanti il prossimo! grid Beverly, il loro tutor. Samantha,
sei pronta? Becky? Porta il tuo lavoro vicino a quello di Samantha.
Dopo di lei tocca a te.
Becky si alz dal suo posto in fondo alla sala e prese la sua opera.
Guard, come in un sogno, i critici fare a pezzi Samantha nei venti minuti a disposizione prima che venisse il suo turno.
Il primo critico, un tipo tremendo con una camicia verde e un farfallino giallo canarino, diede un'occhiata al lavoro di Becky.
Quando, con la voce piena di sarcasmo, le chiese se ci fosse qualcosa, una cosa qualunque, che permettesse di distinguere quell'opera da un mucchio di escrementi, nonostante i mormorii provenienti dalla sala, Becky ci mise un po' a capire la domanda- poi scoppi in lacrime e corse via.

Ascoltando al telefono le terribili storie delle amiche, Amber si sent troppo imbarazzata per raccontare loro che invece a lei le cose stavano andando bene all'universit. Non avrebbe voluto nemmeno nominare Henry, ma Becky le carp il segreto. Nella vita di Amber pareva che tutte le caselline fossero andate al loro posto. Il corso le piaceva, vivere nella casa dello studente anche, si era fatta un paio di amici... in confronto alla tortura che le altre due dovevano affrontare, non aveva davvero nulla di cui lamentarsi.
Assolutamente nulla. A parte... qualcosa effettivamente c'era. Amber non ne aveva parlato con Becky, ma forse Madeleine avrebbe potuto darle un consiglio. Si trattava di Kieran. Il weekend precedente Amber era tornata a casa, sperando che ci fosse anche Max per raccontargli che ogni cosa stava andando per il meglio, ma il padre, ovviamente, era via. Amber aveva allora lasciato a Krystyna un mucchio di indumenti e biancheria da lavare e poi era salita di sopra in cerca di Kieran. Non si erano quasi pi parlati da quando lei era partita all'inizio del trimestre.
Suo fratello era arrabbiato perch lei era stata ammessa a una delle migliori universit, mentre lui aveva fallito clamorosamente sul fronte degli studi. Amber, per, voleva rappacificarsi con lui. Krystyna le aveva detto che Kieran era in casa, non era uscito in tutta la giornata. La ragazza era rimasta perplessa per la strana occhiata con cui la domestica aveva accompagnato la frase, ma alla fine era salita al piano superiore.
Quando vide Kieran, Amber rimase scioccata. E si preoccup per lui. Suo fratello era in uno stato tremendo: aveva i capelli flosci e unti, la pelle pallida e spenta e sembrava non aver fatto un pasto decente da settimane. Amber si sedette sul bordo del letto chiedendosi cosa diavolo stesse succedendo, ma Kieran spazz via le sue preoccupazioni con un debole gesto.
Sto benone. Be-no-ne.
Hai un aspetto terribile.  Amber si guard attorno nella stanza che sembrava un porcile. Max  stato qui di recente? chiese timidamente.
Oh, 'fanculo Max. Kieran si gir sbadigliando e chiuse gli occhi. Amber si alz dal letto e and alla finestra. Incurante delle proteste del fratello tir le tende e, con la luce che inondava la stanza, le condizioni di Kieran apparvero ancora peggiori.
Amber si morse un labbro. Doveva parlarne con qualcuno, ma con chi? Con Max sarebbe stato inutile e oltretutto Kieran avrebbe pensato che lei facesse la spia. Con Angela? Idem come sopra. La madre era assolutamente pazza di Kieran e comunque non avrebbe potuto aiutarlo. Guard il fratello che dormicchiava.
Aveva sempre badato a lui e, pur essendo la sorella minore, lo aveva protetto dagli eccessi delle arrabbiature di Max. In realt sarebbe toccato a lui occuparsi di lei, ma le cose non erano andate cos. Kieran non era forte come Amber. Da bambino era stato un terribile frignone: Amber, ogni volta che cadeva dalla bicicletta o da un albero, si rialzava pulendosi semplicemente le ginocchia sbucciate, mentre il fratello si lagnava per ore cercando di attirare l'attenzione di chiunque fosse stato abbastanza vicino da poterlo udire. La cosa non aveva mai fatto piacere a Max, che voleva dei figli forti e aggressivi. Quando poi Angela aveva iniziato a bere, Kieran non aveva retto. Ai tempi in cui Angela non aveva ancora iniziato a bere, Amber era molto piccola. La ragazza praticamente non ricordava come fosse sua madre da sobria, quindi per lei lo shock della perdita era stato meno violento.
Ehi, dormiglione lo chiam tornando verso il letto e arricciando il naso. Puzzava pure. Ti mando su Krystyna, okay? Ma
Kieran non rispose. Sembrava insensibile al mondo esterno. Amber sospir, almeno avrebbe fatto pulire la stanza. Faceva schifo.
Nel frattempo Kieran avrebbe potuto dormire nell'altra camera.
Ci avrebbe pensato Krystyna, si disse chiudendosi la porta alle spalle con delicatezza.
 sicuramente sotto l'effetto di qualche droga le disse Madeleine.
Amber tacque. Hai visto qualcosa... aghi, bustine, roba del genere?
Oh, non credo che Kieran sia a questo punto esclam Amber.
Si tratta certo di un po' d'erba. Deve fumarne in quantit industriali.
Comunque, ho chiesto a Krystyna di dargli una ripulita.
Quando sono partita, sembrava abbastanza allegro.
Be', se lo dici tu. Nella mia scuola c'erano un paio di tossicomani e quando mi hai descritto lo stato di Kieran mi  sembrato di rivedere loro.
No, no... Kieran no. E comunque dove prenderebbe i soldi?
Si lamenta sempre che Max non gli scuce niente. L'eroina  carissima, no?
Madeleine non rispose. Se i ragazzi al King George riuscivano a trovare un modo per alimentare il loro vizio, poteva farlo sicuramente anche Kieran. Ascolt il racconto di Amber dell'universit e di Henry con un sorrisetto ironico. Il trimestre stava quasi finendo e Madeleine non aveva rivolto la parola praticamente a nessuno del corso. A parte Tim, naturalmente. Ma in quanto assistente, era ovvio che Tim parlasse con gli studenti dei primi !
anni. Prima di riappendere le due si promisero di chiamarsi non appena fossero rientrate a casa per le vacanze natalizie.

28
Fu accompagnato in una saletta privata, gli venne chiesto se desiderasse qualcosa da bere e gli portarono i giornali per ingannare l'attesa. Non avrebbe dovuto aspettare pi di dieci, quindici minuti. Il dottor Beatn si scusava tantissimo... era un po' in ritardo.
Max annu, consegn il soprabito e si sedette nella comoda poltrona di pelle. Quando la segretaria se ne fu andata si guard attorno. Non male, si disse... al ventesimo piano della Euston Tower, rivestimenti in legno di quercia, mobili antichi, un'eccellente collezione di quadri alle pareti. Apr il giornale. "Lord Sainsbury  deceduto a ottantasette anni." Rimase a fissare il titolo.
"Andrew B. Sainsbury, barone Sainsbury di Drury Lane,  scomparso all'et di ottantasette anni per le complicazioni conseguenti a un ictus cerebrale." Max appoggi il giornale, stordito.
Erano passati quasi trent'anni dalla prima volta che aveva incontrato quell'uomo e circa tre o quattro dall'ultima volta che si erano visti. Indirettamente, poi, era grazie a Lord Sainsbury che adesso lui stava aspettando Geoff Beatn, l'amministratore delegato delle British Railways, le ferrovie inglesi. Fece una smorfia.
No, in realt, era esclusivamente grazie a Lord Sainsbury.
Quando Max aveva iniziato a lavorare come autista per Sainsbury aveva diciassette anni. Aveva mentito sull'et e sul possesso della patente. Ne aveva avuto abbastanza del banco di macelleria. Il responsabile della filiale di Kentish Town lo aveva gi adocchiato: quel giovanotto era un bravo lavoratore, sveglio e anche amato dalle massaie. Negli anni del dopoguerra, Sainsbury si stava espandendo. Nel 1954, in Lewis ham High Street, era stato inaugurato il supermercato alimentare pi grande d'Europa e il responsabile di filiale mise una buona parola per il giovane Max. L'azienda stava cercando di realizzare una nuova iniziativa, un'idea importata direttamente dagli Stati Uniti: il negozio di Lewisham High Street sarebbe stato un self-service. Quando aveva ottenuto la prima promozione, Max era stato spostato dal banco di macelleria dove le donne ordinavano e aspettavano di essere servite, al reparto macelleria, dietro al negozio, a tagliare, affettare e confezionare la carne da esporre nei nuovissimi spazi refrigerati. Detestava quel posto, non gli offriva neanche un'occasione per flirtare con le clienti. Aveva trascorso due settimane avvilenti, imparando un'infinit di modi di tagliare la carne, prima di supplicare il direttore del negozio di affidargli un altro incarico.
Sai guidare, ragazzo? gli aveva chiesto il direttore scozzese.
Max aveva assentito. Certo.
E hai la patente?
S.
Allora capiti a fagiolo. Il signor Andrew sta cercando un autista per sostituire il suo, che  a casa con l'influenza. Solo per un paio di settimane, per.
Max non se l'era fatto ripetere. Si era tolto il grembiule da macellaio a righe bianche e blu, l'aveva gettato in un bidone sul retro e si era strofinato le mani fino a farle sanguinare. Aveva trascorso tutto il weekend a impratichirsi nella guida della vecchia
MO del 1933 del vicino finch non si era sentito abbastanza sicuro di farcela. Ma quando il luned mattina si era presentato nel retro del negozio e aveva visto una luccicante Bentley rosso porpora e nera con l'elegante forma allungata e i morbidi sedili in pelle, era stato tentato di lasciar perdere. Per fortuna, il direttore aveva imputato l'espressione che Max aveva stampata in faccia alla mancanza della livrea o dei guanti bianchi o di qualche altro accessorio e non alla paura di dover guidare quella dannata automobile.
Gli inizi erano stati difficili. Lord Sainsbury era esigente, aveva poca pazienza e spesso urlava le indicazioni attraverso il vetro che li separava. Il pi delle volte Max era stato sul punto di intimargli di tacere, ma si era sempre trattenuto. Finch, un bel giorno, le cose erano cambiate.
Una mattina Max stava aspettando Lord Sainsbury davanti alla sua casa di Kensington pronto ad accompagnarlo in ufficio a Blackfriars, poi dal commercialista a Streatham e infine nell'Es- sex per esaminare un paio di luoghi per eventuali nuovi negozi.
Era una burrascosa giornata di primavera. Non appena aveva visto Lord Sainsbury sbucare dal portone, aveva messo in moto ed era saltato gi, come sempre, per aprirgli la portiera. Quando il padrone si era avvicinato, Max si era accorto che era di umore nero. Non sarebbero andati a Stamford House, aveva lasciato intendere, ma a Dover, un centinaio di miglia a est, a prendere un certo professor Solomon Blurnenthal, un ingegnere specializzato in impianti di refrigerazione che Terence, il figlio maggiore di Lord Sainsbury, nella sua infinita saggezza, aveva invitato a lavorare con loro nella nuova divisione di ricerca e sviluppo ma che, si era venuto poi a scoprire, non parlava una sola parola di dannatissimo inglese. Il tono di voce di Lord Sainsbury si era alzato per l'indignazione.
Dio solo sa cosa me ne faccio di un lurido profugo che non sa l'inglese. Dove lo trovo qualcuno che parli tedesco alle... aveva dato un'occhiata al suo orologio da tasca ... alle otto di un mercoled mattina? Dimmelo un po' tu!
Io, signore aveva detto Max pacatamente.
Eh?
Il tedesco, signore. Lo parlo correntemente. Da quando era arrivato in Inghilterra era la prima volta che rivelava quell'informazione.
Aveva incrociato lo sguardo sbalordito di Sainsbury nello specchietto retrovisore.
E come mai? Pur ostentando indifferenza, Lord Sainsbury sembrava incuriosito.
Perch sono ebreo, signore. Ebreo tedesco.
Che mi venga un accidente.
Aveva trascorso i tre anni successivi come assistente personale di Lord Sainsbury, accompagnandolo in macchina ovunque. Lord Sainsbury non voleva nessun altro al proprio fianco. In quei tre anni Max aveva costruito le basi di quello che sarebbe stato il suo patrimonio pi prezioso: l'elenco di contatti. Quando aveva sposato Angela Weymouth, nel 1963, pochi sapevano che l'aitante giovanotto la cui famiglia era rappresentata da Lord Sainsbury e dai suoi quattro figli, era arrivato in Inghilterra vent'anni prima con due sole cose che conservava ancora: un vecchio orsacchiotto e un pezzo di carta che conteneva tre diamanti.
E adesso Lord Sainsbury era morto. Quando l'assistente del dottor Beatn apparve sulla soglia per farlo accomodare, gli occhi di Max erano insolitamente lucidi.

29
Paola era troppo eccitata per staccare gli occhi dalla sontuosa opulenza che la circondava. La Boum era il nightclub pi in voga di Ginevra, e le occhiate di ammirazione indirizzate verso di lei facevano intendere chiaramente che Paola era tra gli ospiti pi attesi. Nel giro di qualche minuto riusc a liberarsi delle tre ragazze che l'avevano accompagnata. Le quattro avevano fatto il viaggio da Losanna pigiate in un taxi che le aveva prese a bordo dopo che erano fuggite da scuola. Alla sinistra di Paola c'era una fila di buttafuori tra i pi minacciosi e sgarbati che lei avesse mai visto; a destra una coda di disperati giovani e belli i cui nomi purtroppo non figuravano nella lista degli invitati. Gli uomini a sinistra avevano il compito di non far entrare quelli a destra.
Il nome di Paola era sull'ambito elenco grazie a Sophie de Cordonnier, la figlia dall'aria triste e scialba di un'attrice francese che aveva i contatti giusti ed era riuscita a inserire Sophie e la sua amica sulla lista dei VIP.
Paola lasci la pelliccia al guardaroba, si aggiust l'abito ultra-aderente e segu la folla nel locale. Si fece largo fino al bar, ordin un White Russian e rimase l a sorseggiarlo appoggiata al bancone in vetro e acciaio, mentre un gruppo di giovani accanto a lei facevano a gara per rivolgerle la parola. Era molto pi di quanto
si fosse aspettata, pens quando un ragazzo si present, seguito
,a ruota da un altro. Alla fine del drink, altri tre erano allineati
contro il bancone luccicante, mentre lei ascoltava distrattamente un tipo noioso e chiacchierone con un terribile accento americano e osservava le mosse di un uomo pi vecchio e molto pi interessante che gli stava accanto, chiaramente uno del gruppo, che si manteneva ancora sulle sue.
E tu, di dove sei? chiese l'americano, incapace di toglierle gli occhi di dosso. Era il figlio di un magnate texano del petrolio, come si era affrettato a informarla nei primi cinque minuti di conversazione.
Roma, Parigi, Minorca. Fai tu. Quel tipo la annoiava. Guard alle sue spalle, ma il suo vicino era sparito. Chi era? domand all'americano, sperando che la piantasse di parlare e si dileguasse.
Il principe Georg rispose orgoglioso l'americano.  un mio caro amico.
Davvero? Il tono di Paola suon allusivo. L'altro arross.
Certo. Viviamo assieme al Leconte, in citt. Siamo un gruppo di amici. Dovresti venire a trovarci. Che cosa fai domani?
E chi lo sa? rispose Paola, regalandogli un vago sorriso. La mente della ragazza galoppava. Un principe? Francesca non sarebbe rimasta indifferente. C'era solo un piccolo problema: lei e le sue amiche sarebbero dovute rientrare a scuola prima dell'alba.
Bisognava aggirare l'ostacolo. Il principe Georg... assolutamente divino.
Pass il resto della serata sulla pista da ballo, felice di essersi liberata di Dave, l'americano ricco ma noioso. Purtroppo non le era ancora capitato di trovarsi tra le braccia del suo principe, come ormai lo considerava. Il locale era stracolmo di bella gente che ballava scatenata, urlando per sovrastare la musica, strusciando l'una contro l'altra le schiene nude e abbronzate e rovesciando indietro la testa per rivelare denti, capelli e sorrisi perfetti. Quando Sophie, Martine e Vronique la trovarono, rimasero senza parole: Paola si era tolta le scarpe ed era salita sopra uno dei tavolini di vetro ancheggiando davanti alla folla estasiata ai suoi piedi.
Era quasi l'alba quando le quattro ragazze, mezzo ubriache, si
gettarono sui sedili del taxi che le stava aspettando da mezzanotte e ripercorsero il Lac Genve in dirczione della scuola dove, grazie a Dio, la loro assenza non era stata notata.
Il giorno dopo, a colazione e durante il pranzo, trapelarono le prime notizie sull'impresa di Paola: lei era una vera celebrit in quella scuola di oltre duecento ragazze che in gran parte potevano solo sognare di avere la sua audacia. Da quel momento fu estremamente facile trovare qualche compagna disposta a coprirla, e il sabato successivo, Paola pot lasciare Brilliantmont in compagnia di Jenna de Rosnay, una studentessa dell'ultimo anno, con il permesso di assentarsi per un weekend per andare dalla zia di Jenna, la contessa di Harcourt, nel castello di famiglia appena fuori Ginevra. Per una fortunata coincidenza Jenna era imparentata alla lontana con i cugini di terzo grado della famiglia del principe Georg. La zia aveva raccontato alla nipote di alcune estati trascorse in Francia, quando Jenna e il principe erano bambini, ma la ragazza aveva confessato di conservare solo qualche vago ricordo. Il soggiorno ginevrino di Jenna e Paola prevedeva un salto nella suite all'ultimo piano dell'Hotel Leconte, un albergo elegante e vecchio stile, dove alloggiavano Dave l'americano e la sorella adolescente Catriona, il principe Georg di Hollhein e Thringen, un tranquillo francese di nome Philippe, due modelle danesi e altri due tedeschi, Gnther e Fabian.
Paola e Jenna trascorsero un pomeriggio davvero piacevole in loro compagnia, bevendo champagne con succo di pesca e piluccando con grazia dai vassoi di tartine che venivano serviti ogni dieci minuti. Paola era al settimo cielo.
Un principe? Come Paola aveva previsto, Francesca era rimasta piuttosto colpita. Che tipo di principe? L'Italia era famosa per la pletora di principati i cui eredi possedevano il titolo e poco altro.
Non lo so,  tedesco... non mi ricordo come si chiama il suo castello.  un ragazzo d'altri tempi ma delizioso, mamma... vive in un hotel di Ginevra, quello dove siamo andate - te ne avevo
parlato - e ha invitato me e Jenna a passare il Natale da lui, in Austria. La zia di Jenna le ha gi dato il permesso. Ti prego, fammi andare... Per favore!
Be', ci... ci devo pensare, mia cara. Parler con Max...
Promettimi che lo convincerai, mamma. Se non vado muoio!
S, s... gliene parler, certo. Ma non fare tutte queste scene.
Ci sentiamo luned, va bene? Francesca riagganci con un sospiro.
Paola non era nelle grazie di Max e la prospettiva di due settimane in compagnia di un principe tedesco di second'ordine non sarebbe stato il modo pi adatto per migliorare la posizione della ragazza. Dopotutto Paola aveva solo sedici anni.
Paola, concentratissima, pianific nel dettaglio tutto l'occorrente per il soggiorno in Austria e quando arrivarono le vacanze di Natale era pronta. Aveva speso una fortuna per assortire il suo guardaroba in modo da non sfigurare in nessuna circostanza.
La mattina della partenza per l'aeroporto di Vienna - dove ci sarebbe stato ad attenderle l'aereo privato del principe Georg
- la ragazza si ferm a guardarsi nello specchio dell'ingresso per aggiustare il cappello scamosciato foderato di pelliccia e controllare che non ci fossero imperfezioni nel completo che aveva scelto per il viaggio. Un giaccone di camoscio nero con la cintura, un maglione nero di cashmere a collo alto che spuntava dagli ampi risvolti impunturati all'ultima moda, pantaloni grigio scuro di lana e un paio di magnifici stivali di vernice al ginocchio. Con il colbacco e la borsa in tinta, marrone scuro, aveva proprio l'aria dell'ereditiera bella e chic. La tranquillizzava soprattutto l'idea che Jenna, sebbene fosse carina - anzi, addirittura affascinante , con quegli occhioni di cerbiatta non rappresentava una minaccia alla sua bellezza sensuale. Si mise il rossetto, una spolverata di cipria e si volt verso Francesca per l'approvazione finale.
Bellissima! grid la madre, orgogliosa di vedere la sua piccolina cos elegante e sofisticata. Le diede un ultimo abbraccio, lasciando che l'autista caricasse le tre valigie, le due cappelliere e i due beauty-case - tutti griffati Louis Vuitton - in cui Paola aveva stipato gli abiti per quindici giorni.
Dieci minuti dopo, comodamente seduta sul sedile posteriore di una Jaguar metallizzata, Paola ripass velocemente col pensiero il contenuto dei bagagli. Tute da sci - quattro diverse giacche a vento, sei paia di pantaloni, due paia di scarponi; un intero assortimento di maglioni in cashmere con sciarpe abbinate; otto abiti lunghi da sera in seta, satin e maglina; quattro paia di jeans in tessuto denim scuro all'ultimo grido; una selezione di camicie bianche immacolate e cinture ben assortite; gioielli, cappelli, stivali, scarpe... pigiama in seta e cotone e la sua morbida vestaglia di angora... e tutto il necessario per il makeup, che le sarebbe forse bastato per un mese intero. Ogni capo era stato avvolto in carta velina e cosparso di petali profumati. Effettivamente, sembrava un po' troppo per due settimane di vacanza, ma sarebbe stata in compagnia di nobili - e di due modelle - e doveva vestirsi adeguatamente.
L'incontro con Jenna avvenne all'aeroporto di Vienna. Merda!  esclam l'amica nel vedere i bagagli di Paola. Stiamo via solo due settimane!
Lo so rispose Paola sulla difensiva Ma non sapevo che cosa scegliere. Cos ho portato tutto.
Una scintillante Range Rover nera le aspettava nel piccolo aeroporto di Innsbruck e di l a pochi minuti le due amiche attraversavano un magnifico paesaggio alpino dirette ad Arlberg dove si trovava la casa di famiglia di Hochuli del principe Georg. Lessero i cartelli che indicavano la strada per Untergrgl, Obergrgl o Hochgiirgl ridendo di quell'astruso idioma austriaco. Il viaggio dur circa un'ora e finalmente le due vennero depositate ai cancelli di quello che sembr loro un castello delle fiabe, con tanto di torrette, bandiere che sventolavano ed enormi portoni in quercia con decorazioni in ferro. Per una volta, Paola rimase senza parole. Tre valletti vennero incontro alla macchina e, rapidi e silenziosi, presero in consegna le valigie. Un donnone morbido e
sorridente diede loro il benvenuto da parte di Sua Altezza Reale e le guid attraverso le mura del castello e nella corte interna.
Circondato di pini carichi di neve, con la bandiera che sventolava maestosamente su una delle quattro torrette principali del castello, il posto era davvero magico.
A Paola e Jenna erano state assegnate le camere per gli ospiti nell'ala est, vicino a quelle delle due ragazze danesi e di Catriona, la giovane americana, spieg loro la donna mentre faceva strada.
Percorsero un lungo corridoio con diversi ritratti alle pareti, poi un altro ancora e finalmente si fermarono davanti a una serie di porte. La donna apr quella di una suite composta da due camere da letto, un salotto in comune e un bagno grande quanto un modesto appartamento a Roma. Ogni camera era arredata con gusto sontuoso e comprendeva un letto a baldacchino, un'intera parete di armadi in legno lucido e scuro e un elegante scrittoio di fronte alla finestra con vista mozzafiato sulle Alpi. Paola si sdrai sui soffici cuscini del letto a baldacchino e guard le due giovani cameriere che portavano i bagagli nella stanza e chiedevano il permesso di disfarli. Incrociando lo sguardo di Jenna, Paola annu in silenzio con una risatina sciocca. Le cameriere aprirono le valigie con grande cura, tirando fuori completi e abiti da sera e appendendoli su grucce foderate di seta rosa, senza dimenticare di lisciare bene la carta velina da riutilizzare al termine del soggiorno. Quando ebbero finito, informarono rispettosamente le due signorine che la cena sarebbe stata servita alle otto nella sala da pranzo in fondo all'ala sud. Il principe e il suo gruppo di amici erano andati a sciare a Lech e sarebbero rientrati di l a poco.
Oh, Dio mio,  fantastico! grid Paola quando le cameriere furono uscite, abbandonandosi sui cuscini e agitando la mantella di cashmere per la stanza. Jenna era andata nella sua camera. Paola si guard attorno. Il castello, nonostante le dimensioni, conservava un'aria intima e accogliente. La stanza era grande ma non esagerata: le decorazioni sul soffitto color crema e le pareti rosso scuro rendevano l'ambiente caldo e sontuoso, tutt'altro che impersonale. L'arredamento era fin troppo elegante: armadi in mogano scuro con lucide maniglie in ottone, il morbido letto a baldacchino con le lenzuola di lino irlandese, il piumone in seta con motivi cashmere e i tendaggi rosso scuro che riprendevano il colore dei muri. Appesi alle pareti, in eleganti cornici di legno scurissimo, c'erano i ritratti di quelli che Paola immagin fossero i parenti reali. In uno dei vani finestra erano stati fissati diversi cuscini per creare un comodo angolo imbottito. Paola si alz e and a provarlo per guardare fuori. Il panorama era tutto bianco, un incantato paesaggio gelato composto di pini, immacolate distese ondulate e torrenti ghiacciati che scorrevano nella valle attorno al castello. Dall'altra parte della vallata si vedevano altre montagne, vette innevate che si stagliavano con eleganza contro il limpido azzurro del cielo invernale. Paola fu percorsa da un fremito di piacere. Erano le sei di sera. Attravers la stanza e apr la porta della stanza di Jenna. Mancavano due ore alla cena. Giusto il tempo che le due amiche avrebbero impiegato per decidere cosa indossare. Era ora di mettersi al lavoro.
Paola era stordita. Non solo per il principe Georg, ma per la folla di persone cos indolenti e meravigliosamente decadenti. Le piacevano tutti - le modelle Kma e Holly, Jenna... Philippe, Gn- ther e Jrgen... Persino Dave e sua sorella Catriona non erano poi cos male. Pi di tutti, per, le piaceva il principe. Era un ragazzo tranquillo e piuttosto formale, e Paola aveva scoperto che aveva ventisei anni, dieci pi di lei. Stavolta non ci sarebbe stato modo di barare sull'et: dopo la sua performance all'inizio dell'estate, tutti sapevano che aveva appena compiuto sedici anni ma, aveva tenuto a precisare, si era sposata un secolo prima, a quattordici, e per il suo sedicesimo compleanno aveva sfornato due bambini, "per cui, per favore, smettetela di prendermi in giro!".
Tutti avevano riso. Stando all'anagrafe Paola era la pi giovane del gruppo ma, come commentarono gli uomini tra loro, sembrava in grado di insegnar loro un paio di cosette. Con quelle gambe...
Trascorse le giornate scivolando dai pendii, ascoltando il vento gelido che le sibilava nelle orecchie, con il cuore in tumulto per l'eccitazione e la paura di sfrecciare gi dalla montagna dietro alla sagoma vestita di nero del principe Georg. Terminava le discese qualche minuto dopo di lui, con i capelli che le volavano sul viso, e riconosceva negli occhi di lui una luce di ammirazione per le sue abilit sportive e per la sua bellezza. Jenna e Catriona non potevano tenerle testa: il primo giorno, dopo averla vista schizzare davanti a loro con il principe, avevano pianto. Le due modelle, Holly e Kina, avevano troppa paura di cadere per arrischiarsi a infilare gli sci. Tuttavia, le due compensavano la loro mancanza di coraggio lungo i pendii con la determinazione a provare qualunque altra esperienza. Paola, che essendo cresciuta a Roma e avendo sempre trascorso le vacanze a Minorca non era totalmente sprovveduta in fatto di droga, rimase sbalordita. Spinelli, piste di cocaina, pillole, amfetamine, pipe per fumare crack o marijuana... le due modelle avevano in valigia una vera e propria farmacia. Ogni sera, dopo una mezza dozzina di bottiglie dei migliori vini, aveva inizio la vera festa. Holly - Paola sospettava che non fosse il suo vero nome -, una bionda glaciale graziosa e di una magrezza disumana che arrivava da una cittadina vicino a Copenaghen, organizzava la selezione per la serata. Si teneva una breve discussione per stabilire quale sostanza provare per prima e come continuare, cui seguiva un silenzio di un quarto d'ora mentre la festa si consumava davanti ai loro occhi. La prima sera Paola era rimasta sconcertata. Ovviamente aveva gi provato l'erba e le era anche capitato di ubriacarsi. Una volta, poi, aveva addirittura ingoiato una pillola che una delle sue compagne di scuola aveva portato di nascosto a una festa, ma non era successo granch: per un po' aveva sentito la testa vuota e il giorno dopo si era alzata accusando i postumi di una sbronza. Comunque lei aveva sempre preferito limitarsi alle sigarette e agli spinelli occasionali.
Guardando il gruppo sparpagliato sui tappeti orientali di uno dei numerosi saloni del pianterreno, a Paola fu subito chiaro che in quel frangente si trovava in mezzo a una compagnia ben diversa. Sballare, ma sballare sul serio era un must. Allung la mano per prendere una pasticca bianca che qualcuno le stava offrendo e la mand gi con un sorso di champagne.
Mezz'ora pi tardi stava ridendo come mai le era capitato in vita sua. Qualunque cosa gli amici dicessero la faceva partire: esplodeva, gettando indietro la testa e scuotendo i capelli, poi scivolava dalla sedia e si contorceva mezzo sdraiata per terra, appoggiandosi con una mano sulla coscia di Holly mentre ascoltava una storia divertentissima su un orso, un cane e una modella raccontata da Dave... Era cos esilarante che Paola non riusciva a smettere di sghignazzare. Percep vagamente lo sconcerto di Jenna, ma lo trov talmente buffo che ricominci a ridere.
I giorni passavano molto in fretta. Il momento migliore era la sera, quando lei e Jenna trascorrevano ore davanti allo specchio nei preparativi per scendere a cena. Provavano diverse mise e si mettevano i bigodini o scioglievano i capelli sulle spalle. Paola e Jenna erano molto diverse dalle biondissime Holly e Kina, ma in compenso erano pi divertenti. Dave spesso si voltava verso il principe Georg e Philippe come per chiederne conferma, e gli amici annuivano entusiasticamente.
La penultima sera della vacanza, Paola indoss un abito lungo di seta nera con ampie maniche scampanate e una vertiginosa scollatura sulla schiena. Si era raccolta i capelli in un'acconciatura fermata in cima alla testa da una rosa di velluto nero, cui sfuggiva solo qualche ciocca ribelle. Aveva preso in prestito da Jenna un paio di stivali di camoscio nero col tacco alto e i Collant velatissimi.
Brave! grid Dave, applaudendo da un'estremit del grande tavolo quando lei e Jenna fecero la loro comparsa. Poi cominci a esaminarle con una sigaretta che gli pendeva fra le labbra.
Il principe Georg porse loro un bicchiere di champagne e quando le sue dita sfiorarono quelle di Paola, una scarica di eccitazione la percorse da capo a piedi.
Dove sono Holly e Kina? chiese Jenna guardandosi attorno.
N le due modelle n Catriona erano ancora scese.
Oh, hanno deciso di saltare la cena rispose affrettatamen- te il principe Georg. Sono stanche. A tavola c'era una strana atmosfera: Dave era gi mezzo ubriaco mentre Gnther e Jrgen sembravano tesi, nervosi. Gli unici ad avere un aspetto rilassato erano il principe Georg e Philippe: composti e leggermente fatti.
Bast che il principe Georg battesse le mani, perch la porta si aprisse e le cameriere iniziassero a servire la cena: sottilissime fettine di vitello in un'ottima salsa al vino; patate al burro; piselli freschi e taccole appena saltate. Il cibo, come sempre, era squisito. Nessuna delle due mangi granch. Piluccarono con grazia un po' di carne, una cucchiaiata di piselli e un boccone di patate. Il principe Georg continuava a riempire i loro bicchieri, con ampi sorrisi.
Un'ora pi tardi, Paola si rese conto di essere molto pi sbronza di quanto pensasse. Faceva fatica a concentrarsi su quello che Dave, seduto alla sua sinistra, stava dicendo. Philippe, alla destra di Jenna, stava sussurrando qualcosa all'orecchio della ragazza.
A un tratto le luci si spensero e subito si riaccesero. Paola alz gli occhi stupita, ma nessuno sembr notarlo. Sent sulla coscia la mano di Dave che la accarezzava lentamente, ma non riusc a reagire... voleva dirgli di smetterla e di tenere le mani a posto, ma si rese conto di non poter tenere gli occhi aperti e di non riuscire a muovere la mano. Ud delle grida in lontananza, poi il rumore di una sedia che veniva trascinata, un tonfo e lo sbattere di una porta. Qualcuno cominci a ridere. Sent una mano muoversi cautamente sulle sue spalle e poi la voce del principe Georg che le sussurrava qualcosa all'orecchio. Si rilass. Doveva essere la mano del principe, pens mentre la luce andava e veniva.
"Dev'essere lui che mi accarezza il braccio e il collo e s'insinua sotto il vestito." Paola percep l'aria sulla pelle nuda... Dov'erano gli altri? pens mentre scivolava in un dormiveglia agitato. Erano ancora in sala da pranzo? Dov'erano finiti? Jenna, Philippe, Dave... e Gnther? Sentiva addosso il tocco di molte mani, troppe... Prima di scivolare nell'incoscienza avvert che qualcuno le aveva messo una mano sulla bocca mentre il vestito le veniva brutalmente strappato di dosso. Poi non ricord pi nulla.
Si risvegli lentamente, cercando di aprire gli occhi e sforzandosi di tornare cosciente. Era nel letto, sepolta sotto il piumino, con il capo abbandonato sui soffici cuscini. Prov a tirarsi su. Sentiva la testa pesante e aveva la nausea. Si coric di nuovo sollevando e chiudendo le palpebre, ancora nel dormiveglia. Dopo qualche minuto il giramento di testa inizi a diminuire e lei fu in grado di aprire gli occhi e guardarsi attorno. Le tende erano state tirate e qualcuno aveva disposto dei fiori freschi nella stanza. I suoi vestiti erano piegati con cura sulla sedia accanto alla finestra.
Abbass lo sguardo: indossava una camicia da notte di seta che non era sua. Aggrott la fronte. A cena doveva aver esagerato con il vino. Per non ricordava di aver bevuto cos tanto. Ruot le gambe fuori dal letto, si alz e fece qualche passo incerto fino al tavolo da toeletta, poi si lasci cadere sulla sedia guardandosi allo specchio. Aveva il trucco sbavato e gli occhi cerchiati, ma sembrava tutto a posto. Allora cos'era quel presentimento? Improvvisamente ebbe un brivido. Qualcosa non andava... non ne era certa, ma sentiva che doveva essere successo qualcosa. Aggrott le sopracciglia nel tentativo di ricordare. Che cosa le era accaduto? Di chi era la camicia da notte che indossava e perch non ricordava di essere andata a letto, la sera prima? Poi lo vide.
Sopra il capezzolo sinistro, che risaltava sulla pelle pallida, c'era il segno di un morso. Le impronte dei denti erano chiaramente visibili. Qualcuno l'aveva morsicata... e anche forte. Si guard, troppo spaventata per toccarsi. Deglut. Non aveva la minima idea di chi potesse essere stato o di quando fosse successo. Chiunque fosse stato presente alla cena avrebbe potuto farlo... ma no, certo, era ridicolo. E allora come si spiegava? Si sedette nella luce ancora grigia con la mente che galoppava nel disperato tentativo di ricordare qualcosa, un particolare qualunque. Niente da fare. Il vuoto pi assoluto.


Terza parte
30
New York, USA, 1986
I tre uomini si strinsero la mano. Fuori la pioggia batteva senza sosta contro i vetri e dall'ottantottesimo piano le strade sotto di loro erano completamente avvolte nelle nuvole e nella nebbia.
Max prese la borsa e il cappotto e sorrise ai due uomini prima di dirigersi all'ascensore. Aveva ancora un paio di telefonate da fare.
Le trattative per quell'ultimo affare erano quasi concluse e, come sempre, a occuparsi dell'intermediazione tra le due parti era stato Max. Una strana alleanza: Walter Sprague, un agente immobiliare di Brooklyn, e Morgan Covic, il commissario per l'urbanistica.
Erano due anni che Sprague si stava interessando all'acquisto di un edificio semiabbandonato all'angolo tra la Cinquantacin- quesima e la Quinta Avenue, nel cuore di Manhattan. Si trattava di una compravendita complicata con un elenco infinito di ostacoli: la licenza edilizia non sarebbe stata semplice da ottenere, il terreno non era in vendita e la concessione in uso sarebbe scaduta dopo trent'anni. Sprague, che non era tipo da arrendersi di fronte alle difficolt, aveva condotto caparbiamente le negoziazioni tra i proprietari dell'edificio e quelli del terreno, ma a quel punto la faccenda si era arenata. Anzi, sembrava addirittura sul punto di andare all'aria. Sprague aveva investito quasi tutto quello che possedeva per finanziare il progetto: se fosse andato in porto, sarebbe stato l'affare della sua vita, il grattacielo residenziale pi bello del mondo. Quando aveva contattato Max Sall, Sprague era disperato. Tutto ruotava attorno alla vendita del terreno, e il proprietario, un tale Frank Carradine, un vecchio milionario di New York, non faceva alcuna mossa.
Max aveva ricevuto la chiamata nel suo studio a Minorca mentre guardava la lavanda fiorita contro il luccichio del mare. Si era limitato a dire a Sprague che avrebbe visto cosa poteva fare e che lo avrebbe richiamato nel giro di qualche giorno. Aveva riagganciato il ricevitore aggrottando la fronte. Il nome di Frank Carra- dine gli ricordava qualcosa. Era uno conosciuto, Max ne era pi che certo, ma non solo... Si era voltato verso il mare, concentratissimo.
Dopo un quarto d'ora aveva capito. Aveva risollevato la cornetta e composto un numero telefonico.
Quando lo vide scendere dalla macchina, il portiere della casa di Max a Manhattan gli rivolse un ampio sorriso.
Buongiorno, dottor Sall esclam riparandolo con l'ombrello.
Max lo ringrazi con un cenno del capo. E appena arrivata questa per lei aggiunse porgendogli una busta bianca.
Max la prese, entr nel portone e l'apr, avviandosi verso l'ascensore.
Due biglietti di prima fila per i New York Jets al Madi- son Square Garden quella sera. Il messaggio di accompagnamento diceva semplicemente: "Con i pi vivi ringraziamenti, Walter".
Max sorrise. Era stato un gesto carino. Naturalmente Sprague non poteva sapere che lui odiava la pallacanestro. A Max venne in mente che Amber e il suo ragazzo Henry erano da lui per qualche giorno. Magari loro ci sarebbero andati volentieri. Si infil i biglietti nel taschino della giacca e apr la porta.
Il grande appartamento era vuoto. Amber e il suo ragazzo esageratamente alto e spavaldo erano arrivati subito dopo la cerimonia di laurea a pieni voti. Nonostante all'inizio Max avesse opposto resistenza all'iscrizione all'universit, ora era orgoglioso di Amber, l'unica dei suoi tre figli a essersi laureata. Max non era certo portato per l'introspezione, ma talvolta si chiedeva se la sua ambivalenza verso l'istruzione superiore dipendesse dal fatto che
a lui fosse mancata. Entr in soggiorno allentandosi la cravatta e si vers da bere. Poi si sedette in uno dei divani in pelle e accese lo stereo. Non era abituato a trascorrere il pomeriggio a casa.
Aveva pensato che dopo essere rientrato avrebbe fatto qualche telefonata e si sarebbe messo in pari col lavoro, ma per qualche motivo l'affare che aveva appena concluso l'aveva reso malinconico.
Si mise comodo e si lasci avvolgere dalle note del Quintetto per pianoforte in la di Schubert. Era soddisfatto della riunione di quella mattina. Non molto tempo addietro, Amber gli aveva chiesto quale fosse il segreto del suo successo. Lui aveva sorriso con aria vaga e si era stretto nelle spalle. Contatti, amicizie, conoscenze...
aveva bisbigliato qualcosa del genere.
Bevve un sorso di whisky. Era vero. Portare a casa quell'affare lo aveva reso felice. A prima vista era sembrata una situazione senza via d'uscita. Walter Sprague, un uomo dell'Ohio che si era fatto da solo, cercava di raggiungere un accordo con Frank Car- radine, un solitario milionario newyorkese. A Carradine quei soldi non servivano, non aveva alcun bisogno di vendere e sicuramente non gradiva che un imbecille aggressivo di Toledo, Ohio, lo minacciasse di azioni legali. Max, per, si era ricordato di una cosa. Quell'uomo non si era sempre chiamato Frank Carradine: Max l'aveva conosciuto come Pausi Carrady, un ebreo iracheno di Baghdad che era arrivato a Londra, quasi senza un soldo, negli anni Cinquanta nel tentativo di raggiungere New York. All'epoca Carrady era uno che si dava da fare, un tipo specializzato nell'arte del baratto, la pi antica forma di commercio. Nel pri' mo dopoguerra erano molti gli Stati senza una moneta propria o soggetti a embargo commerciale per ragioni politiche. In entrambi i casi, il baratto era l'unica maniera per procurarsi merci essenziali o comunque importanti provenienti dall'estero. Il legno poteva essere scambiato con un carico di sardine che a sua volta veniva ceduto per del metallo o una partita di libri. Carrady il baratto l'aveva nel sangue, ma gli mancavano i contatti capaci di garantirgli la continuit dello scambio. Aveva conosciuto Max Sall nel 1956 tramite un amico comune ed era stato grazie al suo
aiuto che era riuscito a procurarsi le conoscenze che gli avevano fruttato i primi veri guadagni. Quei soldi gli erano serviti per sistemarsi a Brooklyn. Un carico di pistacchi provenienti dall'Iraq era stato felicemente barattato con un altro di tuorli d'uovo arrivato da Shangai e diverse centinaia di rotoli di seta grezza.
Max l'aveva aiutato a piazzare i tuorli a un'azienda dolciaria nelle Midland e la seta ai grandi magazzini Debenham. Carrady non era stato troppo entusiasta delle condizioni proposte da Max, ma aveva le mani legate. Gli era riconoscente. E, come Max scopr quasi quarant'anni pi tardi, non aveva mai dimenticato l'episodio.
Ecco, avrebbe voluto dire a sua figlia, come aveva fatto.

31
Amber camminava per la Quinta Avenue al fianco di un Henry imbronciato, chiedendosi con una certa ansia se avesse fatto la cosa pi giusta. Erano a New York da quattro giorni, quanto bastava per indurre Amber a decidere non solo di volerci rimanere ma anche di volerlo fare senza di lui. Quella mattina aveva cercato di affrontare l'argomento durante la prima colazione alla caffetteria gi all'angolo, ma aveva capito che Henry non era d'accordo.
Che cosa? aveva borbottato fissandola incredulo. Vivere a New York?
Perch no? aveva ribattuto Amber col cuore in gola.
Ma... non l'hai mai... perch non l'hai detto? E io che cosa potrei fare? Perch non ti trovi un lavoro a Londra? Non avevi mai parlato di voler restare... Poi la voce gli si era spenta miseramente.
Alcuni clienti avevano sollevato lo sguardo.
Ci ho pensato solo adesso aveva proseguito Amber in un tono che non convinceva nemmeno lei. Henry aveva distolto lo sguardo. E comunque, sar solo per un po'. Magari per l'estate.
Ah, s? E chi penser a tutto? Il paparino?
Non  come pensi l'aveva interrotto bruscamente lei. Sentiva le guance in fiamme, Henry sapeva come farle saltare i nervi.
Fino a quando non era andata via di casa, all'et di diciotto anni, Amber non si era resa conto di quanto fosse effettivamente lunga l'ombra di Max, n di quanto lei ne fosse prigioniera.
Aveva trascorso i primi mesi di universit cercando di convincere quanti le stavano intorno che non era l'ereditiera presuntuosa che tutti credevano. Ma ogni suo tentativo era fallito. Nonostante tutti gli sforzi che aveva fatto, lo spettro dei milioni di Max, come li chiamava Henry, la perseguitava. Nessuno voleva credere che fosse una studentessa come le altre - preoccupata dei soldi e di trovare una casa dove vivere - che si prendeva una cotta per qualche ragazzo. Il fatto che sua sorella Paola fosse una presenza fissa sulle pagine di "Hello!" immortalata al braccio di una sfilza di ricconi, che suo padre al secondo anno le avesse comprato un appartamento ultramoderno a Clerkenwell e che lei avesse una storia con Henry Fletcher quando la maggior parte delle ragazze del suo corso avrebbero dato qualsiasi cosa anche solo per rivolgergli la parola... be', erano tutti elementi che contribuivano a dare di lei un'immagine molto lontana dalla realt. Avrebbe voluto urlare: "Non mi do delle arie; non sono nata con la camicia e a volte mi sento sola e insicura quanto voi!", ma a frenarla era sempre il suo orgoglio. La famosa riservatezza dei Sall. Max odiava la debolezza e Amber, naturalmente, era sempre stata forte.
Dopo aver vissuto qualche mese terribile, Amber aveva imparato a ignorare i pettegolezzi che circolavano ogni volta che Max o Paola apparivano sui giornali e ad assumere un'espressione decisa quando i suoi compagni di corso, a fine anno, si sedevano all'Union Bar per programmare le vacanze estive in posti lontani dove lei non sarebbe sicuramente stata invitata. All'inizio era stato doloroso: le sarebbe piaciuto un mondo girare con lo zaino in spalla la Thailandia, il Sudamerica o qualunque altro posto Sophie Eilerton e Mandy Bosworth decidessero di visitare.
Ma Amber aveva Henry. Pi volte, durante i tre anni passati alla UCL, si era chiesta se le cose sarebbero state diverse se non ci fosse stato Henry al suo fianco. Avrebbe fatto qualche sforzo in pi? Madeleine le ricordava sempre quanto lei fosse affascinante, con quel suo modo di tenere il mento alto e l'espressione di disapprovazione che sembrava attraversarle sempre lo sguardo, per non parlare del suo gelido malumore. Ma Amber si limitava
a scuotere la testa. Madeleine sosteneva di aver impiegato secoli per trovare il coraggio di rivolgerle la parola e, anche in seguito, era stato con Becky che aveva fatto amicizia per prima. "Lasciati andare, Sall" era l'incoraggiamento preferito di Madeleine.
Ma Amber non sapeva proprio come fare.
Allora, dimmi... stavolta cosa far il paparino per la sua bimba?
ripet Henry, riportandola al presente.
Max non c'entra niente! Improvvisamente si trov sull'orlo delle lacrime. Sono perfettamente in grado di trovarmi un lavoro da sola, sai. Far domanda per un internato. Solo per l'estate, poi torner a Londra e potremo... continuare.
Gi, certo. Naturalmente. Potremo continuare. E io nel frattempo cosa cavolo dovrei fare? chiese Henry in tono seccato.
Non la stava nemmeno guardando. Amber avvert la sua ostinazione e sospir. Non era facile accontentare tutti. Lei voleva assolutamente dimostrare a Max che i tre anni terribili alla UCL erano serviti a qualcosa e non si erano rivelati una perdita di tempo.
Certo, era tornata con una laurea a pieni voti ma, come aveva sottolineato Max, questo era un risultato prevedibile. Non si era dilungato in spiegazioni, ma il concetto era che il merito andasse al cervello dei Sall, non ad Amber. Mai una volta che il padre le avesse chiesto notizie dell'universit, se le piaceva o che cosa volesse fare dopo. In un certo senso, i risultati della figlia avevano finito per essere i suoi.
Ascolta, si tratta solo dell'estate. Cerc di sorridergli con fare conciliante. Era a pezzi. Un paio di sere prima, lei ed Henry erano sdraiati sul tappeto in sala a guardare la televisione quando Max era rientrato all'improvviso. Li aveva raggiunti, aveva addirittura offerto loro un bicchiere di brandy e si era accomodato sul divano di fronte. Stava per apparire in tiv, aveva detto, allentandosi la cravatta. Un'intervista con una giornalista, anche se Max non riusciva a spiegarsi perch avesse accettato. Amber aveva colto lo sguardo di ammirazione di Henry. Sapeva che, nonostante i suoi commenti sarcastici, Henry adorava Max: era il padre che lui aveva sempre desiderato. Quando i tre si erano voltati verso il video, Amber aveva letto sul volto di Henry un misto di orgoglio e ambizione. La cosa avrebbe dovuto farle piacere, ma non era stato cos. Henry aveva lanciato fischi di ammirazione verso l'immagine di Max, aveva commentato la sua cravatta, il completo che indossava, il modo in cui gestiva l'intervistatrice, una tipa giovane e carina ma dall'aria troppo zelante. Amber gli stava accanto in silenzio. Dopo le lusinghe di Henry, qualunque cosa lei avesse detto sarebbe sembrata falsa o, peggio ancora, sciocca. Max non aveva aperto bocca, limitandosi a sorseggiare il suo brandy con calma, gli occhi fissi sullo schermo. Alla fine dell'intervista un'ora e mezzo di conversazione cos intensa che Amber aveva provato imbarazzo, non certo per Max, ma per quella poveretta - Amber aveva aspettato con un certo timore i commenti del padre. Era stato lui a condurre l'intervista, rigirando alla giornalista le domande che non gradiva, facendola balbettare e mandandola in confusione.
Era un'idiota aveva sentenziato Henry baldanzoso, appoggiandosi su un gomito per guardare Max.
Amber aveva annuito. Max invece, sorprendentemente, aveva dichiarato: A me  piaciuta. Amber ed Henry lo avevano fissato. Era brava, sapeva il fatto suo. Fin troppo. Henry aveva annuito, incerto. Avrebbe voluto dare ragione a Max, ma lui l'aveva talmente torchiata... a un certo punto sembrava vicina alle lacrime. Ricordati di non portare troppo spesso una donna fino a quel limite aveva detto Max alzandosi dal divano.
Cosa? Henry non aveva saputo nascondere la delusione.
Aveva chiaramente apprezzato Max per tutta la sera.
Aspetto e cervello. Di solito  una cosa o l'altra. E con queste parole Max era uscito dalla stanza.
E proprio... cos in gamba aveva mormorato Henry cercando la mano di Amber e tirandola a s. Lei era rimasta zitta. Non poteva dirgli che cosa avesse improvvisamente capito e che sentimenti avesse scatenato in lei il commento di Max. Aveva provato sollievo. Non era stato nulla - una battuta, una frasetta buttata l -, ma d'un tratto tutto per Amber era diventato chiaro. In
quel preciso istante aveva capito che cosa voleva fare, che cosa voleva diventare. Diana Morton le aveva improvvisamente rivelato il cammino. Amber non avrebbe avuto problemi a curare il suo aspetto e l'abbigliamento, come tutte le ragazze di questo mondo, specie di fronte a personaggi quali quelli frequentati da sua sorella Paola; allo stesso tempo, per, avrebbe saputo usare il cervello, senza aver paura di far scappare gli uomini come Max o Henry. Un'accoppiata vincente: essere carina e brava... questo aveva detto Max. Era una cosa che ammirava. Diana Morton gli era piaciuta. Decise che voleva piacergli anche lei.
Promettimi che sar solo per l'estate la voce cupa di Henry la distolse ancora una volta dai suoi pensieri.
Amber annu rapidamente, sollevata dal suo atteggiamento conciliante. Non sapeva se avrebbe potuto reggere un'altra estenuante discussione. Promesso.
E mi telefonerai tutti i giorni?
Annu di nuovo. Tutti i giorni. E solo a pensarci le vennero i brividi.

32
Mentre tutti gli altri stavano festeggiando la laurea, a Edimburgo gli studenti del terzo anno avevano appena iniziato il praticantato in ospedale. Nell'istante in cui Henry e Amber si trovavano nel pieno della discussione nella caffetteria di Manhattan, Madeleine era nel bel mezzo di un turno di diciotto ore.
Lasci. Il dottor Semple, il primario di pediatria, le prese l'ago dalla mano tremante. Ci penso io, ma lei faccia attenzione aggiunse in un tono che tradiva impazienza e una seccata rassegnazione verso l'incompetenza degli studenti di medicina che gli venivano mandati. Afferr il polso sottile del bambino, tast abilmente la pelle sotto il gomito e prima che Madeleine potesse rendersene conto, infil l'ago, assest qualche colpetto alla valvola della flebo e cerc di calmare le urla del piccolo. Poi si volt verso di lei. Si fa cos, signorina Szabo, rapidamente, restando tranquilli e senza fare troppe storie. In questo modo si salvaguardano i propri nervi e quelli del bambino. La sua voce rimbomb per tutto il reparto.
Alcune infermiere volsero lo sguardo, cercando di nascondere le risatine. Madeleine fiss il medico con le guance che si coloravano.
Era almeno un quarto d'ora che cercava inutilmente di infilare l'ago nel braccio del bambino. In realt, era talmente stanca da non riuscire quasi a vedere quel che stava facendo.
Si trovava al pronto soccorso da molte ore e aveva fatto solo un
breve sonnellino di mezz'ora nella sala degli assistenti verso le tre del mattino. Adesso erano quasi le cinque del pomeriggio e non riusciva letteralmente a tenere gli occhi aperti.
Il dottor Semple la guard. Vada a farsi un pisolino, signorina Szabo. Un quarto d'ora dovrebbe essere sufficiente. Mi chiami se ci dovesse essere qualche altro problema. Le rivolse un cenno col capo e spar.
Madeleine tenne il bambino fra le braccia e guard le infermiere di guardia con un sorriso imbarazzato.
Dia qua, me ne occupo io disse una di loro allungando le braccia per prendere il piccolo. Lei vada... nella stanza di servizio in fondo al corridoio c' una brandina. Verr a svegliarla tra una mezz'oretta. Madeleine la guard con gratitudine. Si sentiva pesante e indolenzita, con i movimenti rallentati. Aveva talmente sonno... Percorse il corridoio barcollando, mentre il cervello stacc la spina prima ancora che lei avesse aperto la porta.
Era passato un secondo quando si svegli di soprassalto. Di fronte a lei, l'infermiera la stava scuotendo per i piedi.
C' un'altra emergenza le disse come scusandosi. L'ho lasciata dormire il pi possibile. Gastroenterite, ha nove anni. Ho gi mandato a chiamare l'internista.
Quanto... quanto tempo ho dormito? chiese Madeleine scostando le coperte.
Circa un'ora rispose l'infermiera seguendola fuori dalla porta.
Il bambino sta bene. La caposala di turno sta facendo il giro, altrimenti l'avrei lasciata dormire ancora un po'.
Un'ora? ripet Madeleine fissandola.
Sembrano secondi, vero? convenne la donna sorridendole con aria comprensiva. Ci far l'abitudine, non si preoccupi.
Madeleine non replic mentre ripercorrevano il corridoio. Farci l'abitudine? Non credeva sarebbe stato possibile.
Sei ore dopo, mezzo morta per la stanchezza, Madeleine prese la sua borsa dall'armadietto e si avvi stordita verso gli ascensori.
Aveva dodici ore di riposo davanti a s e sapeva perfettamente
come le avrebbe impiegate. Dormendo. Premette con impazienza il pulsante per il pianterreno.
A presto, Madeleine la salut una delle infermiere mentre le porte dell'ascensore si aprivano. Fili dritta a letto, si riposi!
Madeleine le sorrise debolmente. Non aveva nemmeno la forza d sollevare la testa. Entr in ascensore e durante la discesa per poco non si addorment.

33
Quella mattina, sdraiata sul pavimento del salotto dei suoi, Becky stava sfogliando i giornali per la terza volta con un'aria sempre pi cupa.
Una tazza di t, tesoro? grid la madre dalla sala da pranzo.
Hai fame?
Becky scosse la testa. No, sono a posto, grazie. Do solo un'occhiata ai giornali.
Troverai presto qualcosa, gioia esclam Susan Aldridge affacciandosi alla porta. E non c' nessuna fretta, sai aggiunse.
Lo so, mamma, ma non voglio passare i prossimi sei mesi nella stanza di quando ero ragazzina come se non fosse cambiato nulla.
La voce di Becky era ferma. Da circa un mese era tornata a stare dai suoi, ma dopo tre anni passati per conto proprio le era alquanto difficile adattarsi.
Certo che no, cara rispose la madre meccanicamente. Dico solo che puoi stare qui finch credi. Per noi  una gioia averti di nuovo a casa. Becky non apr bocca. Cosa vorresti per cena?
continu la madre, imperterrita di fronte a quel silenzio.
Non lo so... non ho voglia di pensare gi alla cena. Sono solo le undici!
Be', faccio un salto a fare la spesa e se c' qualcosa che ti stuzzica...
Mamma, per favore! Sto tentando di trovare un lavoro. Non m'importa cosa ci sar per cena sibil Becky fra i denti.
Va bene, va bene. Allora io vado, tesoro, A pi tardi.
Becky annu, tornando al suo giornale. Uff! Un'ora o due tutte per s. Che goduria! E afferr la penna.
Mezz'ora pi tardi la casa era ancora vuota e tranquilla, ma Becky dovette ammettere la sua sconftta. Mise da parte il giornale e si alz. Non c'erano molte proposte di lavoro rivolte ai neolaureati in arte, nemmeno a quelli diplomati a pieni voti. Questo era il punto dolente. Dopo tre anni in una delle scuole d'arte pi prestigiose del paese, lei si era resa conto di non avere n il talento n le capacit per entrare a far parte del panorama artistico emergente. Era una brava illustratrice, una a cui magari si potevano commissionare dei biglietti d'auguri, secondo la crudele frase che aveva sentito di sfuggita una volta. In quel momento Becky aveva pensato che non si sarebbe mai ripresa dall'affronto, ma ora, a distanza di tempo, non ci faceva pi caso. Se arte voleva dire scioccare la gente attraverso immagini ripugnanti di corpi senza vita e resti di uccelli straziati - come aveva fatto uno studente del terzo anno premiato con il Gordon Manning Prize - be', buona fortuna. Becky aveva capito che essere un artista non voleva dire semplicemente saper disegnare, come aveva sempre creduto. Si trattava di essere in grado di pensare: niente a che vedere col talento o la tecnica. Se avesse voluto imparare a pensare, aveva detto una volta ad Amber, esasperata, si sarebbe iscritta a filosofia. Lei invece voleva disegnare e dipingere, essere un'artista... ma nessuno sembrava aver voglia di seguirla in questo ragionamento. "E chi se ne frega?" Si blocc, imbarazzata dai suoi stessi pensieri. Chi voleva prendere in giro? A lei del giudizio degli altri era sempre importato.
Guard l'orologio, era quasi mezzogiorno. Che noia. Non poteva nemmeno contare sulla presenza di Amber al di l della strada.
In un anno, non l'aveva quasi mai vista. L'amica era sempre in giro con Henry, a divertirsi e fare cose interessanti. Come in quel momento, che erano a New York. Si gir a fissare il soffitto. Era buffo. Quando erano ragazzine e avevano conosciuto Madeleine, era andato tutto bene. Madeleine aveva le stesse doti di Amber:
era arguta, spiritosa e una grande lavoratrice. Becky invece no, ma allora non sembrava avere importanza. Lei aveva l'arte. Aveva un talento innato che nessuno sforzo o impegno sul lavoro avrebbero potuto guadagnarle. Entrambe le amiche la invidiavano. Ma col tempo, proprio prima del diploma di maturit, le cose avevano cominciato a cambiare. Becky non si applicava negli studi come le due amiche e aveva una paura folle degli esami. Era stata sul punto di bruciarsi le possibilit di accedere all'universit per il terrore di affrontarli. E proprio lei, che prendeva sempre in giro Amber per le continue richieste di denaro al padre, aveva dovuto fare altrettanto col suo. Se non fosse stato per lui, non sarebbe mai stata ammessa alla scuola d'arte. Sai che bel vantaggio! Eccola l, laureata per il rotto della cuffia, senza lavoro e senza prospettive per l'immediato futuro. Ges. Si mise a sedere. Avrebbe potuto andare da Dan. Sarebbe stato un po' pesante fare Netting Hill - Finsbury Park, dove divideva uno squallido buco con altri tre studenti... Non pi, si corresse, ormai erano tutti laureati. Ma la prima volta che l'aveva portato a casa, sua madre era rimasta talmente sconvolta dai tatuaggi e dai piercing di Dan che Becky non se l'era sentita di ripetere l'esperimento. "Ma perch anche sulla lingua, tesoro? A che scopo?" Non sarebbe stato facile spiegare a Susan che, in quel modo, fare sesso era pi eccitante. Sua madre probabilmente pensava che Becky fosse ancora vergine.
Pi tardi, quella sera, mentre a cavalcioni di Dan guardava il viso del ragazzo contorcersi nella solita maschera di piacere e tormento, Becky si sorprese a pensare di nuovo ad Amber. Imput la cosa al fatto di essere di nuovo a casa. Nei tre anni che erano seguiti alla fine della scuola, lei e Amber si erano lentamente ma inesorabilmente allontanate. Se doveva essere onesta - e scivolando via dal corpo sudato di Dan per distendersi sul groviglio di lenzuola l accanto, si disse che era il caso di esserlo -, il primo anno di universit lei era stata piuttosto invidiosa di Amber e Madeleine.
Sembrava che le due amiche avessero trovato facilmente la loro collocazione. Amber aveva cominciato a uscire con Henry
e Madeleine era cos presa dal suo corso che praticamente aveva interrotto qualsiasi altra attivit. Il primo Natale in cui tutte e tre erano tornate a casa, era stato pesante. Henry, che a Becky incuteva un certo timore e che Madeleine confessava di trovare noioso, dominava letteralmente la scena: a casa di Amber, alla festa di Natale, in tutte le conversazioni... Non lasciava mai Amber da sola, nemmeno per un attimo. Aveva addirittura insistito per fare shopping con loro, oltretutto durante i saldi! Becky aveva pensato non fosse opportuno invitare Clifford, il tizio che lei aveva scambiato per un tutor e col quale era subito andata a letto, salvo poi scoprire che era un laureato di tre corsi prima, disoccupato, che ronzava intorno alle matricole spacciandosi per uno della facolt. Becky gli piaceva abbastanza, le aveva detto diverse volte durante il primo trimestre. Pi tardi lei aveva scoperto che gli
"piacevano abbastanza" parecchie ragazze del primo anno, ma in quel periodo Becky conosceva poche persone e se non altro lui le dava un po' retta. No, le vacanze, nonostante le migliori intenzioni di tutti, non erano state quel gran successo che avevano sperato.
E quello era stato l'inizio del cambiamento. Becky considerava ancora Amber e Madeleine le sue migliori amiche provocando la gelosia delle nuove compagne di corso - ma dentro di s sapeva benissimo che le cose non stavano cos. Quell'estate, proprio quando lei e Amber avrebbero potuto riaccendere la vecchia amicizia, specialmente con Madeleine ancora a Edimburgo, Amber aveva annunciato che sarebbe andata negli Stati Uniti con Henry. E l'aveva fatto, lasciando Becky sola a decidere dei successivi passi della sua vita.
Sgusci fuori dal letto facendosi largo tra i vestiti, i dischi, i libri e i rottami che secondo Dan erano necessari per delimitare la propriet in una casa condivisa da sei amici, e si diresse in bagno.
Fuori il traffico scorreva lungo la Seven Sisters Road. L'atmosfera grigia, opprimente e sporca della casa si intonava perfettamente a quella esterna. Annus cautamente una maglietta smessa e la lasci subito cadere; chiss cosa ci avevano pulito!

34
Henry camminava lungo Madison Avenue senza quasi notare gli oggetti di lusso esposti nelle vetrine. In realt non guardava.
Non pensava nemmeno. Nella sua mente fluttuavano i frammenti delle discussioni avute con Amber negli ultimi giorni. "Si tratta solo di qualche settimana... avrai un sacco di cose da fare a Londra... far bene a te, a me, a noi due..." Le frasi continuavano a ronzargli in testa. Non sapeva che cosa fare, n cosa pensare o come sentirsi. Per quanti sforzi facesse per nasconderlo, appena Amber gli aveva detto di voler restare a New York senza di lui, Henry era stato colto dal panico. "Non puoi" avrebbe voluto gridarle. "Non mi puoi abbandonare." Ma erano al ristorante, una mossa probabilmente calcolata, e a parte una scenata, non  che lui potesse fare molto. Una volta usciti avevano camminato per la Quinta Avenue, ma purtroppo Henry non era stato capace di dire niente. Quando Amber si metteva in testa qualcosa, non c'era verso di farle cambiare idea. Era la persona pi determinata che avesse mai incontrato. L'amava per questo, perch era forte e rendeva forte anche lui.
Henry si ferm davanti a una gioielleria. Sapeva che stava esagerando, ma non poteva farci niente. Il suo sguardo era stato attratto da un bagliore. Davanti a lui, adagiato su un cuscinetto di velluto nero, splendeva uno strepitoso solitario montato su una fascia di platino. Lo fiss con la mente che correva. Lei avrebbe
riso del suo gesto - era una dichiarazione talmente ridicola , ma decise di entrare comunque. Nel giro di qualche secondo, al suo fianco si materializz una commessa fin troppo graziosa ed elegante.
Oh, s... l'anello di fidanzamento in vetrina. Una meraviglia.
Un diamante De Kooningen. Quando la donna gli rivel il prezzo con noncuranza, Henry per poco non svenne. Ventidue- mila dollari. Lui ringrazi e usc di corsa. Ma l'idea continuava a frullargli in testa. Con quel dono avrebbe dimostrato ad Amber quanto fossero serie le sue intenzioni. Lei non era un tipo da prendere sottogamba e dopo tre anni Henry l'aveva capito. Consult la guida turistica per individuare qualcosa di pi abbordabile.
Poi si diresse verso il Village.
Dopo un paio d'ore, trov esattamente ci che cercava. Un elegante anellino in oro bianco con un diamante piuttosto piccolo di taglio quadrato. Allung la carta di credito cercando di non pensare allo scoperto che avrebbe provocato quell'acquisto, mentre la commessa batteva 879,99 dollari e cominciava a confezionare il gioiello. Dieci minuti pi tardi, con la scatoletta al sicuro in tasca, rifece la strada verso la casa di Max nell'Upper East Side, dove sperava ci fosse Amber ad attenderlo. Sarebbe ritornato in Inghilterra di l a un paio di giorni. Quella sera l'avrebbe portata a cena fuori e l'avrebbe sbalordita. Dopodich sarebbe partito, tranquillo del fatto che Amber gli appartenesse, indipendentemente dai progetti fatti per l'estate.
Amber cap immediatamente. Era bastato che Henry si schiarisse la voce al ristorante - scelto da lui senza ammettere discussioni
- affermando che doveva dirle una cosa importante. Amber sent un tuffo al cuore. Lui spinse il pacchettino sul tavolo verso di lei, sorridendo timidamente. Amber rimase a fissarlo per un istante, poi lo apr lisciando con cura carta, nastro e fiocchi come se sapesse che il pacchetto sarebbe stato da rifare. Quindi sollev il coperchio dell'astuccio con uno scatto.
Oh. Oh, Henry... non dovevi.
Non ti piace?
Amber deglut. Che carino, Henry...  delizioso. Ma non dovevi...
Mi andava. Pensavo ti piacesse. La voce di Henry era quasi una supplica.
Infatti mi piace. Davvero.  carino. Ma non ho bisogno...
Non  questione di averne bisogno la interruppe lui seccato.
Ti amo. Voglio sposarti.
Io... oh, cazzo, Henry. Amber si guard attorno. All'improvviso si sent in trappola. Di fronte a lei c'era Henry... lo stesso ragazzo che conosceva dai primi giorni all'ucl. Quello che negli ultimi tre anni aveva fatto parte della sua vita al punto da farle credere che sarebbe stato impossibile trascorrerne altri tre senza avere lui al suo fianco. Sei molto gentile, Henry disse con voce tremante ma non posso. Non possiamo. Siamo troppo giovani.
Abbiamo tutta la vita davanti...
E la mia, io la voglio passare con te! esclam lui, ostinato.
Era diventato tutto rosso. La stava supplicando.
Non lo puoi dire.  una decisione importante... abbiamo bisogno di pi tempo.
Forse tu hai bisogno di pi tempo. Non io.
Amber lo guard. Si era chiuso in se stesso, ostinato come sempre.
Sospir pensando che sarebbe finita male. Io, effettivamente, ho bisogno di pi tempo. Mi dispiace, Henry, non posso. Davvero.
Ci fu un lungo silenzio. Nessuno dei due aveva finito di mangiare.
Henry allontan la sedia dal tavolo, apr la bocca come per aggiungere qualcosa, poi gir sui tacchi e se ne and, senza prendere l'anello. Diverse persone ai tavoli vicini si voltarono verso Amber chiedendosi il motivo della lite e guardando con l'aria di chi la sa lunga la scatoletta nera rimasta accanto a lei.
Tutto a posto, signorina? Un cameriere si era avvicinato al tavolo. Amber annu, poi gli chiese il conto con un cenno. Non c'era motivo di restare l seduta da sola. Pag e usc nell'aria pungente della sera cercando di non prestare attenzione alle occhiate di comprensione che l'accompagnavano.
Quella notte Henry non rientr. Amber non chiuse praticamente occhio, ripensando alla loro conversazione e chiedendosi se avesse fatto la cosa giusta... o se invece fosse stato l'errore pi grande della sua vita. "No" bisbigli con la testa affondata nel cuscino.
Ci aveva messo del tempo per capirlo, ma Henry non era davvero l'uomo per lei. Era stanca di recitare la parte della ragazza forte, una volta tanto voleva essere lei ad appoggiarsi a qualcuno.
Non voleva pi essere lei a dirigere il gioco, ma Henry non voleva e non poteva farlo al suo posto. Al loro primo incontro avevano parlato della famiglia di Amber - "Sei la figlia di Max Sall, vero?" - e anche ora gli argomenti non erano cambiati: "Allora, questa volta cosa far per te il tuo paparino?". Nel mezzo c'erano stati tre anni di infatuazione di Henry per Max, per la sua casa, per le sue vacanze da favola: lui almeno le vedeva cos. Amber gli era cos grata per l'amicizia e la compagnia negli anni dell'universit da non considerare il loro rapporto per quello che in realt era. Henry voleva essere qualcuno... e pensava che stando con lei lo sarebbe diventato. Be', si sbagliava. Essere la figlia di Max Sall non era facile come sembrava. Per lei significava non essere mai all'altezza. Non era carina come Paola, non era un maschio come Kieran e sicuramente non era in gamba come Max.
Qualunque cosa lei facesse, Max non era mai soddisfatto. La cosa buffa era che negli ultimi tre anni era uscita con uno che era assolutamente l'opposto del padre, uno fin troppo facile da accontentare.
Qualsiasi cosa Amber decidesse, a Henry andava bene, purch nel panorama della sua vita ci fosse spazio anche per lui.
Continu a rigirarsi nel letto senza riuscire a prendere sonno.
Voleva di pi. Una sfida ancora pi grande. Sistemarsi con Henry sarebbe stato una specie di... cerc un'immagine... di sonno lento e soffocante, non certo drammatico come la morte. Un lungo, dolce pisolino, intervallato solo da qualche soggiorno estivo a Casa Bella che Henry letteralmente adorava. Guard dalla finestra il profilo di Manhattan con i grattacieli illuminati dall'interno perch gli edifici fossero visibili anche nell'oscurit pi profonda della notte. Chilometri e chilometri di luci bianche
e gialle, l'intera citt sembrava animata da un invisibile battito interiore... la citt che non dormiva mai. Si chiese dove fosse Henry, ma quel pensiero non le risvegli quasi nessuna emozione, n gelosia, n preoccupazione... nulla. Gli aveva detto che la separazione sarebbe durata per l'estate. Allo spuntare della prima luce dell'alba, Amber cap di avere mentito. Voleva che durasse di pi, molto di pi. Praticamente per sempre.
Due giorni dopo, guardando Henry farsi largo tra la folla e sparire in cima alla scala mobile, Amber rimase impalata fuori dal terminal internazionale del JFK riflettendo sulla velocit con cui si erano susseguiti gli eventi. Lei aveva insistito per accompagnarlo all'aeroporto e adesso si chiedeva perch mai l'avesse fatto. Praticamente in quei due giorni lui non le aveva rivolto la parola.
Era difficile credere quanto poco avessero da dirsi dopo tre anni, pens fra s mentre aspettava che l'autista di Max la venisse a prendere. La sera in cui era rientrata da sola, aveva lasciato l'anello sul piano della cucina senza sapere cosa farne. Non poteva tenerlo. La mattina dopo l'astuccio era sparito. A parte il minimo indispensabile, Henry non aveva detto una parola. Se n'era andato senza nemmeno voltarsi.
L'autista si ferm accanto a lei. Amber diede un'ultima occhiata alle sue spalle - Henry non c'era pi - e si volt di nuovo. Si guard le mani appoggiate in grembo e poi sollev la testa. Aveva ventun anni. Era a Manhattan, da sola. Non era forse quello che aveva sempre desiderato?

35
Il luned mattina di una settimana pi tardi, alle nove e mezzo in punto, Amber si present alla reception del "New York Chro- nicle". Max aveva un appuntamento con qualcuno a Mosca o a Varsavia, lei non ricordava con precisione. Prima di partire aveva mantenuto la promessa fatta e le aveva procurato un colloquio
- non un posto, aveva sottolineato con un vecchio amico al "New York Chronicle". Donovan McCorquodale aveva accettato di vederla, il resto dipendeva da lei.
Prima di entrare in ascensore per salire silenziosamente al settantacinquesimo piano, lei si aggiust la gonna. Poi fu scortata altrettanto silenziosamente nell'ufficio dell'amico del padre.
Non  un gran posto le disse dopo essersi presentato, sorridendole e annuendo col capo.
Amber scosse la testa. Oh, lo so esclam impaziente. Non mi interessa quale sia l'incarico... assolutamente. In realt non volevo nemmeno chiedere a Max, ma lui si  offerto di chiamarla e...
Bene, bene... la interruppe McCorquodale. Allora, comincer come assistente del revisore junior. Si chiama Sandi Jackson.
Le dovr fare un po' da factotum... sa, controllare gli appuntamenti, i nomi, portarle il caff, le solite cose. Quanto tempo si ferma?
Solo per l'estate.
Perfetto. Magari pi avanti potremo affidarle qualcosa di un po' pi frizzante! Ne parler con Max, vediamo cosa si pu fare.
Donovan rise di gusto delle sue stesse parole, poi torn alle carte sulla scrivania congedandola con un cenno e promettendole di farsi vivo ogni tanto per vedere come si trovasse. Amber fu accompagnata fuori dall'ufficio e di nuovo in ascensore. Nel giro di pochi secondi si ritrov al pianterreno. Le raccomandarono di presentarsi all'ufficio del personale il giorno dopo.
L'ufficio di Sandi Jackson era costituito da una scrivania in una stanza letteralmente piena di scrivanie: nell'open space dovevano lavorare una cinquantina di persone. Amber si guard attorno, frastornata, mentre Joe Tucci, il caporedattore, percorreva uno dopo l'altro i corridoi fra i tavoli.
Sandi? Sandi! url.
Una giovane donna fece capolino da una parete divisoria e li guard socchiudendo gli occhi. Sono qui! Ho cambiato posto!
grid. Joe le indirizz un cenno e fece passare Amber. Ciao disse Sandi tendendo una mano mentre Joe le presentava. Ben arrivata.
Il padre di Amber  un amico personale di McCorquodale esord Joe con grande raccapriccio di Amber.
No, no... non proprio... lo interruppe subito terrorizzata.
Oh, non ti preoccupare. Se hai dei contatti, usali! esclam Sandi con una risata che mise in mostra una fila di denti perfettamente bianchi e allineati. E cosa farai di bello da noi?
Sar la tua assistente disse Joe aggrottando le sopracciglia in maniera eloquente.
Ottimo. Il sorriso di Sandi non si era ancora spento.
Gi, rimarr a lavorare qui per l'estate, poi torner in Inghilterra aggiunse Joe, felice che toccasse proprio a lui dare un'informazione cos importante.
Ottimo. Sembrava che quella donna non sapesse dire altro.
Amber fiss prima l'una e poi l'altro, sperando che il lavoro, di qualunque cosa si trattasse, fosse un po' pi stimolante dei colleghi.
Non fu cos. Alla fine della prima settimana, Amber si rese conto della quantit di sfumature di ruolo all'interno del palazzo - assistenti degli assistenti; assistenti dei junior; junior e vice dei direttori; assistenti dei direttori con i loro junior che a loro volta avevano degli assistenti - e le venne da ridere. Il suo lavoro consisteva principalmente nel correre ogni mattina per le strade di Manhattan alle 8.18 in punto a prendere il caff non solo per Sandi, ma anche per gli altri sei o sette redattori junior e i redattori aggiunti che lavoravano nel raggio di cinque scrivanie. Poi rispondeva ai telefoni che suonavano in continuazione e filtrava le chiamate che Sandi non voleva prendere; quindi fotocopiava pile di fogli e solo ogni tanto rivedeva un pezzo gi corretto da Sandi, nel caso le fosse sfuggito qualche errore... Praticamente era una noia mortale. Tuttavia, sebbene il lavoro non fosse certo un argomento di cui vantarsi scrivendo a casa, vivere a New York era elettrizzante. La citt l'aveva conquistata fin dal primo sguardo. Prendere la metropolitana ogni mattina insieme ad altri quattro milioni di newyorkesi, affrettarsi per le strade tenendo in mano un caff e un pretzel caldo, ascoltare il concerto di clacson alle nove di mattina... erano cose che le davano la carica, le facevano scorrere l'adrenalina nelle vene.
Sollev una mano per toccarsi dietro il collo. Un altro particolare: si era tagliata i capelli. Il giorno prima, tornando a casa dalla redazione del "Chronicle" sulla Settima e Ventitreesima West, era passata davanti a un piccolo negozio di parrucchiere molto chic della Madison, prima di svoltare in Avenue of the Ameri- cas. Passandosi le dita tra i riccioli, aveva avuto un attimo di esitazione...
poi aveva spinto la porta ed era entrata.
Corti corti? le aveva chiesto la parrucchiera strabuzzando gli occhi.
Corti corti aveva risposto lei con decisione. Aveva guardato la sua immagine riflessa nello specchio di fronte: una massa di riccioli scuri che le arrivavano alle spalle ricadendole sul viso a nasconderle quasi gli occhi. Aveva sempre avuto i capelli
lunghi, da che si ricordava. La sua folta chioma era sempre stata una delle sue caratteristiche principali. "Amber, sai... la ragazza con tutti quei riccioli." Quando la parrucchiera aveva dato il via all'operazione, le aveva chiuso gli occhi.
Un'ora dopo si era guardata sconcertata. I suoi capelli castani erano quasi neri e praticamente rasati. Il suo viso, senza i riccioli a incorniciarlo, era quello di una sconosciuta: le sopracciglia folte e scure, i grandi occhi azzurri, gli zigomi pronunciati, la mascella ben delineata... Aveva ruotato lentamente la testa sotto lo sguardo ammirato della parrucchiera.
Sono... carini aveva detto poi, con cauto compiacimento.
Carini? aveva ripetuto la donna, sdegnosa. Tesoro, sono pazzeschi! Roba da morire! E con una risata le aveva tolto dalle spalle la mantellina del salone.
Amber aveva sorriso. Gli americani erano talmente pi espansivi degli inglesi! Qualunque cosa veniva portata agli estremi e resa col superlativo. "Roba da morire!" Si era guardata un'altra volta nello specchio. Appariva proprio come si sentiva: giovane, entusiasta e rinnovata. Pronta a ricominciare.
Un mese pi tardi, Amber si ritrov a entrare in ascensore con sei tazze di caff in bilico su un vassoio di cartone in una mano e un sacchetto di bagel nell'altra. Bagel e caff. Faceva parte della routine quotidiana del suo lavoro. Premette il pulsante con un gomito e si mise davanti alle porte. Era la fine di agosto e la citt era ancora oppressa dal caldo. Lei sentiva i rivoli di sudore scorrerle lungo la schiena. Per fortuna si era tagliata i capelli, pens mentre le porte si riaprivano. Sarebbe stato impensabile correre avanti e indietro con tutti quei riccioli sulla testa. Entr con un senso di sollievo nella zona con l'aria condizionata. Appoggi i caff, organizz la distribuzione dei bagel e si sedette al computer in attesa che Sandi le passasse le ultime bozze attraverso la parete divisoria.
Ehi, Amber la chiam Sandi sbucando quasi contemporaneamente con l'aria terrorizzata. Mi faresti un favore enorme?
Amber annu chiedendosi cosa fosse successo. Sto facendo dei
lavoretti come freelance spieg l'altra abbassando la voce e sono nella merda. Avrei dovuto fare un pezzo su alcuni progetti di case popolari ad Harlem per il "Village Voice" e me ne sono completamente dimenticata. Non  che saresti cos carina da andare a prendere qualche informazione? Magari oggi?
Amber ebbe un tuffo al cuore. Un'occasione per uscire dall'ufficio!
Certo disse sperando di non apparire troppo entusiasta.
Che tipo di pezzo?
Oh, non saprei... quelli sono interessati al risvolto umano, sai... come vive la gente da quelle parti, insomma quel genere di cose. La settimana scorsa  uscito un articolo su alcuni haitiani a Fiatbush e loro vogliono qualcosa su un altro gruppo. Ci sarei dovuta andare nel weekend, ma me ne sono completamente dimenticata, com-ple-ta-men-te spieg Sandi sorridendo soddisfatta.
Amber non riusciva a capirla, lei avrebbe dato un braccio per poter fare un giro in citt e conoscere un po' meglio New York.
Fino a quel momento aveva bazzicato solo la Lower Manhattan, ma sapeva comunque che in citt c'era dell'altro oltre i palazzoni eleganti e i grattacieli che si ergevano a perdita d'occhio. Certo ribatt. Per quando ti serve?
Diciamo per stasera? rispose Sandi, ruotando gli occhi con aria disperata.
Allora  meglio che mi muova subito disse Amber con un sorrsino. Devo chiedere un permesso a qualcuno?
No, vai. Dir che sei a fare una commissione o qualcosa del genere. In fondo, non  una bugia.
Amber non perse tempo. In cinque minuti aveva gi preso la borsa, il taccuino e una piccola macchina fotografica. Inoltre, aveva una vaga idea di quello che avrebbe dovuto fare. Sandi le aveva spiegato in due parole di cosa aveva bisogno: appunti e informazioni da cui ricavare un pezzo breve - millecinquecento o duemila parole e un paio di foto. Amber sarebbe dovuta rientrare nel pomeriggio per permettere a Sandi di scrivere l'articolo la sera stessa.
Usc dalla redazione e prese il metr fino alla Centoventicinquesima Strada, sbucando in un mondo talmente diverso da quello che aveva lasciato da sembrare addirittura un altro paese. Una volta fuori dalla stazione, si ferm sbalordita. Addio ai marciapiedi immacolati e agli ingressi con i tendoni ad arco; addio ai negozi degli stilisti e alla gente piena di soldi; addio anche alle facce eterogenee e cosmopolite del centro. Qui, con un'unica fastidiosa eccezione, erano tutti neri. Amber si sent fuori posto, notando la gente che si voltava a guardarla additandola. Lasci la stazione e si incammin verso un gruppo di palazzi percorrendo un ampio viale che un tempo doveva essere stato elegante. Non aveva la minima idea di dove stesse andando. Manhattan, in fondo, non era cos grande... prima o poi sarebbe giunta al fiume. Attorno a lei, la segregazione era totale, assoluta. "Siamo nel 1986" continuava a ripetersi "non nel 1834- E a New York, non a Johannesburg. Allora?"
Per strada, su entrambi i lati, non c'erano esercizi commerciali, a parte i negozi di alcolici. Gruppi di uomini ciondolavano davanti alle porte fumando e bevendo di nascosto da sacchetti di carta marrone. Un paio di volte lei incroci una macchina della polizia con il lampeggiante acceso che attraversava un incrocio a tutta velocit. Amber continu a camminare. Quegli edifici avevano sicuramente visto giorni migliori: gli eleganti palazzi in arenaria erano semiabbandonati, con le erbacce che arrivavano fino alle finestre del terzo piano. Alcuni di essi erano ricoperti di assi, per ironia della sorte della Muhammad Ali Co., annot sul taccuino. E le donne dov'erano? In un'ora, non ne aveva praticamente incontrate, a parte un paio che erano scese con fatica da un autobus per infilarsi subito in una stradina laterale.
Si ferm davanti a un grande magazzino Woolworth. Sulla porta pendeva un cartello di Burger King. Amber aveva fame e sete e nei dintorni non c'era traccia di ristoranti o bar. "E vada per Burger King" pens, dirigendosi al banco. Si guard attorno.
Il ristorante - se si poteva chiamare cos - era un po' strano: praticamente c'erano solo il bancone e qualche tavolo all'interno del grande magazzino. Lei si strinse nelle spalle mettendosi in coda. Ordin un hamburger e una Coca-Cola e se ne and
col suo vassoio verso un tavolo libero, incurante delle occhiate interrogative che la circondavano. Accanto a lei si sedette un ragazzo che cominci a scrutarla con uno sguardo apertamente ostile e sospettoso. Di fronte a lui, una donna anziana avanz barcollando con il vassoio prima di lasciarsi cadere goffamente sulla sedia.
Amber osserv con la coda dell'occhio il giovanotto - con la bandana legata attorno ai riccioli e delle catene d'oro al collo - tagliare lentamente il suo hamburger a pezzetti. Poi, sbalordita, lo vide sporgersi in avanti e imboccare la donna, boccone dopo boccone, con una pazienza e una dolcezza infinite. Sent le lacrime pungerle gli occhi sentendo che la chiamava "nonna" e accorgendosi di come si preoccupava che mangiasse tutto, pulendole poi la bocca sdentata una volta che ebbe finito. Amber allontan il piatto temendo di scoppiare in lacrime. La scena era stata paradossale e incredibilmente commovente. Il giovanotto incroci lo sguardo di Amber e lei abbass subito gli occhi. Lui aveva un atteggiamento aggressivo e lei ne ebbe paura. Amber non solo era un'estranea capitata per caso in quella comunit, ma era il nemico. Si alz e usc.
Quella sera, a casa, dopo aver consegnato a Sandi ben cinque pagine di appunti, si sdrai sul divano, accese la tiv con l'audio abbassato e ripercorse lentamente ci che aveva visto quella mattina.
All'improvviso fece un balzo e prese il suo taccuino. Non le era mai capitato di provare un'urgenza di scrivere qualcosa, di esprimere ci che aveva visto, di mettere nero su bianco le sue riflessioni. Mai prima di allora. Scrisse per quasi tre ore di fila.
Quando ebbe finito, pos la penna, and alla finestra e guard la citt in basso. A Londra non c'erano quegli estremi, si disse.
Naturalmente non mancavano le disuguaglianze: a Clerkenwell, per esempio, le tensioni fra la classe operaia che aveva vissuto nel quartiere per decenni e i nuovi yuppie che vi si stavano insediando con un ritmo preoccupante erano evidenti. Ma Amber non aveva mai notato delle differenze cos crudelmente evidenti. L'immagine che aveva di New York si capovolse bruscamente nel giro di una mattinata. Doveva assolutamente scriverne.
Il mattino dopo porse timidamente a Sandi tre pagine battute a macchina. Niente di che... le disse nel tono pi naturale possibile.
Ho solo pensato che, se mai avrai un po' di tempo, ptresti darci un'occhiata e magari dirmi cosa ne pensi.
Certo rispose Sandi con un gran sorriso. A proposito, gli appunti di ieri erano veramente ben fatti. Mi sono innamorata della scena della nonna. Grazie. Prese i fogli senza nemmeno guardarli. Questa settimana e la prossima sono davvero presa, tesoro aggiunse con calma ma ti prometto che appena posso ci butter un occhio. Adesso abbiamo una montagna di testi da sfornare per la rubrica "Visto e Sentito" di domani. Puoi cominciare con questi? le chiese porgendole una pila di bozze da correggere.
"E questo  quanto" pens Amber seccata.
E invece, naturalmente, non fin l. Tre giorni dopo, Amber prese una copia di "Village Voice" e and alla rubrica "Un occhio sulla citt", curiosa di vedere che cosa avesse scritto Sandi con i suoi appunti. Ci mise un secondo per capire che l'articolo che aveva sotto gli occhi non era basato sulle osservazioni che lei aveva passato alla collega, bens era, parola per parola, il testo che aveva chiesto a Sandi di leggere. Sandi si era limitata a firmare l'articolo che Amber aveva scritto. Scorse rapidamente la colonna.
"Un altro mondo. Di Sandi Jackson." N Amber Sall, n il lavoro di preparazione che quel testo aveva richiesto erano minimamente citati. Rimase a fissare l'articolo esterrefatta. Come aveva potuto farle una cosa simile? Sandi le aveva scippato il lavoro.
Sicuramente aveva letto il pezzo la sera stessa in cui Amber glielo aveva consegnato e il mattino dopo, di buon'ora, l'aveva mandato al giornale. Un furto! Accartocci le pagine con rabbia.
Era la sua prima lezione professionale: non cedere mai niente, per nessun motivo, nemmeno i tuoi appunti. Scagli furiosamente il giornale nel primo cestino a disposizione.

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Il jet privato che doveva condurre Max e altri due uomini d'affari all'aeroporto di Schnefeld a Berlino Est era ancora in attesa sulla pista di Heathrow con i motori accesi, pronto al decollo. Passarono cinque minuti, poi altri dieci. Max guard dal finestrino, ma l'oscurit avvolgeva la pista e non si vedeva nulla. Dalla sua posizione riusciva a scorgere i due piloti che parlavano via radio.
Trascorsero altri cinque minuti e Max cominci a spazientirsi.
La hostess usc dalla cabina di pilotaggio e rivolse loro un sorriso.
Vogliate scusare l'attesa. Ci hanno appena informato dell'arrivo di un altro passeggero che sar qui a momenti. Siamo spiacenti per il ritardo.
Max borbott qualche parola in risposta. Il prezzo che aveva pagato per quel viaggio avrebbe dovuto metterlo al riparo da qualunque ritardo, indipendentemente da chi si fosse aggiunto al gruppo.
Fece un piccolo gesto di impazienza e abbass lo sguardo sul giornale. Qualche minuto pi tardi, la porta posteriore dell'aereo si apr per far salire a bordo il passeggero che stavano aspettando.
Max ud le frasi di benvenuto pronunciate dalla hostess che fece accomodare il nuovo arrivato nell'unico posto libero, proprio di fronte a lui. Max spost le gambe con un sospiro e alz gli occhi.
Con una certa sorpresa vide un giovane di colore che indossava un soprabito scuro e aveva in mano una valigetta. Si concentr di nuovo sul suo giornale, sentendosi addosso lo sguardo dell'altro. I voli privati diretti nell'Europa dell'Est di solito non erano frequentati da giovanotti, soprattutto neri. Max si domand chi fosse. Tutti a bordo stavano fissando l'ultimo arrivato, che per rimaneva impassibile. Probabilmente ci aveva fatto l'abitudine, pens Max. Il ragazzo aveva davvero un gran bell'aspetto. Rivolse a Max un cenno col capo ma non disse nulla.
L'aereo cominci ad avviarsi verso la pista. Il giovane si tolse il soprabito e lo pieg, poi estrasse dei fogli dalla valigetta. Max li guard distrattamente: erano scritti in cirillico. Leggeva il russo.
La cosa non fece che accrescere la sua curiosit. Mentre l'aereo si preparava al decollo Max, picchiettandosi la penna sui denti con aria assorta, si ritrov a pensare chi diavolo potesse essere.
Avevano davanti due ore e mezzo di volo. Magari una volta lass sarebbe riuscito a fare due chiacchiere e scoprire qualcosa sul suo conto. Max adorava i misteri.
Russo, eh? Max si sporse in avanti dopo che la hostess ebbe posato davanti a loro una bottiglia di champagne. Tende rifiut il bicchiere che la donna gli aveva offerto.
Del caff nero... grazie le chiese. Poi si volt verso Max. S.
Conosce il russo?
Qualche parola rispose lui aspettando l'arrivo del caff prima di sollevare il proprio bicchiere. Tende si strinse nelle spalle.
Max Sall si present porgendogli la mano.
Tende Ndiaye.
Che nome insolito. Da dove viene?
Chi, io o il mio nome? Parlava un inglese impeccabile, migliore di quello di Max. La faccenda si faceva sempre pi intrigante.
Tutti e due. Max si appoggi al sedile divertito dal piglio sicuro del giovane.
Dal Mali.
Ah, dall'Africa occidentale... Un'ex colonia francese. Max sapeva qualcosa di quel vasto paese scarsamente abitato.
Esatto.
E, se permette la domanda, cosa ci fa su questo volo?
E lei?
Affari.
Idem. Non si sbilanciava.
Max sogghign. Gli altri due passeggeri facevano finta di non ascoltare, ma si capiva che erano interessati alla conversazione.
Max si rese conto che il giovanotto li teneva tutti in pugno. A mano a mano che chiacchieravano, la curiosit cresceva, e Tende Ndiaye sembrava divertito dai loro generosi tentativi di dare un senso alla sua presenza: "Chi , da dove viene, dove va e perch".
Sembrava che il giovane avesse gi sentito migliaia di versioni delle stesse frasi da altrettante fonti diverse. Max, con una certa ammirazione, lo guard tornare a occuparsi delle proprie carte.
Anche Max aveva dei documenti da esaminare. Le due ore e mezzo di volo passarono in fretta. Quando dovettero allacciare le cinture di sicurezza in vista della discesa all'aeroporto di Berlino Est, Max infil una mano nel taschino ed estrasse un biglietto da visita.
Se mai dovesse capitare a Londra o a New York, mi dia un colpo di telefono. E stato un piacere conoscerla.
Grazie. Be', se lei invece dovesse capitare dalle parti di Bamako... disse Tende sorridendo per l'improbabilit dell'evento e porgendogli il proprio biglietto. Max vi gett un'occhiata. "Dottor Tende Toumani Ndiaye. Viceministro dell'Ambiente. Governo della Repubblica del Mali." Fece una smorfia, colpito. Sapeva che il giovane lo stava osservando. Prima di scendere dall'aereo si strinsero la mano. Sulla pista, una macchina stava aspettando Max come previsto.
Posso darle un passaggio? gli chiese mentre scendeva i primi gradini della scaletta.
No, la ringrazio. Mi vengono a prendere.  E indic una macchina che si stava avvicinando con gli anabbaglianti accesi. Max annu. Probabilmente non l'avrebbe rivisto mai pi. Peccato, quel giovane aveva qualcosa che gli piaceva molto.

37
Angela rabbrivid mentre le ginocchia le cedevano. Avvicin ancora di pi la cornetta all'orecchio, sforzandosi di capire ci che le stavano dicendo: Kieran in arresto? Quelle parole non avevano senso. Si guard nello specchio dell'ingresso mentre la voce all'altro capo del telefono continuava a descrivere una serie di procedimenti di cui lei non capiva nulla. Quella mattina si era vestita con cura anche se non ricordava bene il motivo. Aveva un bell'aspetto, meraviglioso, a dire la verit. Indossava una gonna lunga di lino bianco con un top di seta rosa pallido e i suoi capelli erano appena stati lavati e messi in piega da Corinne, la nuova domestica... Era scalza, ma nell'armadio c'erano un sacco di scarpe. Torn a concentrarsi sul telefono.
Come? chiese di nuovo.
Signora Sall, credo sia il caso che venga in commissariato.
Possibilmente prima che arrivino i giornalisti, mi capisce? Suo figlio non sta molto bene.
Angela deglut. S, s... mmm, pu... posso parlargli?
Temo di no, signora Sall. Ha un avvocato?
Un avvocato? A che scopo? chiese, subito allarmata.
Signora Sall. Suo figlio  stato arrestato. Senta, c' per caso suo marito?
Oddio, No... no. E...  via. Be', allora credo sia meglio che venga l. Dove ha detto che siete?
Un'ora dopo, accompagnata da Corinne e dalla signora De' whurst, Angela raggiunse il commissariato di Wandsworth, guardandosi ferocemente attorno.
Nonostante avessero cercato di impedirle di bere, prima di uscire di casa Angela si era scolata quasi mezza bottiglia di brandy.
Kieran? grid correndo verso la scrivania che aveva di fronte.
La giovane donna poliziotto riusc a bloccarla prima che imboccasse la porta. Poi un brigadiere le spieg che le avrebbero permesso di recarsi da suo figlio a condizione che si fosse comportata bene. A Corinne e alla signora Dewhurst non sfugg l'occhiata d'intesa che si erano scambiati i poliziotti prima di farla passare.
Kieran? Oh, Dio mio... Kieran? Cosa ti hanno fatto? url Angela appena fu entrata nella stanza. Kieran alz gli occhi.
Signora Sall. L'ispettore le si fece incontro per impedirle di gettarsi sul figlio. Signora Sall, la prego. Si sieda. Per favore.
Angela scoppi a piangere e Kieran torn a fissare il pavimento.
Cosa gli avete fatto? chiese tra le lacrime mentre veniva fatta accomodare su una sedia di fronte.
Be', a dire la verit speravamo che fosse lei ad aiutarci a capire che cosa si  fatto con le sue stesse mani esclam l'ispettore Fraser, tenendo d'occhio con malcelata apprensione la donna che non smetteva di singhiozzare. Sembrava fuori di testa come il figlio.
Che vuol dire? mormor Angela. Guard Kieran al di l del tavolo e stent a riconoscerlo. Perch non le parlava e non la degnava di uno sguardo? Aveva la solita espressione da ragazzino petulante che lei ben conosceva. Era scarmigliato e conciato da buttar via: i pantaloni strappati, la camicia quasi senza bottoni, i capelli luridi. Angela ricominci a piangere. Chi era stato a ridurre cos il suo adorato bambino?
Signora Sall, abbiamo trovato addosso a suo figlio una notevole quantit di marijuana e una grossa somma di denaro in contanti; aveva inoltre con s - ed  per questo che l'abbiamo chiamata gioielli, assegni di suo marito, e questi... ehm, oggetti d'arte, come se fossero... toss e indic due grandi vasi che Angela ricord vagamente essere sempre stati in sala da pranzo.
Angela si volt verso Kieran. Non credo di capire disse con voce tremante. Li avevo... li avevo dati a Kieran. Volevo che...
ehm, che li vendesse per mio conto. Non  vero, tesoro? chiese al figlio che tuttavia continuava a tenere gli occhi bassi.
Signora Sall prosegu l'ispettore con calma. Capisco quello che prova in questo momento. Non siamo qui per renderle questa prova ancora pi dolorosa di quanto gi sia. Volevamo semplicemente accertare la provenienza degli oggetti trovati in possesso di suo figlio, tutto qui.  abbastanza chiaro che cosa intendesse farne. Temo che lei non possa essergli di grande aiuto in questa circostanza. L'unica cosa che pu fare per lui  trovargli un avvocato.
Pensa di poter provvedere?
Angela fiss l'ispettore in silenzio. Improvvisamente riacquist la lucidit. Max. Doveva dirlo a Max. E lui avrebbe ammazzato Kieran. Non riusciva a pensare ad altro che a quel che avrebbe detto Max. Poi si lasci accompagnare fuori dalla donna poliziotto che l'aveva fatta entrare. Kieran non aveva mai alzato lo sguardo, nemmeno una volta, neppure quando lei gli aveva rivolto un'occhiata cos disperata che lo stesso ispettore Fraser aveva guardato da un'altra parte.

38
Paola si sdrai sulla schiena, chiuse gli occhi accecata dalla luce del sole e cerc di dormire. Con l'aumentare della temperatura, cominci a vedere delle macchioline rosse e rosa attraversarle le palpebre. Era quasi mezzogiorno quando sent vagamente la madre che la rimproverava per il fatto di stare al sole a quell'ora.
Francesca era dentro, in qualche angolo della villa, a sovrintendere agli ultimi frenetici preparativi per la festa di quella sera per il cinquantaseiesimo compleanno di Max. Era programmata da quasi un anno e sarebbe stato l'evento sociale di spicco nel calendario estivo di Minorca. Paola e Francesca erano sbarcate sull'isola all'inizio della stagione in modo che Francesca avesse modo di organizzare ogni cosa come desiderava. Paola non faceva ancora cos parte di quel mondo da capire il significato che quella festa aveva per la madre: sarebbe stata una delle rare occasioni in cui Francesca avrebbe dominato la scena, e per di pi in pubblico. Sarebbe stata la sua festa, un evento sociale che lei donava a Max. Tra gli invitati c'erano tutti i personaggi che contavano sull'isola pi un centinaio di ospiti che sarebbero arrivati da ogni parte del mondo. Gli addetti al catering erano nella villa da tre giorni, mentre per pulire e lucidare a fondo ogni stanza era stato riunito un piccolo esercito. Paola non ne poteva pi del chiasso e del ronzio continui, e non vedeva l'ora che la festa cominciasse. E che finisse. Aveva anche un altro motivo per
avere fretta che si concludesse... Quel pomeriggio sarebbero arrivati Amber e Kieran. Anche se, stando alle voci pazzesche che Paola aveva sentito su Kieran - qualcosa che aveva a che vedere con la droga e con la polizia -, magari lui non sarebbe venuto.
Non le erano sfuggite le frasi con cui Francesca aveva cercato di calmare Max: "E giovane,  stato un errore, si dar una calmata...",
ma lui non sembrava averle dato ascolto. Perlomeno Angela non sarebbe venuta. Era stata ricoverata in un'altra clnica.
A quanto sembrava, Kieran l'avrebbe presto seguita.
Comunque, pens rotolando sulla pancia, anche se Kieran non fosse arrivato, c'era sempre Amber con cui dover fare i conti.
"Uff! Che rottura." Come se ci non bastasse, in quei giorni Max non faceva che tessere le lodi di Amber. Si era laureata, aveva trovato un posto in un giornale di New York e stava per cominciare a collaborare con una rivista finanziaria di Londra.
Buon per lei. Probabilmente era stato Max a procurarle quegli incarichi. Sembrava che Amber avesse rotto col fidanzato, le aveva raccontato Francesca. Non proprio un comportamento da Miss Perfezione... Paola sperava solo che la sorellastra non avesse intenzione di trovarsi un nuovo ragazzo a Minorca. Be', comunque Paola aveva i suoi assi nella manica, compreso il vestito che aveva appena comprato per la festa. Solo a pensarci, si sentiva avvampare. Era nero, aderentissimo, guarnito con intarsi in pizzo e pelle neri. Le era costato un occhio della testa, ma dall'istante in cui l'aveva visto nella vetrina di Ferragamo aveva capito che avrebbe dovuto essere suo. Prima di andare a Minorca, lei e Francesca avevano trascorso un weekend a Parigi per fare shopping. Paola dovette ammettere che il vestito bianco e nero che la madre aveva comprato da Dior era altrettanto favoloso. Avrebbero fatto entrambe una gran figura... un altro regalo di compleanno per Max. Sarebbe stato invidiato da tutti gli uomini presenti.
Quando apr gli occhi fu abbagliata dal candore della villa.
Era ora di rientrare. Doveva stare attenta: voleva rinfrescare l'abbronzatura, non bruciarsi. Non c'era nulla di pi deprimente della pelle che si squamava a ogni sorriso. Paola aveva una splendida tintarella dorata. Un paio di minuti in piscina le avrebbero dato quel tocco di splendore in pi per l'inizio della festa.
Nella villa Francesca controllava la disposizione dei fiori. Un furgoncino aveva scaricato enormi composizioni di fiori tropicali che erano state sistemate in tutte le vasche e i lavandini disponibili in attesa di essere scartate ed esposte. Alcuni giovanotti di bell'aspetto andavano avanti e indietro con le composizioni tra le braccia rivolgendo devoti sorrisi a Francesca e alla sua graziosa figliola che indicavano loro dove sistemare i fiori. L'enorme salone era stato svuotato di tutti i mobili e le porte del patio erano spalancate sulla terrazza dove, accanto all'incredibile blu della piscina, c'erano uno sfavillante barbecue e un angolo bar in bamb.
Lungo i muretti del giardino che delimitavano la zona della piscina erano state disposte candele di citronella che verso le sette di sera avrebbero risaltato con un effetto spettacolare contro il turchese dell'acqua e le tende in mussola gonfiate dalla brezza.
Tesoro esclam Francesca vedendola entrare. Cosa dici, qui o laggi in fondo? Uno dei ragazzi aspettava pazientemente che Francesca valutasse il posto migliore per un enorme mazzo di lill, azalee arancio e foglie di palma.
Paola alz gli occhi al cielo. Mamma, non lo so. Non aveva intenzione di essere ulteriormente coinvolta in quel circo. Ignor l'occhiataccia di Francesca e spar nel corridoio diretta in camera sua.
Finalmente, verso le cinque sulla villa cal la calma. Quando Amber era arrivata alle tre del pomeriggio, Paola aveva sentito che l'accompagnavano nella sua stanza. Non si era presa il disturbo di andare a bussare alla porta di Paola, e la sorella aveva fatto altrettanto. Da quanto Paola aveva potuto udire, Amber era sola; Kieran, dopotutto, non sarebbe venuto. Max era arrivato poco dopo. Paola lo aveva sentito tuonare ordinando che gli portassero l'abito, la cravatta, le scarpe. Ma per non rischiare di imbattersi in Amber, Paola aveva deciso di starsene in camera sua. Naturalmente la calma delle cinque era solo la quiete prima della tempesta. Francesca le aveva detto che nessun ospite avrebbe alloggiato nella villa, tranne, naturalmente, Amber e un africano che Max aveva conosciuto durante uno dei suoi viaggi. L'inizio della festa era fissato per le sette e Paola cominci i preparativi.
Innanzitutto si fece un lungo bagno caldo e profumato, seguito da una rapida doccia fredda. Il mattino il parrucchiere di Francesca
- che sarebbe rimasto a disposizione per tutta la serata per eventuali emergenze - le aveva lavato i capelli mettendoli poi in piega con enormi bigodini. Usc dalla vasca e si avvolse in un ampio accappatoio, poi saltell fino allo spogliatoio. Una volta seduta davanti allo specchio, inizi a esaminarsi il viso alla ricerca di qualche imperfezione. Effettivamente, lo splendore dorato che l'abbronzatura del mattino aveva conferito alla carnagione era notevole, per cui sarebbe bastato un trucco leggero per farlo risaltare. Cominci come sempre dagli occhi. Sapeva benissimo che cosa le donava di pi: un tocco di ombretto lucido marrone scuro sulle palpebre e sotto una leggera riga di matita grigio fumo.
Due o tre passate di mascara per infoltire e allungare le ciglia gi lunghe, poi un attento ritocco alle sopracciglia e una punta di gel per mantenerle in ordine. Studi il risultato allo specchio.
Aggiunse una spolverata di terra sulle guance e disegn con attenzione il contorno labbra con l'apposita matita prugna... doppia passata di rossetto prima di tamponare accuratamente il tutto con la cipria. Perfetto. Si tolse l'accappatoio, si spalm una lozione speciale per far scintillare la pelle e si spruzz il profumo, quindi si diresse verso l'armadio per prendere il vestito, quello con la V maiuscola.
Le ci vollero quasi dieci minuti per infilarlo e chiudere i vari bottoni, i nastrini di pizzo e le cerniere lampo. Conclusa l'operazione, Paola si volt verso lo specchio. Non era mai stata pi bella in vita sua. Per una frazione di secondo rimpianse che il principe Georg e tutti quelli che aveva dovuto lasciare non la
potessero vedere. Per un attimo si smarr, ricordando il terribile finale di quella che avrebbe dovuto essere la storia d'amore del decennio. Era stata tutta colpa dell'orrido Dave.
C'erano voluti diversi giorni prima che quel sottile senso di disagio sparisse. Non era facile da definire, avvertiva solo la brutta sensazione che le fosse successo qualcosa di sgradevole che non riusciva a ricordare. Pian piano i segni del morso, l'unica traccia di quel che le era capitato, erano scomparsi. Tutti si mostravano incredibilmente gentili con lei, persino l'introverso principe.
Ogni tanto sorprendeva Jenna intenta a fissarla con un po' troppa insistenza per poi distogliere subito lo sguardo, ma Paola non trovava il coraggio di chiederle che cosa avesse. Alla fine del loro soggiorno, il ricordo era ormai sbiadito, non cancellato per... Nella testa di Paola restava un'ombra imbarazzante che si materializzava ogniqualvolta lei ripensava a quella sera. La ricacciava indietro, decisa a dimenticare la faccenda. La vacanza era andata meravigliosamente, al principe lei era piaciuta davvero molto... Holly e Kina le avevano promesso di presentarla al loro agente a Parigi appena rientrate alla base... Ogni cosa, insomma, sembrava andare per il meglio.
Erano tornati tutti a casa con l'idea di rivedersi alle Bahamas in primavera e, al momento di congedarsi, a Innsbruck, il principe Georg le aveva fatto un baciamano piuttosto formale. Lei e Jenna avrebbero preso il volo per Vienna. Le vacanze di Natale non erano ancora finite, e si sarebbero rivisti a Losanna all'inizio del trimestre. "E questo  tutto" aveva pensato Paola. Peccato che non fosse cos.
Al rientro a scuola, in gennaio, Paola aveva avvertito un'evidente freddezza da parte di Jenna. Qualunque tentativo di parlare della breve vacanza a Hochuli terminava immancabilmente con un silenzio glaciale. Jenna aveva smesso di invitare l'amica in citt a trovare la zia, n le aveva pi proposto di bigiare per prendere il treno per Ginevra. Alla fine della seconda settimana del trimestre, era apparso abbastanza chiaro che Paola Rossi non rientrava pi nell'esclusivo giro di amicizie scolastiche di Jenna de Rosnay. Paola non riusciva a capirne il motivo, ma per lei era stato un duro colpo. Non solo Jenna era un anno avanti a Paola, ma all'inizio della loro amicizia le cose erano andate esattamente all'opposto: Jenna non era bella, ammirata o audace come Paola Rossi e per lei portarsi dietro l'amica pi giovane e carina era stato vantaggioso. Ma ormai non pi. A peggiorare ulteriormente la situazione, Paola non era pi riuscita a mettersi in contatto con nessuno del gruppo di Hochuli. Tanto per cominciare, il principe Georg non rispondeva alle sue chiamate, i numeri di telefono che Holly e Kina le avevano lasciato erano inesistenti e Dave, il terribile americano, non c'era mai. Paola non riusciva a capire che cosa fosse successo.
Alla fine era stata Vronique a dirglielo. A scuola le voci avevano cominciato a girare sin dal ritorno di Paola e Jenna: Paola era andata a letto con quattro uomini - quattro! - e aveva acconsentito a farsi scattare delle foto che loro avevano inserito nel celebre cahier noir, un diario fotografico delle ragazze famose che si erano portati a letto e che, si mormorava, Dave Hahn, l'americano, avrebbe venduto ai rotocalchi in caso si fosse trovato in difficolt economiche. Paola ascolt il racconto di Vronique in un atterrito silenzio.
Ma... perch proprio me? Perch non hanno scelto Jenna?
aveva balbettato alla fine.
C'era stato un attimo di imbarazzo. Be', ne hanno scelta una...
sai, non proprio dello stesso... livello aveva spiegato poi Vronique con il maggior tatto possibile.
Paola l'aveva fissata sbalordita, senza capire. Cosa diavolo stai dicendo? Io sono ricca, mio padre  sfondato.
S, ma tu non sei... insomma, tua madre non  sposata, giusto?
Voglio dire,  solo la sua amante.
Mentre ascoltava la vocina snob dell'amica, Paola aveva capito perch avevano scelto lei, anzich Jenna de Rosnay. Quando Vronique von Riedesal, la figlia di un conte tedesco, aveva finito di parlare, Paola si sentiva le guance in fiamme. Dopodich aveva chiamato Francesca chiedendole di cambiare scuola.
Immediatamente. Era stato il primo approccio di Paola con il ristretto mondo, chiuso e possessivo, della piccola nobilt europea.
Poteva avere vagonate di soldi a disposizione e condurre uno stile di vita da mozzare il fiato ma, come le avevano brutalmente ricordato, non aveva lo status. E la cosa, ai loro occhi, rendeva tutto pi facile.
Be', ormai era acqua passata, si disse volteggiando un'ultima volta davanti allo specchio. Non sarebbe stata mai pi umiliata cos, mai. Naturalmente aveva dovuto dirlo a Francesca - omettendo una serie di importanti particolari - che, per fortuna di Paola, si era sentita offesa a propria volta. Comunque, era certo che, indipendentemente dalla solidariet di Francesca, in fondo Vronique aveva avuto ragione. Sul piano sociale Paola era effettivamente inferiore a Jenna de Rosnay e finch Max non avesse deciso o voluto fare qualcosa, lo sarebbe rimasta. Purtroppo per Paola, Max non sembrava avere troppa fretta di migliorare la posizione della figlia nella scala sociale. Del resto nessuno gli aveva riferito l'accaduto. Nemmeno sotto tortura Francesca, e meno che meno Paola, avrebbero rivelato una sola parola riguardo a quella storia umiliante. E nonostante madre e figlia avessero fatto di tutto per buttarsi la faccenda alle spalle, c'era una domanda che ancora non aveva avuto risposta... che fine avevano fatto le foto?
Col passare dei mesi, dal momento che non succedeva nulla, Francesca aveva cominciato a rilassarsi. Tutto sommato, pensava, la figlia aveva gi superato lo scandalo precedente con quell'uomo tremendo, Didier Juneau. E se anche fossero circolate delle foto amatoriali di Paola che faceva sesso col principe Georg...
che male ci sarebbe stato? Da quel che Francesca sapeva, l'altezzoso aristocratico si era comportato allo stesso modo con tutte le ereditiere disponibili sulla faccia della terra. Che cosa aveva di cos speciale Paola Rossi? Paola aveva ascoltato i ragionamenti della madre senza dire nulla. Era vero che non riusciva a ricordare i particolari di quella notte, ma comunque doveva essere stata con pi di un uomo e non era poi cos sicura che nel termine
"fare sesso" rientrasse anche quello che sembrava fosse accaduto.
Paola! url Francesca dal corridoio.
Paola sussult, stava ancora sognando a occhi aperti. Si affrett a chiudere l'ultima lampo del suo abito di pelle e pizzo e cominci pian piano a togliersi i bigodini. Le scarpe di Manolo Blahnik col tacco alto e il cinturino in pelle erano in un angolo, pronte per essere calzate.
Francesca buss e apr la porta fissando amorevolmente la figlia.
Bellissima sentenzi annuendo con aria di approvazione.
Paola sorrise. Sapeva di essere assolutamente strepitosa.
Il bagno era invaso dal vapore. Amber prese il vestito e attravers a piedi nudi il freddo pavimento di marmo. Dopo l'umidit di New York, le giornate calde e secche e le notti fresche di Minorca sarebbero state una benedizione. Come lo erano state le scarse attenzioni suscitate dal suo arrivo. Non sarebbe voluta andare, specialmente dopo la spaventosa telefonata di Angela, ma l'aveva promesso a Max e comunque Kieran era in libert vigilata e poteva aspettare. Sospir. A volte, si disse, aveva quasi voglia di far parte di una famiglia normale come quella di Becky, dove non accade mai nulla. Il pensiero di Becky la fece trasalire.
Aveva promesso di passare a salutarla appena rientrata a Londra, ma poi c'era stata la faccenda di Kieran e adesso la festa di Max. Si ripromise di farlo subito dopo il rientro. Becky le aveva detto qualcosa a proposito di un incontro casuale con Henry, e per Amber questo era un altro motivo per non passare dall'amica.
Non voleva avere notizie di Henry.
Infil dalla testa il vestito che aveva trovato nell'armadio di Angela, sistem la gonna e si volt verso lo specchio. Le stava bene... un po' troppo semplice, forse? Era un vestito quasi da ragazzina, a fiori, con la vita bassa, le maniche a sbuffo e una profonda scollatura. Si morse il labbro: su di lei aveva un che di infantile.
Praticamente, non era mai riuscita a individuare un proprio stile, scegliendo mise o troppo audaci o troppo dimesse. Oltretutto,
lei non aveva il corpo snello e abbronzato della sorella che poteva mettersi addosso qualunque straccio facendo comunque una splendida figura. Era stato uno dei commenti preferiti di Henry:
"Tua sorella sembra sempre che si sia appena alzata dal letto. Che  poi il posto dove io e tutti gli uomini della terra la vorremmo vedere". Lei aveva sempre cercato di non prendersela.
Afferr una spazzola per sistemarsi i capelli n lunghi n corti.
Quando era rientrata in ufficio subito dopo che li aveva tagliati, si era accorta che l'unica a essersi mostrata entusiasta del nuovo look era stata la parrucchiera. Quando il giorno prima si era presentata sulla porta di casa, Kieran le aveva riso in faccia, il che era tutto dire visti i guai in cui lui si trovava, pens arrabbiata.
Le aveva detto che sembrava un agnello inzaccherato dieci minuti dopo la tosatura. Lo aveva mandato affanculo. Guard l'orologio, erano le sei e mezzo. Doveva smetterla di preoccuparsi di quel dannato vestito e andare a cercare Max per dargli il regalo.
In un negozio di Lower Manhattan, aveva trovato dei guantoni da pugile appartenuti a uno degli idoli di Max, Muhammad Ali, con tanto di autografo. Costavano una cifra ma Amber sapeva che gli sarebbero piaciuti da pazzi. Li aveva puliti e sistemati in una bella teca di vetro con un nastro color ciliegia. Sarebbero stati un bel peso da portare nella valigia, ma pensando al sorriso di gioia che avrebbe fatto Max si era detta che ne valeva la pena. Si mise il rossetto, spense la luce e si chiuse la porta alle spalle. Percorrendo il corridoio ud l'orchestra che stava accordando gli strumenti nel patio e il trambusto degli addetti al catering che andavano avanti e indietro. Nonostante il disagio che provava a stare nella stessa casa con Francesca e Paola, avvert una punta di eccitazione. Le avevano chiesto di scrivere un breve pezzo sulla festa per una rivista di moda londinese. Sarebbe stato il suo primo vero articolo e lei era nervosa. Esagera col glamour le aveva detto il direttore. I vestiti degli invitati, l'assortimento delle coppie... quel genere di cose... Non era esattamente il battesimo da giornalista in cui sperava, ma una professionista doveva essere in grado di scrivere di tutto, si disse decisa.
Girando l'angolo, persa nei suoi pensieri, si imbatt in Paola.
Il cuore ebbe un sussulto. Se prima si era preoccupata per il vestito, adesso era decisamente terrorizzata. Accanto alla mise sofisticata di Paola, Amber dimostrava dieci anni. Ci fu un breve momento di tensione, in cui le due sorelle si squadrarono guardinghe, prima che la voce di Max rompesse il silenzio. Lui si fece loro incontro con un sorriso. Una volta tanto, evidentemente, era di ottimo umore.

39
Tende Ndiaye guidava la piccola macchina sportiva lungo i tornanti, godendosi la sensazione di potenza del motore che aveva tra le mani e la brezza che gli sfiorava il viso. Quell'invito per due giorni a Minorca da parte di Max Sall, l'uomo che aveva conosciuto per caso durante un volo a Berlino Est, era una pausa imprevista ma gli faceva piacere. Non era il genere di cose cui lui era abituato. In quel periodo, nella sua vita c'era posto solo per il lavoro, ma all'invito era seguita una telefonata in cui Max gli aveva accennato di volergli parlare di qualcosa. Tende aveva chiamato suo padre a casa, a Bamako, per informarlo che aveva posticipato il rientro.
Distolse per un secondo gli occhi dalla strada. Erano le sei di sera e il sole cominciava a gettare lunghe ombre sull'asfalto. Il luogo era un incanto. L'aria profumava di lavanda, pino e altri aromi che non riusciva a definire. A mano a mano che procedeva per i tornanti, il mare sembrava giocare a nascondino sullo sfondo di lunghe file di alti cipressi ben allineati. Il sole del Mediterraneo era cos diverso da quello di casa sua! Nel Mali era forte, costante e mandava bagliori accecanti che costringevano a trovare un riparo tra mezzogiorno e le due. A casa sua il cielo non era quasi mai azzurro: alla fine delle preghiere del mattino diventava bianco, come appassito.
Tende not l'alternanza delle costruzioni: bianchi chalet vicino al porto ed eleganti ville dipinte di rosso nell'entroterra. In quel luogo ricchezza e gusto non mancavano. Attraverso le cancellate riusciva a intravedere automobili di lusso e carrelli per trasportare barche. Mentre la strada continuava a salire, nello specchietto retrovisore scorse splendide piscine con qualche isolato bagnante o gruppi di bambini che sguazzavano davanti a una fila di case bianche allineate una all'altra.
Sapeva che la villa di Max, Casa Bella, era in cima alla strada e accost per dare un'occhiata alla cartina. Sulla sinistra c'era una stradina stretta e ripida. Nella parete vi era una nicchia con un grande portone in legno massiccio e, in alto, una tenda da sole a righe gialle e bianche gonfiata dalla brezza. Le persiane in legno bianco erano chiuse. Era una casa che ricordava una donna non pi giovane ma ancora affascinante che si nascondeva dietro a un paio di occhiali da sole. La facciata era ornata da piccoli balconi lavorati che sporgevano come ripiani ed enormi vasi di gerani rosso vivo, rosa e violacei. Abbozz un mezzo sorriso.
La vita non doveva essere male da quelle parti. Si immise sulla carreggiata e prosegu.
"Casa Bella." Entr nel vialetto e spense il motore. Era in anticipo, ci aveva messo meno del previsto. Uscendo dallo stretto abitacolo dell'auto sorrise e si stiracchi. Forse la strada gli era sembrata pi corta grazie all'Alfa Romeo Spider. Prese la borsa dal sedile posteriore e si avvi all'ingresso. Una cameriera carina e sorridente lo accolse sulla porta e lo fece accomodare. Gli mostr la sua camera e in un inglese stentato riusc a spiegargli che la festa avrebbe avuto inizio alle sette nel patio. Aveva bisogno di qualcosa? Tende scosse la testa e, mentre la donna si chiudeva la porta alle spalle, diede un'occhiata ammirata alla stanza. Ampia, spaziosa, piena di luce... il bagno e il terrazzo privati davano sulla campagna a sinistra della villa. Guard l'orologio. Erano le sei e un quarto, aveva giusto il tempo per una bella doccia calda.
Apr velocemente la borsa e distese sul letto la sacca di plastica contenente il suo immacolato boubou, la lunga tunica ricamata con i pantaloni stretti che portavano gli uomini del suo paese. Dopo essersi spogliato, si allacci in vita un asciugamano bianco lasciato dalla cameriera e and in bagno. Anche in quella stanza nulla era stato tralasciato per il comfort degli ospiti. Articoli da toeletta, salviette, asciugacapelli, spazzolini da denti, sapone da barba... avevano pensato a tutto. Non conosceva bene la situazione familiare di Max Sall. Sapeva, come tutti, che aveva due famiglie, ma non gli era molto chiaro in quale regno lui fosse finito, se quello della moglie o dell'amante. Be', l'avrebbe scoperto presto. Si infil sotto il getto bollente, rallegrandosi di aver trovato il tempo per partecipare a quella che si prospettava una festa pazzesca.
Verso le sette l'ingresso e il grande salone si andavano gi riempiendo.
Tende si ferm in fondo al corridoio a osservare stupito la folla di gente che si era radunata nei tre quarti d'ora trascorsi dal suo arrivo. A giudicare dai tipi che passeggiavano sul vialetto e scivolavano fuori e dentro la casa, si capiva che la festa rappresentava uno dei principali eventi del calendario sociale di Minorca. Uomini grandi e grossi in completi di lino si accompagnavano a esili biondine, una pi ingioiellata dell'altra. Tende aggrott un sopracciglio. Fra quei trofei non era facile distinguere le mogli. Riconobbe alcuni degli uomini: Lord Montagu, il re del tabacco inglese, l'industriale Wolfgang Gmeiner, un paio di politici, un divo del cinema... non mancava proprio nessuno. Si avvi tra la folla.
Tende!  la voce di Max risuon nel patio.
Amber si volt e vide una figura alta e slanciata venire verso di loro. Strabuzz gli occhi per la sorpresa: chi diavolo era?
Fantastico! Sono cos felice che tu ce l'abbia fatta!  Max gli era corso incontro e stava stringendo euforico la mano di un uomo che indossava il completo pi bello e insolito che Amber avesse mai visto: un camicione bianco con i bordi ricamati che gli arrivava alle caviglie, quasi un abito, e un paio di pantaloni dello stesso cotone immacolato. In testa aveva un piccolo zucchetto
dello stesso tessuto ma ornato di pizzo. Era nero, di un nero scuro e vellutato che risaltava contro il bianco del completo. Amber si sofferm a osservare qualche altro particolare: gli occhi neri sotto le ciglia lunghe e folte, gli zigomi pronunciati e le labbra scure e carnose. Si rendeva conto che lo stava fissando, ma non poteva farne a meno. Poi si volt verso Max.
Amber, ti presento Tende, il dottor Ndiaye... la persona di cui ti ho parlato. Ci siamo conosciuti un paio di mesi fa a Berlino.
Amber fece un leggero cenno col capo. Non aveva la minima idea di chi fosse. Gli porse la mano e lui la strinse con decisione.
Molto piacere farfugli, sperando di non apparire troppo sorpresa.
Piacere mio rispose lui con un rapido sorriso. Un sorriso cauto e riservato.
Vieni, Tende, ti presento agli ospiti. C' una persona che vorrei farti conoscere.
Max lo stava gi portando via e, prima che Amber potesse aggiungere qualcosa, l'uomo fu inghiottito dalla piccola folla. Lei invece non si mosse e si lasci scappare un lungo sospiro. Segu con lo sguardo Max e lo straniero alto che giravano per la sala fino a scomparire oltre le porte finestre, nella sera piena di candele e risate.
Si coglievano frammenti di conversazione. Devi venire quando fa meno caldo, ci farebbe un enorme piacere... Be',  esattamente quello che intendevo. Gliel'ho detto in faccia, non devi aspettarti... E lei l'ha fatto sul serio? Amber pass oltre. Lo incroci un altro paio di volte e gli sorrise timidamente, pensando che magari l'aveva vista, ma no... su quel viso imperscrutabile non apparve alcuna reazione. In quella calca era impossibile trovare qualcuno. Si stup di se stessa. L'aveva visto per un fuggevole secondo... era ridicolo che restasse ad aspettare per tutta la sera in quello stato di tensione nella speranza di imbattersi di nuovo in lui. Cerc di tenere occupata la mente cogliendo spunti per il suo articolo e chiacchierando con un paio di amici di Max che
aveva riconosciuto dalle feste degli anni precedenti. Ogni tanto gettava un'occhiata al suo vestito, sperando di riuscire a sgattaiolare nel corridoio e trovare qualcos'altro da mettersi, ma cosa?
Con quelle maniche a sbuffo e la vistosa fantasia a fiori sembrava una bambina! Non c'era da meravigliarsi che Tende girasse al largo. Amber non aveva ancora visto Paola, ma aspettava il suo arrivo con trepidazione. Paola adorava gli ingressi plateali.
Amber cerc ancora Tende con lo sguardo e lo scorse accanto alla piscina, immerso in una conversazione. Rimase un attimo a osservare affascinata i riflessi dei suoi lineamenti e del suo vestito sulla superficie dell'acqua. Anche da l poteva vedere l'espressione assorta del suo viso. Gesticolava con energia e convinzione.
Chiunque fosse il suo interlocutore uno degli amici di Max, un signore coi capelli grigi e un ridicolo abito pastello -, lo guardava dal basso con una certa soggezione. Amber si fece discretamente largo fra la gente che ballava con l'unico desiderio di avvicinarsi a lui, sentire il suono della sua voce e capire che cosa stesse raccontando per attirare cos tanta attenzione. S, certo, i francesi hanno i loro interessi... c'era da aspettarselo, no? Ma il punto  piuttosto come dividersi gli utili, non quando. Amber si avvicin ancora di pi cogliendo vagamente alcuni brani della conversazione.
Ma andremo anche dai russi, per noi  uguale. Vediamo per quanto riusciamo a tenerli in ballo mettendoli l'uno contro l'altro. Rimase dietro di loro in silenzio, voltata di spalle, sorseggiando il suo drink e ascoltando quella voce profonda e vellutata che le procurava un leggero brivido lungo la schiena.
Scorse Max avvicinarsi con una bottiglia di champagne e un largo sorriso. Non lo aveva quasi mai visto cos vivace e felice.
Il padre mise un braccio attorno alle spalle di Tende e, quando not Amber, si mosse assieme a lui nella sua direzione. Il cuore di Amber inizi subito ad accelerare i battiti. Mentre le si faceva lentamente incontro, lei vide quanto fosse bello. Non la bellezza maschile degli attori o dei modelli: Tende aveva un viso troppo intenso e scolpito per rientrare nei canoni della bellezza classica.
No, il suo fascino derivava da qualcos'altro. Sotto quella superficie nera e vellutata si percepiva una certa tensione; le piccole rughe attorno alla bocca erano il frutto di qualche lotta interiore che solo lui conosceva, come l'altra piega che gli si formava sulle palpebre quando socchiudeva gli occhi per scrutare in silenzio ci che lo circondava. Era pronto, attento. Mentre Max procedeva nella sua direzione, Amber sent una fitta di desiderio. Voleva parlare con quel giovane comparso dal nulla che la turbava cos tanto con la sua presenza, come mai le era successo prima.
Guard come ipnotizzata i due uomini che avanzavano verso di lei. Max le sorrise e le fece cenno di avvicinarsi.
Ti stai divertendo? le chiese.
Amber fece segno di s con la testa, troppo emozionata per parlare. Quando i due le sorrisero, si sent il cuore in gola. E...
ha conosciuto... come ha fatto...? chiese a Tende, inciampando penosamente nelle parole.
Suo padre? Come l'ho conosciuto? disse lui terminando la frase al suo posto con un leggero sorriso. Amber annu e bevve un sorso di champagne per nascondere l'imbarazzo. Ci siamo incontrati su un aereo diretto a Berlino Est un paio di mesi fa. Mi ha invitato alla festa, sto rientrando a casa...
Che sarebbe? chiese Amber rendendosi conto che il cuore aveva cominciato a batterle pi forte. Voleva sapere subito tutto di lui.
Ah, Bamako, nel Mali.
In Africa occidentale?
Oui.
Che lavoro fa? Berlino Est  molto lontana da Bamako. Nel momento stesso in cui pronunci queste parole si rese conto di quanto fossero sciocche. Mi sono espressa male. Pensavo solo a... Max ha detto che  un dottore...
Lavoro per il governo. Non sono un medico la interruppe Tende. Amber alz lo sguardo sul suo volto privo di espressione.
E lei? ribatt lui dandole l'impressione che non fosse una domanda di cortesia.
Oh, io?Studio inglese. Voglio fare... vorrei diventare una giornalista. Era nervosa, proprio lei che non si lasciava mai intimidire da nessuno. Lui non disse nulla. Gradisce un altro drink?
gli propose dopo qualche istante. Di sicuro lei ne aveva bisogno; c'era qualcosa di strano in lui e anche nell'ansia che lei provava di piacergli, di farsi notare e avere la sua approvazione. Tende scosse la testa poi batt lentamente le palpebre, cogliendo con lo sguardo tutto ci che lo circondava, pensieri e parole. Amber vuot il bicchiere un po' troppo velocemente. Non era solo lo champagne a farle girare la testa. Cerc un cameriere, nel disperato bisogno di un altro goccio, di qualcosa da tenere fra le mani mentre pensava a che cosa dire e come fare per impedire che lui si allontanasse. Gett un'occhiata alla piscina: maledizione, non ce n'era in giro nemmeno uno. Vado a prendere... a fare rifornimento disse rapidamente alzando il bicchiere e chiedendosi come diavolo poteva fargli capire che sarebbe tornata, che non aveva intenzione di perderlo di vista, n di porre fine a quella conversazione. Lui annu con una certa indifferenza.
Amber attravers di corsa il giardino per raggiungere il bar.
Aveva il cuore che le scoppiava. Si chiedeva quanti anni avesse: era chiaramente pi vicino all'et di Amber che a quella di Max.
Non aveva mai incontrato un uomo cos calmo, intelligente e composto. Ostentava una sicurezza attenta e serena. La sua voce e i suoi gesti rivelavano quella profonda esperienza delle cose del mondo che Amber avrebbe tanto desiderato possedere. La riservatezza di lui le faceva desiderare di conoscerlo meglio.
Dopo essersi fatta versare un altro bicchiere di champagne dal barman, lei torn sui suoi passi sperando di raggiungere Tende prima che Max o qualche suo amico ne attirasse l'attenzione.
Lo vide solo dove l'aveva lasciato, intento a guardare e ascoltare.
Poi, improvvisamente, ogni cosa and a rotoli. Paola fece il suo ingresso, tutta in ghingheri. Era quasi irriconoscibile nel suo abito aderente con nastri e laccetti e un paio di trampoli ai piedi.
Era uno schianto. Tende non avrebbe potuto resisterle. Amber fiss la scena in preda a un attacco di gelosia, mentre da ogni parte del giardino le teste si voltavano per guardare sua sorella
che cercava di individuare le persone pi interessanti fra i presenti.
Amber vuot il bicchiere di champagne e si gir, incapace di sopportare oltre quella vista. Trascorse il resto della serata dilaniata da un vago senso di delusione. Lo intravide un paio di volte insieme a Paola, lui con la testa piegata e il braccio di lei sul suo, e non pot impedirsi di odiare la sorella. Paola avrebbe potuto rimorchiare chiunque in quella sala, perch aveva scelto proprio lui?
Erano quasi le due del mattino quando decise di averne avuto abbastanza. Tre ore a guardarli ballare, ridere e poi, peggio ancora...
erano spariti insieme. Amber doveva aver esagerato con lo champagne: i contorni del giardino e l'acqua immobile della piscina cominciavano a confondersi. Appoggi il bicchiere mezzo vuoto su uno dei tavoli della sala e attravers il patio barcollando.
Desiderava solo togliersi il vestito, infilarsi sotto la doccia per dieci minuti e fiondarsi a letto. L'intensit della festa non accennava a diminuire. Si guard attorno un paio di volte - no, di lui non c'era traccia - e si avvi verso la sua camera. Appena ebbe superato la stanza della sorella, la porta si apr e Paola usc in corridoio richiudendosela velocemente alle spalle. Le due ragazze si fissarono nella penombra mentre Amber sentiva montarle di nuovo la rabbia.
Vai gi a letto? le chiese Paola con un sorrisino insolente.
Anche con quella poca luce, Amber si accorse che aveva il rossetto tutto sbavato. Come per sottolineare la cosa, Paola sollev una mano e si tocc le labbra con aria soddisfatta. Amber avrebbe voluto mollarle un ceffone. Invece annu seccamente. Io no.
Sto... ballando col nuovo amico di Max. Ah, ho visto che prima parlavi con lui. Affascinante, vero? continu Paola alzando gli occhi verso Amber, che era sempre pi indispettita. Comunque, mi pare che sia pi il mio tipo.  un po' troppo... non saprei...
troppo esperto per te, non credi? Voglio dire, in confronto a Henry... La voce le si spense in modo eloquente.
Non sapevo che tu avessi un tipo, Paola disse Amber tranquilla, scegliendo con cura le parole. Ho sempre pensato che andassi con chiunque, no? Guard soddisfatta le guance della sorella che diventavano rosse e, prima che Paola potesse aggiungere qualcosa, se ne and. Si sbatt la porta della camera alle spalle, ormai vicina alle lacrime per la rabbia e la delusione. E cos Paola gli aveva piantato addosso gli artigli... Be', se c'era una cosa al mondo che Amber non avrebbe mai fatto era lottare contro Paola per un uomo. Non era solo per il fatto che avrebbe sicuramente perso, a ripugnarla era proprio l'idea di avere un rapporto con qualcuno che Paola aveva toccato. La sorella la disgustava.
Si tolse la collana e la gett a terra. Il dottor Tende vattelapesca evidentemente non era cos sveglio come sembrava. Avrebbe dovuto capire che Paola era la povera puttanella da quattro soldi che Amber conosceva. Oh, be'... peggio per lui. Paola si sarebbe stufata in fretta. S'infil sotto la doccia e, mentre l'acqua le pungeva la faccia, si disse che lei non si sarebbe mai potuta stancare di Tende... la questione era semplice. Il pensiero di lui e Paola le faceva male. Perch Paola doveva sempre rovinare tutto?
Ebbe la sensazione che le sarebbe toccato competere con la sorellastra per il resto della sua dannatissima vita.


Quarta parte
40
Londra, Inghilterra, 1990
Madeleine imprec cercando di avanzare lungo Tottenham Court Road. Tirava un forte vento, faceva freddo e pioveva, una combinazione assolutamente deprimente - e lei ovviamente aveva lasciato a casa l'ombrello. Lottava per raggiungere l'ospedale con una pila di libri sotto il braccio, due borse di plastica con degli appunti di casi clinici che avrebbe dovuto finire di leggere secoli prima e un sacchetto di carta, gi a brandelli, in cui aveva sistemato una dozzina di uova, un cartone di latte e quattro pacchetti di sigarette: la fornitura per una settimana. Di l a un'ora avrebbe dovuto affrontare il suo primo intervento chirurgico e non voleva arrivare in ritardo. Svolt in Middle borough Street sotto la pioggia battente. Un attimo dopo, una folata di vento quasi la sollev da terra. Inciamp ed ebbe la netta, terribile sensazione che qualcosa le stesse sfuggendo dalle dita... dopodich, ecco che le varie borse si schiantarono al suolo e il cartone del latte esplose su un paio di scarpe da uomo perfettamente lucidate schizzando su calzoni scuri di tweed. Inizi a sudare balbettando parole di scusa mentre si chinava a raccogliere le uova rotte, il cartone vuoto e le sigarette fradicie.
Sono desolata farfugli rialzandosi. Fortunatamente le uova si erano rotte nella confezione e non sulle gambe del signore.
Non si preoccupi si sent rispondere seccamente, mentre
l'uomo si scuoteva i pantaloni spruzzando sul marciapiede migliaia di goccioline bianche. Niente di male.
Mi dispiace davvero continu Madeleine guardando il passante.
Era un po' pi alto di lei, di mezza et, con i capelli grigi corti e gli occhi dello stesso colore ma piuttosto freddi dietro le lenti degli occhiali. Lui continu a scuotersi i pantaloni rivol' gendole un rapido cenno col capo e se ne and lasciandola l a raccogliere le sue cose infangate dalle pozzanghere.
Un'ora pi tardi, mentre stava indossando il camice e la mascherina prima di entrare in sala operatoria, le porte dell'antisala si aprirono ed entr il primario. Madeleine alz lo sguardo e non vide la familiare figura del dottor Harrigan, il chirurgo che lei conosceva bene. Fiss l'uomo dal bordo della maschera. Oh, no, non era possibile... era il tipo che aveva travolto per strada poco prima. Batt le palpebre, confusa. Era un medico? Madeleine non lo aveva mai visto. Era forse nuovo del reparto? Si augur che non la riconoscesse. Un aiuto goffo e incapace era l'ultima persona di cui lui potesse avere bisogno per l'operazione che li attendeva.
Si allacci il camice con le dita che le tremavano leggermente e lo segu in sala operatoria.
Si trattava di un intervento lungo e complicato: il paziente era un ragazzo di ventidue anni allo stadio C-3 di cancro al colon, una patologia molto rara in una persona cos giovane. Madeleine lavor per quasi sei ore consecutive con il primario chirurgo e un altro assistente pi anziano per asportare con grande cautela il tumore sia dal colon sia dalle pareti dello stomaco, verificando di aver pulito quanto pi possibile tutt'attorno alla zona colpita e prelevando dei campioni di linfonodi intorno all'addome. Madeleine aveva letto che in un caso come quello il tumore era una vera sorpresa. Il ragazzo sembrava in buona salute, aveva sentito commentare i due medici mentre lo aprivano. Da qualche tempo avvertiva dolori e crampi all'addome e, sebbene si fosse fatto visitare due volte da un medico generico, il fatto che fosse cos
giovane aveva pressoch escluso l'eventualit di un cancro e a nessuno era venuto in mente di indagare. Era stata la sua fidanzata a portarlo in ospedale, la sera prima, dopo che negli ultimi giorni i dolori si erano accentuati in modo preoccupante. Una tomografia computerizzata al colon aveva immediatamente rivelato al radiologo di che cosa si trattasse.
Madeleine osserv in rispettoso silenzio il chirurgo che richiudeva i lembi dello stomaco dando i punti necessari per la sutura.
Se il ragazzo era fortunato, gli sarebbe rimasta solo una cicatrice lunga quanto lo stomaco. I due medici sembravano ottimisti: con la chemioterapia e uno stile di vita adeguato, avrebbe potuto farcela. Al termine dell'intervento, Madeleine rimase ad aiutare l'infermiera a pulire la sala e prepararla per l'intervento successivo.
Quando butt guanti e maschera nel bidone per i rifiuti, fuori si era ormai fatto buio. Diede un'occhiata all'orologio, era rimasta in sala operatoria per quasi sette ore consecutive.
Dottoressa Szabo? Una voce irruppe nei suoi pensieri. Era seduta nella mensa dell'ospedale con una tazza di t e stava ripercorrendo con la mente le fasi dell'intervento appena concluso.
Alz lo sguardo e si trov davanti il chirurgo, l'uomo che aveva innaffiato col latte. Bevve un sorso di t bollente. Se anche l'aveva riconosciuta, non lo diede a vedere. La guard senza l'ombra di un sorriso. Credo che la persona seduta laggi in fondo, vicino alla finestra, sia la fidanzata del giovane che abbiamo appena operato disse lui con voce secca, da scozzese. Sarebbe cos gentile da informarla che  andato tutto bene?
Madeleine annu rapidamente. Certo rispose affrettandosi ad alzarsi. Che cosa devo dirle... per la prognosi? balbett.
Dottoressa Szabo esclam il chirurgo in un tono che rivelava quanto poco lo convincesse quel titolo. Era presente all'intervento, giusto? Madeleine lo guard con circospezione, chiedendosi che cosa intendesse dire. E ha letto gli appunti del caso clinico, giusto? Lei annu di nuovo. Quindi tragga le sue deduzioni da quanto ha visto e letto e dica qualcosa a quella povera ragazza che sembra non aspettare altro. Detto questo, fece dietrofront e se ne and lasciando Madeleine paonazza e alquanto infuriata.
Era passata ormai una settimana da quel giorno, quando Madeleine, tornando verso l'unit di Terapia Intensiva per la consueta visita al paziente, vide il chirurgo venirle incontro, scurissimo in volto e col camice bianco che gli svolazzava dietro. Mentre la sorpassava seguito da uno stuolo di medici e assistenti, uno pi preoccupato e nervoso dell'altro, Madeleine si volt e trattenne il respiro.
Che cosa succede? chiese dieci minuti dopo alla vice caposala passando dalla saletta del personale.
E la giovane Brown, quella che  stata operata la settimana scorsa. Stamattina  entrata in coma e i risultati della biopsia che il dottore aveva richiesto sui campioni di tessuto non sono ancora pronti. E furibondo con il patologo, poveraccio. Oggi non vorrei essere nei suoi panni. Pat Miller, la vice caposala sempre sorridente, era a terra. Ha passato qui tutta la mattina, gettando scompiglio tra il personale.
Chi ? chiese Madeleine, raccogliendo le annotazioni sul suo paziente. Come mai non l'ho mai visto prima?
 Alasdair Laing, il primario di chirurgia.  uno in gamba, non fraintendermi... ma lavorare con lui  una gran rottura di coglioni.
 stato in America, per un programma di scambio con un istituto di medicina di Boston. Peccato che non se lo siano tenuti...
Pat si interruppe.
Madeleine alz lo sguardo e sbianc. Poi chiuse gli occhi nella speranza che la terra si aprisse per inghiottirle entrambe. Di fronte a loro, dall'altra parte del tavolo c'era Alasdair Laing con un'espressione di sprezzo sul volto.
Dottoressa Szabo... con calma, quando avr terminato disse, facendo rabbrividire Madeleine le spiacerebbe controllare che la nuova dieta di Charles Mortimer sia gi stata implemen- tata? Trover tutte le indicazioni nella cartella clinica. Poi si gir e usc dal reparto.
oh, be' comment Pat Miller con una smorfia e un'alzata di spalle. Tanto non gli sono mai andata a genio.
Madeleine sorrise debolmente. La situazione poteva forse peggiorare?
Ebbene s, poteva. Quella sera stessa alle otto, mentre Madeleine si concedeva un pisolino di dieci minuti, il suo cercapersone inizi a suonare. Guard il messaggio. "Contattare immediatamente l'unit di Terapia Intensiva." Salt su ravviandosi i capelli e s'infil le scarpe. Che cosa poteva essere successo? Attravers il corridoio di corsa, con il cuore in gola. Appena ebbe aperto le porte del reparto, cap che cos'aveva fatto. O, meglio, che cosa non aveva fatto. Il dottor Laing era in piedi accanto al letto di Charles Mortimer, con un'esasperata espressione di rabbia. Madeleine credette di morire. Come aveva potuto dimenticarsene? si chiese mentre la cartella clinica veniva aggiornata e le nuove medicine ordinate con urgenza dalla farmacia interna. Perch diavolo non l'aveva fatto quel mattino, quando le era stato detto? Con le guance in fiamme restitu il blocco al dottor Laing evitando lo sguardo della caposala e cercando in tutti i modi di mantenere un atteggiamento calmo e professionale. Si sentiva a un passo dalle lacrime. Le probabilit di entrare a far parte di una valida quipe di chirurgia si allontanavano sempre di pi. Tra i primari pi anziani sarebbe corsa voce che Madeleine Szabo era una sbadata, un'imbranata incapace, e nessuno avrebbe voluto lavorare con lei. Le quipe erano molto competitive e inserirsi in quella giusta era notoriamente difficile. Che cosa diavolo le stava succedendo? In un imbarazzato silenzio segu il dottor Laing che discuteva la nuova dieta del paziente con il personale del reparto senza mai degnarla di uno sguardo.
...
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...
FINE Parte 1.